A sua immagine e somiglianza …

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a-sua-immagineIn zoologia, la tassonomia cerca di etichettare le unità della diversità biologica, e la sistematica cerca di mettere queste unità in ordine, seguendo qualche criterio logico. La stessa analisi di gruppi si applica in economia o nelle scienze sociali, cercando di identificare comparti separati dagli altri, e di stabilirne le relazioni con le altre unità. Lo potremmo fare anche con le religioni, stabilendo quale è più simile a quale, cercando di risolvere una “filogenesi” delle religioni. Ma in questo caso ci ritroveremmo con un problema pragmatico: sulla carta, ogni religione c’ha i suoi criteri e i le sue norme, ma poi nella vita reale ognuno se li adatta alle proprie convinzioni o ai propri interessi, nel tempo e nello spazio. A livello storico la stessa religione cambia continuamente: oggi difende la vita, domani la stermina. Ieri tortura, oggi amore, nel nome degli stessi principi. Ma anche in un preciso momento storico, una stessa religione con gli stessi dogmi e le stesse prospettive viene costantemente “adattata”, da parte delle singole persone o delle differenti società. Il dogma, la regola, la legge, il rito, viene aggiustato e interpretato secondo specifiche superstizioni, necessità, capacità, in funzione di un differente passato atavico o recente, in funzione di differenti speranze e di future convenienze. In questa contraddittoria “libera interpretazione” della religione, dove ognuno adatta il proprio Dio al suo volere, alle sue conoscenze, alle sue necessità, e alle sue priorità, non solo si genera una “continuità” delle religioni, che svaniscono le une nelle altre, ma si generano anche ibridi, spesso surreali o paradossali, dove le norme si mescolano forgiando assurde chimere e ipocrisie di tutte le forme e colori, inconsistenze storiche e geografiche, senza più confine tra sacro e profano, tra passato e presente, tra logica e follia, tra spiritualità e marketing. L’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza: confuso, ed estremamente incoerente.

Mistero della fede …

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santo-diego-armando-mbrunerLa specie umana è capace di vivere in ambienti estremamente differenti, anche e soprattutto in termini di qualità della vita: dal lusso alle baracche. Ci si abitua a tutto: in un senso è incredibilmente facile adeguarsi al comodo e addirittura al superfluo, nell’altro la forza indomabile della rassegnazione è capace di farci tollerare molto più del dovuto tollerabile. Ma anche nel più povero dei mondi, dal fango alle tendopoli, tra le pietre di un deserto senz’acqua o tra le latrine dei rigurgiti cosmopoliti, ci sono due cose che non mancano mai: una chiesa e un campo da calcio. Interpretazione numero uno: la religione e lo sport danno la forza di continuare e di andare avanti, di motivarsi, di non perdersi, di sopportare, di capire, di costruire, un esempio per credere in se stessi e negli altri. Interpretazione numero due: la religione e lo sport sono gli strumenti perfetti per fare accettare l’inaccettabile, per controllare le masse con meccanismi primordiali, per tenerle buone con false speranze o con placebo emozionali che prevengono un pericoloso sviluppo culturale, reprimono dignità e senso critico, e inducono i sudditi a sfogare dolori e frustrazioni su se stessi (la chiesa) o su altri come loro (il calcio) lasciando in pace governanti e istituzioni. A voi la scelta. In entrambi i casi, nella religione e nel calcio, si usa uno stesso linguaggio e, per non dover dare troppe spiegazioni, si ricorre a quella stessa risorsa psicologica che non chiede ragioni, logica, o garanzie: la fede.

Good night, and good luck

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joker1984E’ la prima volta forse che l’Italia precede gli Stati Uniti, invece di seguirne i cattivi esempi: Berlusconi è stato solo una prova preliminare, un episodio pilota, un esperimento in condizioni controllate, un bozzetto, per un modello che, ancora una volta e a grande scala, ha garantito la vittoria. Quando parlate con un italiano ricordate che avete più o meno il cinquanta per cento di probabilità di star parlando con una persona che ha appoggiato Silvio Berlusconi. Quando parlate con un cittadino degli Stati Uniti d’America ricordate che avete più o meno il cinquanta per cento di probabilità di star parlando con una persona che ha appoggiato Donald Trump. E’ la vittoria del medioevo, di un genere umano che, a fronte di pochi che avanzano il livello morale e culturale della specie, è fortemente caratterizzato da masse con capacità basiche ed emozioni paleolitiche. Non sono sicuro si possa dire che ha vinto il populismo: il voto è stato dato a una prospettiva sincera, franca, che non ha mentito, che non è ipocrita, che non è incoerente con se stessa. Il voto è stato dato coscientemente ad una forte e soprattutto ostentata difesa della sottocultura, dell’arroganza, della violenza, del sessismo, del razzismo, del classismo, del mondo delle donnette platinate e dei maschiotti palestrati ed arrivisti, delle armi, dello sfruttamento sociale, delle barriere, della repressione, dell’intolleranza ottusa e incolta. John Carlin parla di analfabetismo politico e irresponsabilità criminale: hanno messo un pazzo alla guida del manicomio. E si decide a toccare un argomento delicato: quando la massa vive di sottocultura e di istinti primordiali, si arriva a mettere in discussione la democrazia come il minore dei mali.

Tristo è quel discepolo …

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sad-leoIn genere si è sempre tutti d’accordo sul fatto che il sistema educativo non funziona. Risulta quasi impopolare affermare il contrario. In qualsiasi epoca e in qualsiasi nazione (o quasi) è regola generale dissentire con la struttura e l’organizzazione del sistema didattico. “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, si dice. L’esperienza comune suggerisce che il detto popolare, sprezzante e diretto, cinico e spietato, riesce effettivamente e spiegare una considerevole percentuale delle inefficienze e delle falle dei metodi educativi, e questo vale dalle scuole infantili alle cattedre accademiche delle nostre università. Brutto segno, perché la nostra specializzazione evolutiva è la cultura, e la cultura non è affare del singolo, ma della comunità. Non c’è cultura senza tradizione, non c’è saper fare senza saper insegnare. Bisogna comunque riconoscere che la diffidenza verso i sistemi educativi a volte raggiunge degli estremi che fanno mettere in dubbio le critiche, critiche che vengono proprio da coloro che sono stati formati seguendo quegli stessi criteri che, secondo loro, sono inefficienti. Non possiamo negare che con certa frequenza la docenza non è vocazione ma bensì ultima spiaggia per molti aspiranti lavoratori. Non possiamo nemmeno negare che spesso la responsabilità della docenza non è associata a una previa responsabilità di formazione professionale e pedagogica del docente. Ma non possiamo nemmeno negare che gli studenti non rappresentano in genere una sincera e ponderata fonte di critica: non hanno conoscenze sui metodi didattici, non hanno esperienza per il confronto, e di certo come norma non rappresentano anime avide di sapere, ma piuttosto di festa e di esperienze imberbi. L’essere poi l’obiettivo principale della sottocultura di massa, abituati a comunicare solo concetti  primigeni con monosillabi digitali, immersi in una prospettiva strutturata su calcio, sesso, e tavernello, non ne fa una controparte interessante per il dialogo. Poi abbiamo i genitori, che sono quelli che hanno generato i loro stessi figli, e che hanno generato quella stessa cultura che sta annichilendo le loro capacità di impegno sociale e professionale. Quegli stessi genitori che a volte vogliono essere famiglia ma senza rinunciare al loro individualismo, vogliono essere padri ma senza rinunciare alla loro carriera, cercano il riconoscimento sociale e evolutivo del loro status riproduttivo ma senza tutte le conseguenze del compromesso di una nuova vita, esigono il diritto del far figli ma poi chiedono alle istituzioni di intrattenerli per evitare di dover toglier tempo prezioso alla loro agenda. Quegli stessi genitori che non sono riusciti ad educare decentemente un essere umano e vogliono insegnare al docente come se ne educano mille. Infine ci sono le istituzioni e i governi, quelli che non vogliono problemi, e invece di proporre una prospettiva in funzione di conoscenze e di esperienza chiedono al cliente che tipo di prodotto vuole ricevere, per poi trasformare il circuito in un allevamento di nuovi elettori, garanzia di attuali consensi e riserva di introiti futuri. E il dibattito si centra sulle norme, sulle leggi, sulle regole, facendo finta di non sapere che il successo o il fallimento dipendono solo in parte dalle convenzioni amministrative. Quante volte abbiamo visto una buona legge applicata male, o una regola balorda che è riuscita a dar frutti grazie all’impegno di gente capace. Il successo o il fallimento di una proposta lo fanno, in primo luogo , le persone. Nel sistema educativo gli studenti criticano i loro docenti e i loro genitori, i docenti criticano gli studenti e i loro genitori, i genitori criticano i loro stessi figli e i loro docenti, e tutti insieme criticano le istituzioni, che fanno finta di starli a sentire per poi mettere pezze buone solo a spostare il problema alle seguenti generazioni di legislatori e di governanti. Se pensate che l’educazione costi troppo, vedrete quanto vi costerà l’ignoranza, diceva Derek Bok. Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, e chi non sa insegnare amministra, aggiungeva qualcuno allo spietato proverbio italico. E tutto questo in una stagione di campionato francamente deludente.

I colori della dignità

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I colori della dignitàIl concetto di razza in antropologia ha generato più problemi che soluzioni, mescolando questioni scientifiche e sociali, distanze genetiche e fattori morali. Iniziamo col chiarire dove si sovrappongono biologia e cultura e dove, invece, hanno davvero poco da condividere. La percezione della diversità è qualcosa di atavico che nasce con il concetto stesso di “gruppo sociale”, ma la misurazione e lo studio di questa diversità è invece un qualcosa molto più recente, e proprio di questa disciplina che chiamiamo antropologia, un campo dedicato a investigare la storia naturale del genere umano. Quantificare e classificare è stato da sempre l’obiettivo basico delle scienze naturali, soprattutto dopo quelle epoche di esplorazioni e di scoperte che ci hanno portato a curiosare attentamente in ogni angolo di questo pianeta. La diversità umana non poteva passare inosservata, e fu così che la nostra cultura occidentale iniziò un lungo (e sofferto) cammino di interpretazione di questa variabilità, mescolando con scarso successo e con molta confusione ragioni scientifiche, culturali, morali, legali, economiche e religiose. Opinioni, speculazioni e pregiudizi si mischiarono senza troppe regole né cautele, nel tentativo da parte di alcuni di riconoscere diritti e difendere la dignità, e di altri di difendere privilegi e mantenere la popolazione in una condizione di violenza tribale più facile da manipolare. Senza contare che la confusione come sempre risultò utile per nascondere e addirittura giustificare disturbi sociopatici e abusi incondizionati. La persecuzione dell’”altro” ha rappresentato sempre una buona scusa per scaricare le tensioni e l’aggressività di un gruppo, e quanto più “altro” quanto meglio si adatta al ruolo di capro espiatorio. Nel secolo sedicesimo le Leggi di Burgos dichiarano che gli indigeni hanno un’anima, e dopo molti anni arriveranno effettivamente ad avere addirittura dei diritti. Però nel mentre molta acqua è passata sotto i ponti, portando con sé una quantità impressionante di morti e perseguitati nel nome delle differenze razziali. E, nonostante i successi che abbiamo ottenuto in questo ultimo secolo, il problema è ancora molto lontano dall’avere una soluzione accettabile. [Continua a leggere l’articolo sulla Rivista del Centro Studi Città della Scienza]

Corpo a corpo

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1922 Beach Police Modesty CheckLe teorie recenti sul concetto di estensione cognitiva suggeriscono che la nostra “mente” sia un processo che nasce da una interazione tra cervello, corpo, e ambiente. Il processo cognitivo si basa fortemente sull’esperienza del corpo, interfaccia tra quello che c’è dentro e quello che c’è fuori. Il corpo non è solo un tramite passivo, una transizione organica, ma è espressione dei nostri processi cognitivi interni e allo stesso tempo è strumento di decodifica e interpretazione dei processi esterni. Il corpo rivela e allo stesso tempo plasma la struttura psicologica, quella sociale, e quella culturale. La forma in cui trattiamo il nostro corpo ci dice quindi molto di come vediamo noi stessi, e di come interpretiamo il mondo di cui facciamo parte. Da un lato il nostro corpo è testimone della nostra storia e della nostra percezione, dall’altro è il nostro codice per interpretare la realtà, la nostra unità di misura. Sentiamo con il corpo, viviamo con il corpo, ragioniamo con il corpo. Se tutto questo ha un’importanza cruciale nella comprensione di molti processi cognitivi, ce l’ha anche e soprattutto nell’interpretazione di molte prospettive individuali e sociali. Gli antropologi, i sociologi e gli psicologi si sono impegnati da sempre nel cercare di “leggere” passato e futuro sulla pelle della gente. Tatuarsi o perforarsi il corpo, soprattutto nei casi più estremi, non è solamente un messaggio sociale, ma è anche una alterazione dell’interfaccia organica tra dentro e fuori, che influisce su come ci vediamo, su come vogliamo che ci vedano, su come ci sentiamo, su come gli altri ci sentono.

I processi di integrazione culturale che stiamo vivendo e allo stesso tempo i cambiamenti sociali che stiamo sperimentando nella nostra società rappresentano un incredibile laboratorio sperimentale. Il ruolo femminile è stato da sempre particolarmente sensibile alle questioni sul corpo, e continua ad essere il testimone più palese delle sue trasformazioni. Da un lato abbiamo le donne islamiche che coprono integralmente o quasi il loro corpo, escludendolo dalla percezione sociale e sensoriale della comunità. Dall’altro abbiamo le nostre ragazzine occidentali, impegnate nell’ostentare chiappe e tette sin dalle prime tappe di differenziamento sessuale. Le prime minimizzano la visibilità della loro pelle e la partecipazione del loro corpo al contesto, negando al proprio corpo il diritto di esistere. Le altre massimizzano la sua importanza, esibendolo con spavalderia e cercando di superare costantemente la soglia di accettazione sociale. Il corpo delle une viene relegato all’oscurità e nascosto nelle tenebre, il corpo delle altre cerca le luci del palcoscenico e la gloria dello spettacolo. In entrambi i casi è un vincolo sociale: molte donne islamiche non verrebbero accettate dal loro branco se decidessero di mostrare il loro corpo, e molte ragazzine occidentali non verrebbero accettate dal loro branco se decidessero di non mostrarlo.

La ciliegina sulla torta, per psicologi, sociologi, e antropologi, viene dai recenti dibattiti estivi, forzati dalle condizioni climatologiche che conducono dal burka al tanga: le donne islamiche affermano che il dover nascondere il loro corpo non lo sentono come una privazione della libertà, e le ragazzine occidentali asseriscono che l’ostentazione di natiche e pacchetti genitali non ha nulla a che vedere con il sesso. Evidentemente qualsiasi repressione religiosa (e l’Islam in questo momento rappresenta l’esempio più estremo e preoccupante per la nostra cultura occidentale) si basa sulla negazione della libertà. E non c’è bisogno di un dottorato in antropologia per capire che l’ostentazione di pubi e deretani, in un gruppo di adolescenti europei come in uno di babbuini, rappresenta un messaggio sessuale vincolato alla gerarchia sociale. Nel bipensiero di George Orwell il Ministero della Pace si occupava di mantenere la nazione in un continuo stato di guerra, e il Ministero dell’Amore si occupava della repressione e della tortura. Siamo abituati al bipensiero nella politica, nelle amministrazioni, e nelle istituzioni. Ma quando è lo stesso popolo a nascondere le proprie debolezze e le proprie incoerenze nella negazione, vuol dire che si sta avvicinando un cambio sostanziale. E potrebbe non essere piacevole.