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Spesso si dice che da vecchi si torna bambini, facendo riferimento soprattutto alla disconnessione e all’isolamento con la realtà, e alla perdita di autonomia. Sappiamo bene che non è così, perché l’isolamento della vecchiaia nasce dalle incompatibilità generazionali tra culture tanto prossime come distanti, e che la mancanza di autonomia si deve a un processo di degrado, non di formazione. Ma soprattutto la visione romantica del vecchio-bambino dimentica un fatto cruciale: in genere quasi tutti smaniano per poter prendersi cura di un bambino, e quasi nessuno anela farlo per un anziano. La riproduzione, il far figli, è l’ultimo grande baluardo dell’uomo-scimmia: possiamo vantare logica e raziocinio, ma l’impulso riproduttivo annichilisce qualsiasi capacità razionale. O forse, semplicemente, rivela tutto quel substrato che razionale non è, e che in molti casi ancora domina pensieri ed emozioni, nascosto dai nostri codici più complessi. Siamo umani quando si tratta di far calcoli o produrre tecnologia, ma al momento riproduttivo siamo solo mammiferi tra i mammiferi. E’ un principio talmente primordiale che le religioni lo utilizzano come base strutturale, sapendo di potersi appoggiare su un pilastro che non cederà mai. La riproduzione è di fatto ancora un tabù, anche nelle culture più aperte, uno di quegli argomenti che non accettano dissidi o commenti dissonanti, o al contrario uno di quegli argomenti che con facilità mette tutti d’accordo, mescolando demagogia e istinti atavici. Sappiamo per esempio che una adozione richiede una fase di scrutinio profonda e inflessibile, mentre per un semplice “fai-da-te”, che si conclude con lo stesso risultato (la responsabilità di allevare un cucciolo umano) non sono richieste garanzie di nessun tipo, e una sbronza ben piazzata già è sufficiente per iniziare il percorso. Anche a livello personale o professionale, la “voglia” di avere un figlio è un diritto che non prevede eccezioni, per uomini e per donne, anche quando palesemente incompatibile con i molti limiti delle nostre vite moderne, a livello economico o sociale, a livello personale o generazionale. E’ anche curioso come spesso le coppie parlino di voler “tenere un bambino”, dimenticando che in pochi anni quel bambino sarà una persona, e le regole dovranno cambiare profondamente. Non c’è niente da fare, suona a giocattolo, quasi a capriccio, o a rivalsa. Si esige in base alla “voglia di”, dimenticando che quello che è in gioco non è solamente la propria vita, ma una vita altrui. Da qui a situazioni estreme come quelle di chi, non potendo avere un figlio “suo” tramite metodi diciamo naturali, non ne vuole sapere di dare una mano a uno dei milioni di figli abbandonati alla miseria e dalla miseria di qualcun altro (facendo una distinzione di sangue basata su un principio di identità biologica e molecolare come farebbe inconsciamente un cinghiale o una medusa) e si presta ad un mercato squallido e spesso illegale, quando non addirittura immorale, per avere un proprio clone a garanzia della propria, fasulla e incoerente, immortalità.

Fatto sta, che quasi tutti vogliono prendersi cura di un bambino, ma quasi nessuno vuole prendersi cura di un anziano, anche se spesso si tratta esattamente delle stesse attenzioni, delle stesse cautele, della stessa dedicazione, e in pura teoria dello stesso amore. E’ infrequente che i figli abbiano per i padri le stesse attenzioni che hanno ricevuto da loro tanti anni prima, ed è difficile che i figli restituiscano ai genitori quell’amore che i genitori gli hanno dato in vita. Ma non è un furto, è solo un prestito: lo reinvestiranno a loro volta nei loro figli, da cui nemmeno loro probabilmente lo riceveranno indietro.

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