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Spiaggia sessantaLa spiaggia è un esperimento sociale. Molte convenzioni morali vengono parzialmente sospese, e si accetta con completa disinvoltura l’esposizione di quello stesso corpo che invece va tenuto nascosto nella vita comune al di fuori del recinto estivo. I tabù sulle distanze fisiche e sulla condivisione degli spazi cedono vistosamente, e la gente si ammucchia senza regola limitando la legge del territorio alla geometria minima e gnomonica dell’ombrellone. Le regole delle dinamiche sociali vengono moltiplicate per la densità elevata di persone, ma allo stesso tempo vengono anche smussate da filtri di tolleranza che sono capaci di far accettare quello che in un ufficio o in una strada cittadina è ritenuto impossibile da accettare. Un esperimento sociale incredibile. Ma la sospensione parziale delle convenzioni lascia spazio all’eccesso, e la spiaggia deve poter rispettare i diritti del bagnante e le necessità del marketing. I primi a ricevere l’esilio furono palloni e racchettoni, colpevoli di improvvisate contundenti e traditrici. Poi fuori i cani, che mordono schizzano e rubano i panini. Ma tutto questo è nulla a confronto con un orda di infanti incontrollati, vera piaga della quiete litorale, e quindi si comincia a pensare ad un accesso regolamentato per passeggini e biberon. Senza contare quell’odore di refritto esalato da centinaia di  frigo portatili, che al loro passaggio lasciano dietro di se una bava di bucce di banana e cocce di cocomero. Non resta che proibire l’entrata con vivande e, per la sicurezza nazionale, anche con bottiglie già aperte. Di fumare in un luogo pubblico manco a parlarne.  E che vogliamo fare con quei trogloditi che tengono la radio a palla sintonizzata sull’onda della loro subcultura minorata, o con la signora che strilla al cellulare vantando inutili glorie estive e dettagliandoci le sfumature della sua vita ostentatamente privata e incredibilmente anonima? Non c’è altro rimedio: vietati i cellulari e qualsiasi mezzo elettronico di riproduzione acustica. A proposito, il baretto è illegale, non ha la licenza, il bagno non è in regola per l’accesso ai disabili, e prima o poi qualche studio metterà in dubbio gli effetti benefici dell’orzata. Fuori il baretto. Inoltre la spiaggia è gestita da una cooperativa locale, quindi non puoi portarti il tuo ombrellone o la tua sdraio, e devi affittare la loro, a norma europea e tipificata secondo un codice omogeneo di forma e colore. Bene, con tutte queste accortezze può cominciare l’estate, nel rispetto della persona e del suo diritto al riposo. Ed è qui, sdraiato in questa zona adibita ad area di villeggiatura costiera, un recinto silenzioso, ordinato, geometrico, e regolato dalle norme del viver civile, che con un sorriso quasi colpevole ti ricordi, un pó per memoria storica un pó per reminiscenza cinematografica, di quella spiaggia del secolo scorso, dove in pochi metri quadrati avevi due palloni vaganti, cinque ragazzini alla deriva emozionale, un cane scrollandosi acqua e sabbia come una turbina, una grassa signora strillando al marito che imperterrito fumava l’ennesima sigaretta cercando di sintonizzare la radio sulla partita, l’olfatto stordito da una anomala densità di fettine panate e frittate di pasta, sette tipi di ombrelloni differenti, un venditore di cocco senza denti, e il chioschetto dei gelati a tiro di chinotto, e non puoi fare a meno di chiederti,  nel silenzio del dubbio a norma comunitaria: e se fosse poi vero che si stava meglio quando si stava peggio?

 

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