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La situazione della ricerca e delle università sta arrivando velocemente al collasso. Le menti più dedicate e produttive non trovano un salario, le istituzioni sono spesso intasate da amministrazioni e geopolitiche tribali, la ricerca è subordinata al procacciamento di fondi fine a se stesso, e i pochi contratti disponibili dipendono quasi esclusivamente dalle abilità di marketing e di relazione dei supposti scienziati in carriera. Le università sono aziende dedite all’accaparramento di matricole paganti a cambio di un servizio da centro vacanze inclusivo di notti brave e, per i più volenterosi, di un pacchetto da istruzione da liceo. Il fatto che in molti paesi occidentali (due a caso: Italia e Spagna) la cultura generale si limiti al circo e al glamour, non aiuta, e non si può inoltre negare che potendo escludere (o almeno ridurre) corruzione e fancazzismi di tutte le fazioni la situazione universitaria migliorerebbe sensibilmente. Ma dobbiamo anche riconoscere che, con tutta probabilità e a livello internazionale, ci siamo messi da tempo a generare una pericolosa “bolla speculativa accademica”, simile a quelle più famose delle banche e dei palazzinari. Il benessere generale ha esonerato in molti dalla stretta necessità di una formazione rigorosa, inducendo un rilassamento dei filtri sociali, delle dinamiche del lavoro, e in genere delle capacità culturali che vincolano gli aspetti professionali (la preparazione) a quelli lavorativi (i salari). In molti non hanno una urgenza estrema di lavoro o di guadagno, le pensioni e gli introiti delle generazioni precedenti sopportano il peso, e il percorso universitario è diventato un cammino dovuto, senza garanzie ma anche senza impegno, buono per far tempo e per sognar d’essere, un giorno, aviatori o poeti. Il sistema capitalistico ha risposto velocemente, e ha approfittato innescando i meccanismi del mercato, trasformando gli studenti in clienti, le università in villaggi vacanze, la ricerca e la cultura in dépliant. Interessante esperimento sociologico, come sempre, l’Australia, dove una delle entrate economiche principali è l’educazione accademica, la vendita di corsi universitari al mercato asiatico e americano, una entrata che compete quasi solo con quelle dell’industria e delle miniere. In molti campus la spesa principale è … il “landscaping”, ovvero il disegno architettonico del complesso per soddisfare le necessità edonistiche dello studente-cliente che, come nei motori di ricerca turistici, mette poi le stelline alle infrastrutture, ai corsi, o ai professori, orientando le scelte dei futuri villeggianti. I docenti hanno consulenti che li guidano sulla preparazione delle lezioni, per aumentare i “likes” dei giovani acquirenti. Curiosamente, l’Australia è anche il paese che meno investe in educazione accademica (peggio c’è solo il Giappone): il governo non caccia un soldo, e le aziende-università tirano delle vendite del prodotto, ovvero delle matricole. Una vera e propria bolla, appunto come quella delle banche e dei palazzinari, con una speculazione che aumenta esponenzialmente il circolo di un denaro che non c’è, generando in questo caso una richiesta esponenziale di posti di lavoro che non esistono, e che non esisteranno mai. E, come si faceva con gli indiani e con gli aborigeni, anche con gli studenti c’è un modo per farli stare buoni mentre uno fa cassa: la bottiglia piena. Funziona sempre.

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