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Viviamo ogni attentato come se fosse il primo, e sperando ottusamente che sarà l’ultimo. Dimentichiamo che l’essere umano si dedica al massacro da sempre, è una delle sue specialità più caratteristiche, marchio di fabbrica di tutta la sua storia evolutiva. L’essere umano è una scimmia aggressiva, possessiva, e assassina, non è una novità, né una visione pessimistica, ma una constatazione etologica. L’Europa moderna, questa degli ultimi decenni, è una eccezione a migliaia di anni di brutale violenza, e per questo dimentichiamo facilmente quel nostro passato recente di stermini e esecuzioni. Facciamo anche finta di non sapere che, comunque, la violenza e lo sterminio ancora rappresentano l’attualità umana in gran parte del pianeta. La novità di questa nuova ondata di attentati è che non fa parte di uno schema o di una strategia vera e propria, ma semplicemente sfrutta il potenziale endogeno di disturbati mentali intrinseco di ogni società. Chiamiamo impropriamente “terroristi” semplici squilibrati, che cercavano solo una scusa qualunque per tirare fuori il loro disagio. Probabilmente lo avrebbero fatto lo stesso, pestando qualcuno a morte in una discoteca o uccidendo qualche familiare, ma in questo caso si sentono giustificati e motivati da una posticcia ideologia politica e religiosa. E, soprattutto, si sentono ricompensati. Quale è la più grande soddisfazione di uno squilibrato se non quella di vedersi celebrare da tutta una nazione? Ancora meglio: sentirsi riconosciuto e temuto da tutto il suo odiato mondo occidentale, quel mondo che non l’ha mai capito e che lo ha sempre emarginato. Si sta continuamente ripetendo, con toni sempre più seri e nervosi, direttamente o con giri di parole, che il peggio che possiamo fare è dare pubblicità e trionfo a questa ottusa violenza. Ma niente, il giornalismo fa finta di non sentire. Non ci vuole un dottorato in comunicazione sociale per capire che l’esplosione mediatica è l’unico vero scopo di questo terrorismo casareccio fatto di mentecatti sciolti, ma sembra proprio che il giornalismo non voglia tenere in conto questa responsabilità. A ogni attentato tutti i canali televisivi, tutte le radio, tutti i giornali, si dedicano integralmente a omaggiare il trionfo delle barbarie. Gli stessi mezzi di comunicazione che normalmente campano vendendo il circo squallido della sottocultura di mercato (calcio, sesso, e gossip) per qualche settimana diventano palcoscenico incondizionato del trionfo insano della violenza. I palinsesti vengono stravolti per offrire una presenza incessante dei dettagli e delle sfumature. Dettagli e sfumature che spesso non hanno nessuna importanza e nessun interesse, se non quello di offrire un intrattenimento macabro al pubblico, ma soprattutto di fornire uno stimolo utile a rinforzare l’ego del prossimo sconvolto che sta valutando l’opzione di immolarsi per avere il suo momento di gloria e di rivendicazione. I giovani sciacalli dell’informazione utilizzano la barbarie per farsi un nome, e i vecchi avvoltoi dei gabinetti di redazione la promuovono per vendere il prodotto ad una società notoriamente morbosa e tribale. E quelli che si trovano nella corrente non fanno altro che seguire il gregge e il suo mercato, per non restare indietro, per non esserne esclusi. Molti usano l’informazione per migliorare la struttura sociale e morale della nostra cultura, e qualcuno addirittura ci muore dietro a questo scopo. Ma, complessivamente, il giornalismo resta uno dei grandi problemi della nostra società. Decide cosa è importante e cosa non lo è, decide cosa si deve sapere ma soprattutto cosa si deve ignorare, orienta scelte ed emozioni delle masse, manipola la loro percezione e le loro conoscenze, marca il passo del mercato, e sfrutta le debolezze del branco per fini politici ed economici. Nel caso specifico degli attentati e di questo terrorismo psicotico, la sua responsabilità è immensa. Niente di nuovo, solo che è triste dover riconoscere che continua ad ucciderne più la penna che non la spada.

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