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Homo ferox“Violenza” è un termine generico, forse troppo. Dietro a un atto violento ci può essere aggressività o profitto, disperazione e autodifesa, incultura e ignoranza, ossessione e debolezza, o un disturbo mentale. Una sola di queste cose, o una miscela di alcune, o di tutte. Il risultato è lo stesso (qualcuno muore o soffre), ma i meccanismi sono totalmente differenti, le cause, le ragioni, le dinamiche, possono essere totalmente differenti. Queste differenze sono importanti al momento di giudicare, ma soprattutto sono essenziali al momento di dover pianificare soluzioni. Lo stesso vale per la parola “criminale”. L’atto criminale è un evento giuridicamente valutabile in termini di danno assoluto, ma il processo che lo ha generato può avere dinamiche molto eterogenee, che non possono essere confrontate o messe sullo stesso piano. Usare frequentemente termini tanto generici e facili da manipolare può arrivare a confondere seriamente la percezione della responsabilità o del pericolo, e di conseguenza le risposte emozionali e istituzionali. A parte tutto questo, c’è una distinzione fondamentale che la nostra società non considera quasi mai: la differenza tra una condizione mentale (volere uccidere qualcuno) e una azione (uccidere qualcuno). Un criminale non è tale per una sua pulsione o necessità, ma per l’incapacità di dominarla. Una persona è un criminale non perché vuole uccidere qualcuno, ma perché lo fa. Il crimine non è la pulsione, ma la sua esecuzione. In questo senso non esistono criminali, ma solo azioni criminali. Per passare da una pulsione a una azione violenta bisogna rompere almeno due barriere fondamentali. La prima è la barriera morale (non è giusto), la seconda la barriera dell’utilità (non mi conviene). Sulla questione della moralità purtroppo non c’è molto da dire, siamo tutti molto differenti, e le dinamiche che generano un pensiero etico non sono conosciute. Cultura e educazione sono i migliori investimenti a lungo raggio, ma più di tanto non si può dominare il processo considerando le enormi differenze che ci sono a livello culturale e individuale, le poche informazioni che abbiamo, e le implicazioni emozionali. La seconda barriera invece è più tangibile, perché ha un componente fondamentale: la stupidità. Ovvero, una incapacità di valutare vantaggi e svantaggi a lungo raggio. Il criminale è immorale perché uccide qualcuno, ma poi è anche idiota perché sappiamo benissimo che probabilmente finirà ammazzato o in carcere. Ovvero, o non è capace di prevedere le conseguenze, o ha un senso delle priorità alterato e non gli importa rovinarsi la vita. E qui andiamo da una scarsa capacità analitica al disturbo mentale conclamato. Su questa componente si può lavorare con più dettaglio, perché per lo meno abbiamo un problema più specifico.

Carlo Cipolla definiva gli stupidi come quelle persone che fanno male agli altri creando un danno a se stessi. Diceva anche che sono il grande problema della nostra società per una semplice ragione: sono imprevedibili. Allora forse il primo passo per capire certe dinamiche associate alla violenza è separare gli elementi, cominciando dall’idiozia intesa all’antica come incapacità e insufficienza cognitiva, un componente patologico di individui e società che è associato a fattori biologici (quando domina un disturbo mentale) e culturali (quando domina l’ignoranza). A livello di crimine organizzato, dalla mafia al terrorismo, è probabile per esempio che le gerarchie superiori siano per lo più controllate da chi ha un interesse personale diretto e occulto, e spesso molto distante dalle motivazioni ideologiche ufficiali. Al contrario i livelli della base (gli “eserciti”) devono poter contare con individui con seri difetti della sfera comportamentale, incapaci di analizzare, facili da manipolare, e soprattutto incapaci di considerare non solo il bene altrui, ma anche e soprattutto il bene proprio. Ricordiamo, già che ci siamo, che nella nostra società la persecuzione di un crimine e la reclusione del criminale hanno per lo meno tre obiettivi, e dobbiamo spesso considerarli indipendentemente: la punizione per la violazione morale, il tentativo di recupero della persona, e la segregazione del soggetto per l’incolumità dei cittadini. Tre obiettivi, integrati, ma con priorità differenti nei differenti casi, e non sempre compatibili.

Le guerre fanno male solo quando entrano in casa, e il valore di una vita si misura spesso in funzione della distanza tra il suo cadavere e il mio portone. Cercare una soluzione a un problema richiede, come primo passo, distinguere le sue componenti, per poi cercare di capirne le relazioni. La violenza è sempre il risultato di una debolezza. E il coraggio troppo spesso è il risultato di una incapacità di valutare rischi e conseguenze, ovvero della stupidità.

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