Sette in condotta

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Fino al secolo scorso quando un genitore andava a parlare con l’insegnante del figlio era il figlio che temeva il peggio. Adesso è l’insegnante. Ormai ad oggi studenti e genitori sono “clienti” dell’istituzione, e sono quindi cambiate le regole e i pesi delle relazioni. Ma, a parte questo aspetto comunque fondamentale, bisogna anche ammettere che nei decenni il corpo docente in generale non si è fatto una buona reputazione, perché a fronte di pochi crociati e missionari dell’insegnamento ci sono poi troppi imboscati che hanno intrapreso il cammino della docenza solo per portarsi a casa un salario senza sforzi eccessivi. Se aggiungiamo quelli che insegnano come ultima spiaggia per non essere riusciti a trovare uno spazio alternativo, e quelli che non hanno un minimo di capacità o di formazione pedagogica, arriviamo facilmente al famoso detto “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna” (il motto segue con un “ … e chi non sa insegnare amministra”, che è pure peggio, ma questa è un’altra storia). Allo stesso tempo, anche riconoscendo le colpe del sistema educativo, non dimentichiamo comunque che in molte culture (quella italiana e quella spagnola sono due esempi abbastanza vistosi) una percentuale considerevole della popolazione non riesce a fare bene il proprio lavoro perché è troppo impegnata a criticare il lavoro altrui. E da qui arriviamo a quell’altro aforisma nostrano che dice “è un peccato che tutti quelli che saprebbero come far funzionare il Paese siano troppo occupati a tagliare capelli o a servire caffè”. La sintesi è, crudelmente, sincera: un sistema educativo insufficiente e improvvisato che soffre le critiche di un sistema sociale superficiale e arrogante. Difficile prendere, come in tante altre situazioni, una posizione, parteggiando per una fazione o per l’altra. I genitori (spesso spalleggiati dal solito giornalismo irresponsabile, colluso e bottegaio) criticano le forme di insegnamento, i suoi schemi e i suoi principi. Ci dicono come si dovrebbe fare, proprio loro che stanno allevando le nuove generazioni di bambini-padroni, le nuove leve di adolescenti superficiali e boriosi che hanno come unica strategia quella di ottenere il massimo garantendo il minimo, di conquistare la vetta senza sforzo ma con poco impegno, di evitare di lottare quando è sufficiente esigere.

Adesso, sia come sia, ci sono solo due forme di interpretare questa situazione. Se è vero che gli insegnanti sono, in media, professionisti relativamente preparati, con un robusto bagaglio culturale e una solida formazione pedagogica, allora bisognerebbe seriamente rimettere questi genitori al loro posto, senza dare troppe spiegazioni a chi non è culturalmente in grado di comprenderle, o a chi comunque non ha voglia di valutarle. Ma invece se gli insegnanti sono, in media, improvvisati e rimediati approfittatori di salario di cui qualunque genitore, senza una competenza specifica, può capire le mancanze e le incompetenze, allora bisognerebbe decisamente ripensare i criteri di valutazione e di idoneità dei docenti.

Sicuramente ogni Paese avrà le sue medie e dovrebbe quindi fare i suoi calcoli per stabilire una strategia specifica finalizzata a migliorare la sua situazione educativa. Ma probabilmente se andiamo a vagliare caso per caso scopriamo che spesso le situazioni sono intermedie, e ci si trova di fronte a contesti ibridi dove si mischiano docenti incapaci e genitori ottusi, insegnanti eccellenti e genitori eccezionali. In questi casi valgono le stesse considerazioni, anzi valgono il doppio, perché bisognerebbe portare avanti allo stesso tempo le due prospettive: gli insegnanti eccellenti dovrebbero strigliare con forza i genitori mediocri, e i genitori esemplari dovrebbero esigere il licenziamento dei docenti inetti. Tutto questo, evidentemente, se si vuole riconoscere l’importanza dell’educazione nella struttura culturale di una nazione, e nel suo percorso di sviluppo morale e tecnologico. Se invece si vuole solamente utilizzare l’educazione per fare un pó di mercato locale, vendendo formazione posticcia a un pubblico di consumatori egocentrici e compulsivi, e rimediando di passo posti di lavoro scadenti ma comunque remunerati e soprattutto utili per collocare le eccedenze di laureati di tutte le leghe, allora non bisogna fare nulla, andiamo bene così. Ah, comunque in questo secondo caso, volendo essere coerenti, bisognerebbe rispettare una postilla: accettando questa seconda strategia non è permesso, poi, lamentarsi delle conseguenze.

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Testa o croce

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L’Enciclopedia Treccani definisce così il Conformismo: tendenza a conformarsi, anche solo in apparenza, a dottrine, usi, opinioni prevalenti socialmente e politicamente. Il conformista tende infatti a fare proprie, in modo passivo, le dottrine politiche e religiose seguite dalla maggioranza dei componenti del gruppo cui appartiene. In senso più ampio, il conformismo è visto come accezione negativa di chi si adatta facilmente alle opinioni o agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi è al potere.

L’aggettivo “passivo” indica una certa inerzia e forse una mancanza di capacità critica, ma invece il dettaglio della “apparenza” ci suggerisce scelte autonome, e ineluttabilmente ipocrite. La definizione di prospettive “prevalenti” poi ci conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che stiamo parlando di un qualcosa che riguarda la maggior parte della popolazione. Curioso allora che il termine venga apertamente riconosciuto come “accezione negativa“, associandolo alla norma e alla media. Il conformismo è quindi una sorta di colpa comune, e la sua stessa definizione è una implicita ammissione di colpevolezza: la massa si conforma, e questo è un dato di fatto universalmente accettato ma moralmente discutibile.

Sappiamo che il progresso di una cultura e di una società si gioca su un equilibrio sottile tra accettare e rifiutare le regole: se si eccede in un senso o nell’altro si va incontro, comunque, alla barbarie e al crollo delle strutture sociali e culturali. Il genere umano non è sufficientemente capace di gestire questo processo in una misura efficiente, e alla fine non ci resta che procedere a salti, spesso violenti e traumatici, alternando periodi di eccessiva stasi e repressione a periodi di eccessivo caos e rivoluzione. In tutti i casi quelli che si conformano non devono prendere scelte e decisioni troppo complesse, essendo l’unica decisione importante quella di assumere il peso della croce e tirare avanti. Decisione che spesso viene presa inconsciamente, senza scomodare la riflessione o la capacità di scelta autonoma. Ma invece quelli che non si conformano, quelli che scelgono di usare la propria testa per valutare, considerare, opinare, riflettere, e quindi criticamente scegliere, si troveranno costantemente di fronte a cammini alternativi, ogni volta con tutte le difficoltà del caso. E il primo bivio sarà dover scegliere la propria affiliazione, il campo di gioco, e una strategia.

E qui ci sono in principio due possibilità, totalmente opposte, anche se è curioso come quasi sempre se ne consideri solo una, emozionalmente, intellettualmente, e razionalmente. La prima opzione, quella innata, istintiva, talmente istintiva da risultare spesso la unica, è quella di non conformarsi e dunque cambiare le cose. Rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Se il sistema ha dei problemi, qualcuno deve aggiustarli. Che sia con pezze quotidiane o con immani rivoluzioni, se il sistema lo sta facendo male allora bisogna operare perché lo possa fare meglio. La seconda opzione, quella che in genere non viene nemmeno considerata se non per causa di forza maggiore, e totalmente opposta: se un sistema non funziona, allora vado ad apportare il mio contributo ad un altro sistema che funziona meglio, per promuoverlo e dargli più possibilità e più forza. Ovvero, premiare e aiutare chi lo sta facendo bene (o per lo meno chi lo sta facendo secondo un criterio che a me sembra almeno migliore). La differenza tra le due strategie è abbastanza drastica. Decidere di aggiustare un modello difettoso o al contrario promuovere un modello distinto e più adeguato. Questa seconda scelta è quella che abbiamo fatto noi che siamo andati a vivere e a lavorare in un altro posto, ed è anche la scelta che fanno quelli che lasciano una istituzione per unirsi ad un’altra, o quelli che decidono di abbandonare una ideologia perché non è più attuale, o di allontanarsi dagli amici di sempre perché ormai le strade sono troppo distanti. Tutte scelte che spesso vengono associate al “coraggio”, il coraggio di cambiare, il coraggio di non conformarsi. In genere, scelte e decisioni sempre si associano al coraggio. Ma in realtà non c’è motivo per pensare che una strategia sia più coraggiosa di un’altra. Anche scegliere di dedicare (e a volte sprecare) la propria vita nell’intento di recuperare il sistema scassato richiede coraggio. Anche il non-scegliere richiede coraggio. L’importante è che sia una scelta consapevole, e non dettata dal conformismo, dall’inerzia, dalle emozioni, o da false speranze di un cambiamento che prima o poi arriverà da solo, e che alla fine non arriva mai.

Non nascondo comunque, in questo dibattito tra le due strategie, di essere di parte. L’evoluzione suggerisce che, in genere e a lungo raggio,  la forma più efficiente di migliorare le cose è premiare chi lo fa bene, e non mettere le pezze a situazioni arrangiate e senza troppa garanzia di successo. “Più efficiente” vuol dire che ha più probabilità di riuscire, che gli effetti sono più veloci, e che il rendimento (costi/benefici) è migliore. Ovvero, mettere le pezze in genere non funziona, richiede troppo tempo, e costa troppo considerando poi i magri risultati. C’è`poi il fattore personale: viviamo vite brevi e molto puntuali, che in genere non danno tempo o spazio per portare avanti progetti colossali. Se è vero che abbiamo solo una vita, dovremmo avere la responsabilità di usarla bene, indipendentemente da quale sia l’obiettivo. Infine c’è il fattore sociale: in una democrazia, e se uno vuole credere nella democrazia, una società ha il diritto di scegliere, anche di scegliere di affondare. Quando le cose vanno male in genere non è per cattiva sorte, ma perché la società ha deciso, più o meno consapevolmente, di andare in una certa direzione. Democraticamente, possiamo offrire alternative, ma non obbligarle ad accettarle.

Sia come sia, quando l’organismo non si sente integrato in un ambiente deve prendere una decisione, attiva o passiva. E adattarsi (conformarsi) o emigrare sono da sempre le uniche due strade possibili dell’evoluzione. La terza è l’estinzione.

Nell’occhio dell’orango

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Luca Fiorenza (Roma, 1975) insegna anatomia e evoluzione umana alla Monash University di Melbourne, Australia, e fa ricerca soprattutto su denti e paleodieta. Antropologo, primatologo, e viaggiatore, ha appena aperto la sua pagina web di fotografia, Luca Fiorenza Photography, con immagini impressionanti soprattutto di fauna e di paesaggi. Ci racconta qualcosa sulla fotografia in questa intervista …

Che cos’è che ti fa decidere di voler fotografare una scena, un oggetto, una persona?

Dipende tutto dal contesto, se si ha un idea ben precisa di quello che si vuole fotografare, e dipende soprattutto dalla storia che vuoi raccontare. In questi casi, al di là del soggetto, è importante anche la scelta della luce e quella dell’obiettivo. Puoi usare lo stesso soggetto ma inquadrarlo da un’angolatura differente, oppure scegliere di fotografare in pieno giorno o durante le ore notturne. Questa strategia funziona benissimo nella landscape photography, dove si ha tutto il tempo di scegliere il soggetto e decidere quale obiettivo usare (in genere un grandangolo) ed in quale ora del giorno (o della notte) fotografare. Ovviamente questi principi valgono meno nella street phototography, dove generalmente non hai tempo di decidere tutti questi parametri, e devi essere pronto a catturare la scena, la persona, l’oggetto più interessante. Forse è per questa ragione che preferisco fotografare paesaggi …

Fotografi e internet: opinioni e suggerimenti su come decidere se mettere online foto ad alta o bassa risoluzione.

Oggi, la fotografia rappresenta la forma d’arte più comune del pianeta. Tutti hanno una macchina fotografica, che non deve necessariamente essere professionale e costosa; basta uno smartphone per fare una buona foto. Si è passati quindi da un mondo d’élite dove nel villaggio di turno c’erano un dottore ed un fotografo, ad oggi dove anche la nonnina di 90 anni scatta la foto ai suoi nipoti con un telefono cellulare. Siamo quindi in un periodo saturo di fotografia e probabilmente di fotografi. Se si vuole emergere in questo mondo, bisogna sviluppare un proprio stile personale, cercare di essere differenti, raggiungendo il più alto numero di persone possibile. In questi casi internet rappresenta un elemento essenziale, specialmente se si è alle prime armi. Social media come Facebook o Instagram possono essere utilizzati per farsi pubblicità e condividere le proprie foto con amici ed amici degli amici. Ci sono anche altri siti dove si possono mettere foto ad alta risoluzione come smugmug, squarespace o 500px, e creare il proprio portfolio. In particolare, questi siti permettono di togliere la funzione di salvare l’immagine al computer cliccando sul tasto destro. Si possono anche inserire i cosiddetti “watermarks” che vengono superimposti sull’immagine per proteggerla. Io personalmente preferisco guardare, osservare, un’immagine a pieno schermo, piuttosto che una pixelata a bassa risoluzione. Quindi suggerisco di utilizzare siti che permettono di caricare immagini ad alta risoluzione, anche per far risaltare la bellezza delle foto, cosa difficile con immagini a bassa risoluzione.

Un consiglio a chi si avvicina alla fotografia digitale …

Un consiglio generale è quello di iniziare con una macchina fotografica (non necessariamente una reflex) base e con un ottica con zoom entry-level, senza dover spendere molto. In questo modo, l’avere un obiettivo che può lavorare con più di una lunghezza focale, ci da la possibilità di esplorare che tipo di fotografia ci piace di più. Solo in un secondo momento, quando si è fatta un po’ di pratica, e magari si è sviluppata una preferenza per un genere fotografico, come quello architettonico oppure ritratti, si può scegliere un’ottica più specifica ed adatta al tipo di fotografia si vuole intraprendere. Un altro consiglio è quello di iniziare a familiarizzare con software per l’elaborazione digitale delle foto, dove si può trasformare una foto decente in un piccolo capolavoro. Infine, il mio ultimo consiglio, è quello di portarsi la fotocamera con se in ogni occasione, e fare più pratica possibile. Quante volte ci siamo rammaricati di aver perso l’opportunità di fotografare un momento “magico” perché’ non avevamo la macchina fotografica con noi?

 

 

Onda d’urto

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Viviamo ogni attentato come se fosse il primo, e sperando ottusamente che sarà l’ultimo. Dimentichiamo che l’essere umano si dedica al massacro da sempre, è una delle sue specialità più caratteristiche, marchio di fabbrica di tutta la sua storia evolutiva. L’essere umano è una scimmia aggressiva, possessiva, e assassina, non è una novità, né una visione pessimistica, ma una constatazione etologica. L’Europa moderna, questa degli ultimi decenni, è una eccezione a migliaia di anni di brutale violenza, e per questo dimentichiamo facilmente quel nostro passato recente di stermini e esecuzioni. Facciamo anche finta di non sapere che, comunque, la violenza e lo sterminio ancora rappresentano l’attualità umana in gran parte del pianeta. La novità di questa nuova ondata di attentati è che non fa parte di uno schema o di una strategia vera e propria, ma semplicemente sfrutta il potenziale endogeno di disturbati mentali intrinseco di ogni società. Chiamiamo impropriamente “terroristi” semplici squilibrati, che cercavano solo una scusa qualunque per tirare fuori il loro disagio. Probabilmente lo avrebbero fatto lo stesso, pestando qualcuno a morte in una discoteca o uccidendo qualche familiare, ma in questo caso si sentono giustificati e motivati da una posticcia ideologia politica e religiosa. E, soprattutto, si sentono ricompensati. Quale è la più grande soddisfazione di uno squilibrato se non quella di vedersi celebrare da tutta una nazione? Ancora meglio: sentirsi riconosciuto e temuto da tutto il suo odiato mondo occidentale, quel mondo che non l’ha mai capito e che lo ha sempre emarginato. Si sta continuamente ripetendo, con toni sempre più seri e nervosi, direttamente o con giri di parole, che il peggio che possiamo fare è dare pubblicità e trionfo a questa ottusa violenza. Ma niente, il giornalismo fa finta di non sentire. Non ci vuole un dottorato in comunicazione sociale per capire che l’esplosione mediatica è l’unico vero scopo di questo terrorismo casareccio fatto di mentecatti sciolti, ma sembra proprio che il giornalismo non voglia tenere in conto questa responsabilità. A ogni attentato tutti i canali televisivi, tutte le radio, tutti i giornali, si dedicano integralmente a omaggiare il trionfo delle barbarie. Gli stessi mezzi di comunicazione che normalmente campano vendendo il circo squallido della sottocultura di mercato (calcio, sesso, e gossip) per qualche settimana diventano palcoscenico incondizionato del trionfo insano della violenza. I palinsesti vengono stravolti per offrire una presenza incessante dei dettagli e delle sfumature. Dettagli e sfumature che spesso non hanno nessuna importanza e nessun interesse, se non quello di offrire un intrattenimento macabro al pubblico, ma soprattutto di fornire uno stimolo utile a rinforzare l’ego del prossimo sconvolto che sta valutando l’opzione di immolarsi per avere il suo momento di gloria e di rivendicazione. I giovani sciacalli dell’informazione utilizzano la barbarie per farsi un nome, e i vecchi avvoltoi dei gabinetti di redazione la promuovono per vendere il prodotto ad una società notoriamente morbosa e tribale. E quelli che si trovano nella corrente non fanno altro che seguire il gregge e il suo mercato, per non restare indietro, per non esserne esclusi. Molti usano l’informazione per migliorare la struttura sociale e morale della nostra cultura, e qualcuno addirittura ci muore dietro a questo scopo. Ma, complessivamente, il giornalismo resta uno dei grandi problemi della nostra società. Decide cosa è importante e cosa non lo è, decide cosa si deve sapere ma soprattutto cosa si deve ignorare, orienta scelte ed emozioni delle masse, manipola la loro percezione e le loro conoscenze, marca il passo del mercato, e sfrutta le debolezze del branco per fini politici ed economici. Nel caso specifico degli attentati e di questo terrorismo psicotico, la sua responsabilità è immensa. Niente di nuovo, solo che è triste dover riconoscere che continua ad ucciderne più la penna che non la spada.

Oltre la nube

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Il folle e il genio, dipende da che parte cade la moneta. Vedono (o credono di vedere) relazioni che gli altri non possono vedere. Si fanno domande che gli altri non possono capire. Il cammino è comunque solitario, satelliti di quella periferia della cognizione dove la distanza dalle medie genera incompatibilità. Forse la differenza tra genio e follia sta solo nel risultato: nel primo caso si raggiunge, nel secondo no. Ma questo, gli altri, non lo sapranno mai. In realtà la differenza tra genio e follia non la fa il genio o il folle, la fa la gente, la fanno gli altri. Come la bellezza, genio e follia stanno negli occhi di chi guarda. Forse non sappiamo quali siano le vere differenze tra il folle e il genio, ma sappiamo invece con certezza quello che spesso condividono: isolamento, e spesso condanna. La sentenza tra follia e genialità dipende dal giudizio della società, ed è quindi sensibile alle debolezze e alle incoerenze della tribù. Troppi folli sono diventati geni decenni o secoli dopo la loro persecuzione da parte di una società che da sempre ammette solo deviazioni minime, e giudica dal basso della sua condizione tribale e scimmiesca qualsiasi allontanamento che metta in dubbio le ragioni del branco. Il genio diventa folle quando le sue ragioni non sono più compatibili con i bisogni del clan. Il folle diventa genio quando il clan ne riconosce una utilità per se stesso. In entrambi i casi, è sempre e comunque la società che stipula il confine tra genio e follia, ma che in entrambi i casi, comunque, prende le distanze. Una società che cambia i suoi parametri e i suoi  bisogni, senza vincolo di coerenza o di onestà, folle oggi, genio domani. In entrambi i casi, aspettando come tutti l’inevitabile oblio e oscillando tra gloria ed esilio, il genio e il folle continueranno il loro cammino solitario, con la sola compagnia della loro propria ombra a ricordargli continuamente la colpa di un peccato altrui.

Un loco
Antonio Machado

Es una tarde mustia y desabrida
de un otoño sin frutos, en la tierra
estéril y raída
donde la sombra de un centauro yerra.

Por un camino en la árida llanura,
entre álamos marchitos,
a solas con su sombra y su locura
va el loco, hablando a gritos.

Lejos se ven sombríos estepares,
colinas con malezas y cambrones,
y ruinas de viejos encinares,
coronando los agrios serrijones.

El loco vocifera
a solas con su sombra y su quimera.
Es horrible y grotesca su figura;
flaco, sucio, maltrecho y mal rapado,
ojos de calentura
iluminan su rostro demacrado.

Huye de la ciudad… Pobres maldades,
misérrimas virtudes y quehaceres
de chulos aburridos, y ruindades
de ociosos mercaderes.

Por los campos de Dios el loco avanza.
Tras la tierra esquelética y sequiza,
rojo de herrumbre y pardo de ceniza,
hay un sueño de lirio en lontananza.

Huye de la ciudad. ¡El tedio urbano!
Carne triste y espíritu villano.
No fue por una trágica amargura
esta alma errante desgajada y rota;
purga un pecado ajeno: la cordura,
la terrible cordura del idiota.

 

Ubi minor …

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Spesso si dice che da vecchi si torna bambini, facendo riferimento soprattutto alla disconnessione e all’isolamento con la realtà, e alla perdita di autonomia. Sappiamo bene che non è così, perché l’isolamento della vecchiaia nasce dalle incompatibilità generazionali tra culture tanto prossime come distanti, e che la mancanza di autonomia si deve a un processo di degrado, non di formazione. Ma soprattutto la visione romantica del vecchio-bambino dimentica un fatto cruciale: in genere quasi tutti smaniano per poter prendersi cura di un bambino, e quasi nessuno anela farlo per un anziano. La riproduzione, il far figli, è l’ultimo grande baluardo dell’uomo-scimmia: possiamo vantare logica e raziocinio, ma l’impulso riproduttivo annichilisce qualsiasi capacità razionale. O forse, semplicemente, rivela tutto quel substrato che razionale non è, e che in molti casi ancora domina pensieri ed emozioni, nascosto dai nostri codici più complessi. Siamo umani quando si tratta di far calcoli o produrre tecnologia, ma al momento riproduttivo siamo solo mammiferi tra i mammiferi. E’ un principio talmente primordiale che le religioni lo utilizzano come base strutturale, sapendo di potersi appoggiare su un pilastro che non cederà mai. La riproduzione è di fatto ancora un tabù, anche nelle culture più aperte, uno di quegli argomenti che non accettano dissidi o commenti dissonanti, o al contrario uno di quegli argomenti che con facilità mette tutti d’accordo, mescolando demagogia e istinti atavici. Sappiamo per esempio che una adozione richiede una fase di scrutinio profonda e inflessibile, mentre per un semplice “fai-da-te”, che si conclude con lo stesso risultato (la responsabilità di allevare un cucciolo umano) non sono richieste garanzie di nessun tipo, e una sbronza ben piazzata già è sufficiente per iniziare il percorso. Anche a livello personale o professionale, la “voglia” di avere un figlio è un diritto che non prevede eccezioni, per uomini e per donne, anche quando palesemente incompatibile con i molti limiti delle nostre vite moderne, a livello economico o sociale, a livello personale o generazionale. E’ anche curioso come spesso le coppie parlino di voler “tenere un bambino”, dimenticando che in pochi anni quel bambino sarà una persona, e le regole dovranno cambiare profondamente. Non c’è niente da fare, suona a giocattolo, quasi a capriccio, o a rivalsa. Si esige in base alla “voglia di”, dimenticando che quello che è in gioco non è solamente la propria vita, ma una vita altrui. Da qui a situazioni estreme come quelle di chi, non potendo avere un figlio “suo” tramite metodi diciamo naturali, non ne vuole sapere di dare una mano a uno dei milioni di figli abbandonati alla miseria e dalla miseria di qualcun altro (facendo una distinzione di sangue basata su un principio di identità biologica e molecolare come farebbe inconsciamente un cinghiale o una medusa) e si presta ad un mercato squallido e spesso illegale, quando non addirittura immorale, per avere un proprio clone a garanzia della propria, fasulla e incoerente, immortalità.

Fatto sta, che quasi tutti vogliono prendersi cura di un bambino, ma quasi nessuno vuole prendersi cura di un anziano, anche se spesso si tratta esattamente delle stesse attenzioni, delle stesse cautele, della stessa dedicazione, e in pura teoria dello stesso amore. E’ infrequente che i figli abbiano per i padri le stesse attenzioni che hanno ricevuto da loro tanti anni prima, ed è difficile che i figli restituiscano ai genitori quell’amore che i genitori gli hanno dato in vita. Ma non è un furto, è solo un prestito: lo reinvestiranno a loro volta nei loro figli, da cui nemmeno loro probabilmente lo riceveranno indietro.

Dr. Lucignolo

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La situazione della ricerca e delle università sta arrivando velocemente al collasso. Le menti più dedicate e produttive non trovano un salario, le istituzioni sono spesso intasate da amministrazioni e geopolitiche tribali, la ricerca è subordinata al procacciamento di fondi fine a se stesso, e i pochi contratti disponibili dipendono quasi esclusivamente dalle abilità di marketing e di relazione dei supposti scienziati in carriera. Le università sono aziende dedite all’accaparramento di matricole paganti a cambio di un servizio da centro vacanze inclusivo di notti brave e, per i più volenterosi, di un pacchetto da istruzione da liceo. Il fatto che in molti paesi occidentali (due a caso: Italia e Spagna) la cultura generale si limiti al circo e al glamour, non aiuta, e non si può inoltre negare che potendo escludere (o almeno ridurre) corruzione e fancazzismi di tutte le fazioni la situazione universitaria migliorerebbe sensibilmente. Ma dobbiamo anche riconoscere che, con tutta probabilità e a livello internazionale, ci siamo messi da tempo a generare una pericolosa “bolla speculativa accademica”, simile a quelle più famose delle banche e dei palazzinari. Il benessere generale ha esonerato in molti dalla stretta necessità di una formazione rigorosa, inducendo un rilassamento dei filtri sociali, delle dinamiche del lavoro, e in genere delle capacità culturali che vincolano gli aspetti professionali (la preparazione) a quelli lavorativi (i salari). In molti non hanno una urgenza estrema di lavoro o di guadagno, le pensioni e gli introiti delle generazioni precedenti sopportano il peso, e il percorso universitario è diventato un cammino dovuto, senza garanzie ma anche senza impegno, buono per far tempo e per sognar d’essere, un giorno, aviatori o poeti. Il sistema capitalistico ha risposto velocemente, e ha approfittato innescando i meccanismi del mercato, trasformando gli studenti in clienti, le università in villaggi vacanze, la ricerca e la cultura in dépliant. Interessante esperimento sociologico, come sempre, l’Australia, dove una delle entrate economiche principali è l’educazione accademica, la vendita di corsi universitari al mercato asiatico e americano, una entrata che compete quasi solo con quelle dell’industria e delle miniere. In molti campus la spesa principale è … il “landscaping”, ovvero il disegno architettonico del complesso per soddisfare le necessità edonistiche dello studente-cliente che, come nei motori di ricerca turistici, mette poi le stelline alle infrastrutture, ai corsi, o ai professori, orientando le scelte dei futuri villeggianti. I docenti hanno consulenti che li guidano sulla preparazione delle lezioni, per aumentare i “likes” dei giovani acquirenti. Curiosamente, l’Australia è anche il paese che meno investe in educazione accademica (peggio c’è solo il Giappone): il governo non caccia un soldo, e le aziende-università tirano delle vendite del prodotto, ovvero delle matricole. Una vera e propria bolla, appunto come quella delle banche e dei palazzinari, con una speculazione che aumenta esponenzialmente il circolo di un denaro che non c’è, generando in questo caso una richiesta esponenziale di posti di lavoro che non esistono, e che non esisteranno mai. E, come si faceva con gli indiani e con gli aborigeni, anche con gli studenti c’è un modo per farli stare buoni mentre uno fa cassa: la bottiglia piena. Funziona sempre.