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Find the PandaInizia un nuovo anno: bisogna fare autocritica. Quando lo dicono vuol dire implicitamente che la deve fare qualcun altro. O che bisogna far finta di accettare delle responsabilità che non si ha nessuna intenzione di accettare. Lasciando stare l’ipocrisia che c’è dietro alle tante autocritiche che continuamente vengono invocate a livello pubblico e privato, dovremmo però specificare che cosa esattamente critica l’autocritica. Ovvero, senza sapere con precisione l’obiettivo mancato, non si può sapere quale sia stato l’errore. Troppe volte si insiste sulla soluzione senza però menzionare quale sia esattamente il problema, per il semplice fatto che in molte circostanze risulta comodo il non dover entrare troppo a fondo nei dettagli degli scopi. Primo, perché spesso non ci sono scopi, o almeno non sono sufficientemente definiti da giustificare i mezzi. Secondo, perché troppo spesso gli scopi sono intrinsecamente ipocriti e, anche se la società li accetta perfettamente senza obiettare e dandoli per scontati, non sta bene sbandierarli con troppa spontaneità. Nell’ambiente di lavoro fare autocritica può voler dire riconoscere che non sei stato sufficientemente balordo, sfacciato o gaglioffo da riuscire a piazzarti in buona posizione nella gara dei sorci. Nell’ambiente sociale fare autocritica può voler dire ammettere che non sei stato sufficientemente ipocrita o fasullo da integrarti correttamente nei meccanismi di omertà che garantiscono la superficialità delle relazioni personali e le regole feudali del branco. In politica fare autocritica vuol dire accettare che non sei stato sufficientemente demagogico da accattivarti i voti altrui promettendo cose ovvie anche sapendo che gli unici privilegi che andrai poi a garantire sono i tuoi.

Il caso dell’autocritica politica è particolarmente istruttivo. I partiti politici dovrebbero offrire le loro proposte e le loro soluzioni in funzioni delle loro ideologie e delle loro capacità di gestione. Poi i cittadini dovrebbero puntare su una prospettiva o su un altra, e vedere che succede. Invece il piglia-piglia del voto del vicino ha portato alla dinamica opposta: il partito chiede al cittadino cosa vuole e come lo vuole, e glielo promette. L’autocritica scatta quando il partito non riesce a comprare a parole un numero sufficiente di voti. Autocritica in questo contesto non vuol dire che il tuo programma deve essere migliore o più completo, ma solo più convincente. Va da se, parliamo di convincere l’elettorato del calcio spettacolo e dei telequiz, delle veline anoressiche e di quelle siliconate, dei centri commerciali e dei tormentoni televisivi, delle lolite pubblicitarie e dei maneggioni di ogni forma e colore, degli intellettuali minuziosamente arruffati che sorseggiano vino d’annata e del popolo delle braghe calate sotto la riga delle chiappe. Si tratta, in definitiva, di interpretare la psicologia di questo circo, di questa banda di nipoti e di cognati (sensu Flaiano) facendo finta di esserne tutore e portavoce. In tutto questo, convergenza al centro e monopartitismo ruffiano sono garantiti. E qui torniamo un’altra volta alla tautologica condizione di Pio Baroja, che ci ricorda che non è possibile avere un governo di politici coerenti senza un popolo di coerenti elettori. L’estrapolazione al contesto lavorativo o a quello sociale segue le stesse regole, lascio a voi il piacere della riflessione.

Insomma, l’autocritica dovrebbe partire dal confessare sinceramente gli obiettivi, sennò non vale. Anche perché magari poi si scopre che a qualcuno quegli obiettivi non gli interessavano: è ancora lecito, fino a prova contraria, voler restare al di fuori di certi schemi, e in questi casi uno non ha niente da autocriticarsi, potendo decidere tranquillamente di continuare a criticare gli altri. O perlomeno di mantenere obiettivi differenti. Buon anno!

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