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Torrente 2016La Spagna sceglie, ancora una volta, la destra conservatrice di tutta la vita. Le stesse facce, le stesse promesse, le stesse garanzie, lo stesso partito quasi decimato dalle condanne per corruzione, per abuso, per illecito. Lo stesso partito che alle precedenti elezioni puntò tutto sull’abbassamento delle tasse, poi una volta al governo le alzò vistosamente, mandando il primo ministro a dire che non avevano cambiato idea sull’abbassamento delle tasse, ma si vedevano obbligati a fare il contrario di quanto promesso per colpa delle circostanze (così come ve lo sto raccontando, letteralmente, senza pietà e senza decenza). Questa volta il punto forte (e unico) del loro programma elettorale è stato: l’abbassamento delle tasse. Il reiterato successo di questa destra conservatrice e maneggiona si deve almeno a due fattori. Il primo è ovviamente l’assenza di una controparte sufficientemente convincente. Le alternative vanno dal poco al meno e la Spagna soffre, come in tanti altri casi, la svendita di una politica a basso costo e a corto raggio. I rivali del centrodestra tradizionale, per strategia o per mancanza di capacità, hanno cercato di vincere utilizzando le stesse armi del loro nemico: demagogia, populismo, ipocrisia, e ricchi cotillon. E hanno perso. Tutte le formazioni hanno optato per una campagna elettorale integralmente basata sul monito dell’annientamento del cosmo qualora le altre formazioni fossero state elette, senza dare ragioni e men che meno senza proporre uno schema di governo basato su un programma specifico, su una proposta economica o sociale. La sinistra si è divisa, sperimentando alternative alle politica chiacchierona e poltronara degli standard nazionali. Non male, perché adesso ci saranno due (o tre) opposizioni, e una di queste dovrà addirittura sedersi a far banda coi conservatori, che non hanno comunque i numeri per governare da soli, e si dovranno muovere sotto il controllo irritato di molti sguardi indiscreti.

La seconda ragione è più importante, perché di fatto rappresenta il perno delle vicissitudini iberiche presenti e passate: vincono sempre i conservatori tradizionali perché gli spagnoli sono conservatori tradizionali. La situazione non è ovviamente la stessa di trenta o sessanta anni fa, c’è più diversità, le tendenze cambiano, e la relativa vittoria della destra arraffona si accompagna comunque ad una rimonta delle diverse alternative. Ma la radice è ancora prevalente. Il prototipo del conservatore tradizionale (capello leccato, occhiale scuro, panzetta e mocassino, la domenica a messa e il giorno dopo al puti-club … toros y tortillas, per capirci) è ancora ben rappresentato su tutto il territorio nazionale. Le sue varianti moderne aggiungono camicia firmata e figli ben pettinati vestiti in pendant, a volte con un profilo “più messe e meno puti-club”. Il fattore che rende la destra spagnola “tradizionale” è l’essere parte di questa tribù di fratelli, di cognati, di mariti, di nipoti, senza soluzione di continuità. L’Europa ha trovato la Spagna ancora strutturata nelle sue province e nelle sue basse densità demografiche, dove le reti sociali di famiglie e amici gestivano comuni, banche, scuole, ospedali, con una architettura strettamente locale (qui), una prospettiva a corto raggio (oggi) ed estremamente individualista (io). E ci ha messo i soldi, che sono serviti a generare una eccellente qualità della vita, ma non a cambiare sufficientemente i principi secolari della tribù. Il centro-destra spagnolo è il garante di questa struttura tribale fatta di cognati e di conoscenti, quelli di tutta la vita, quelli di sempre, che da anni gestiscono a modo loro ogni angolo delle istituzioni e delle amministrazioni. Attenzione, quest’anno c’è stata una differenza importante: insieme alle nuove proposte di sinistra, anche la destra ha presentato una alternativa: un gruppo che, con una ideologia conservatrice di stampo più moderno e europeo, denunciava la corruzione e l’abuso delle istituzioni governative. E non ha avuto successo. Non ha avuto successo perché quella maggioranza di spagnoli non vuole “un” centrodestra, ma vuole “quel” centrodestra, quello di sempre, quello decimato dalle condanne per corruzione, quello del populismo gretto e improvvisato, quello del capello ingelatinato e del vinello a mezza mattinata, quello di suo cognato e quello della tortilla. Perché d’accordo che sono dei ladroni, ma sono quelli di sempre, che ogni tanto fingono di lasciar cadere qualche briciola e sanno guardare dall’altra parte mentre un altro cognato la raccoglie.

Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti e di cognati …
(Ennio Flaiano)

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