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Charles Gray (a criminologist)Se c’è una cosa che è assolutamente nelle mani dell’evoluzione e della selezione è la pulsione incontrollata e incontrollabile a procreare. E’ il principio base: nel processo evolutivo non trionfa il migliore, o il più bravo, il più bello, il più forte, ma quello che fa più figli. L’iconografia classica ci ha venduto l’idea di una selezione fatta di qualità e meritocrazia, ma la storia è davvero molto più semplice: l’unico vero parametro che la selezione valuta è il numero di individui che riesci a lasciare dietro di te coi tuoi stessi geni. Non tutti i caratteri biologici e culturali sono quindi esposti a selezione, ma solo quelli che aumentano o diminuiscono la possibilità di fare figli. Su ognuno di questi caratteri ci possono essere speculazioni e calcoli, ma uno solamente è indiscutibile: la pulsione a procreare. Una spinta interiore che non permette mediazione e non da troppe spiegazioni. E’ il carattere numero zero. Se non c’è pulsione, non si è ammessi alla competizione. Per un acaro o un cinghiale non c’è molto da aggiungere, perché non conoscono Darwin, Mendel, gli studi psicosociali e le statistiche demografiche. Il cinghiale risponde alla pulsione, e si abbandona all’affanno copulativo senza nessuna intenzione di ragionarci sopra. Ma per noi esseri umani la cosa si fa più complicata: sappiamo perfettamente come funziona il gioco dei gameti, e siamo l’unica specie in una condizione di poter e di dover decidere. Abbiamo separato da tempo i processi sessuali e quelli riproduttivi, e almeno nella nostra società li portiamo avanti spesso utilizzando comportamenti e prospettive totalmente indipendenti. Ma volenti o nolenti portiamo dentro di noi una programmazione di milioni di anni di pulsione incontrollabile e incontrollata, possiamo ragionarci ma non opporci. Alla fine non siamo altro che  Sus sapiens, cinghiali encefalizzati, e quando l’istinto chiama, sotto forma di ormone o di neurotrasmettitore, il cervello si sconnette e la macchina va in modalità automatico-evolutiva.

C’era quel film Idiocrazia che, rompendo insensibilmente con il tabù sociale delle contraddizioni e dei conflitti tra riproduzione e cultura, ci faceva notare che nella nostra società (come in molte altre) se il concetto di riproduzione è in qualche modo associato a una certa idoneità socio-culturale, questa associazione potrebbe essere inversamente proporzionale: spesso uno stile di vita più degno di un cinghiale che non di un essere umano comporta una estrema capacità di filiazione, mentre il raziocinio porta ad una limitata potenzialità riproduttiva. In uno stesso contesto sociale, una brutale deficienza analitica, logica, empatica, e razionale, può generare molti più figli di una sensata capacità di riflessione morale e intellettuale. Anche a livello trans-culturale, ad oggi le popolazioni con un tasso di riproduzione maggiore sono proprio quelle che non sono riuscite a raggiungere una coerente organizzazione sociale ed economica. Quindi, gente, rassegnazione: il successo riproduttivo non è necessariamente associato a valori che, almeno nella nostra cultura, riteniamo positivi. In realtà a livello evolutivo questo potrebbe non essere un problema: la maggior parte delle capacità cognitive e morali non si tramandano semplicemente con i geni, e questo può lasciare ampio spazio a certe speranze.

Ma il problema resta a livello sociale. Il diritto alla riproduzione è un tabù che non può essere affrontato nella nostra cultura, come probabilmente in nessun’altra. È un nervo scoperto che al minimo contatto scatena dolore e aggressività, linciaggi emozionali, ostracismi tribali, e un congiunto di risposte socio-immunitarie che aggrediscono e lisano senza nessuna pietà qualsiasi corpo estraneo che si intromette nel flusso della procreazione. Istinto, convenzione sociale, speranza, noia, perpetuazione dinastica, stabilità psicologica, rivincita, ricerca di un obiettivo, sfogo, consolidazione familiare, missione divina, egoismo o altruismo, tutti hanno una o più ragioni per voler fare un figlio. Tutti vogliono fare “un bambino” e, purtroppo, in molti fanno finta di non sapere che in realtà stanno per fare “una persona”. Bambini si resta per poco.

Sia per quello che sia, di certo è meglio non cadere nella prospettiva demagogica del “bene del bambino”: nella maggior parte dei casi il bene che si sta cercando di fare è quello dei genitori. Ma anche qui la selezione ci mette lo zampino e la biologia fa la differenza. Per adottare un figlio ci sono prove insormontabili, difficoltà teutoniche che conducono a una epopea amministrativa e psicologica, ma al contrario per farlo da te basta una sbronza e una profonda dose di egoismo. Il genitore adottivo è sottoposto alle prove più spietate, ma a quello biologico è permessa (quasi) qualsiasi cosa, non deve giustificare né provare di essere persona decente, sensata, morale, o economicamente sufficiente per dare una degna qualità di vita ad un’altra esistenza. In questa nostra società che regola con norme assurde e cavillose qualsiasi aspetto della nostra vita, dal dettaglio alle grandi manovre, nessuno oserebbe mai richiedere a un genitore naturale garanzie o anche solo decenza: il diritto alla riproduzione non si discute, anche quando questo può seriamente danneggiare lo stesso figlio o la società.

Il nostro sistema sociale e psicologico è, più o meno inconsciamente, strutturato per avvallare qualsiasi aspetto della riproduzione, fosse anche aberrante e assurdo, e per ostacolare qualsiasi alternativa. Grande soddisfazione morale in questi giorni per la decisione dei cinesi di eliminare il vincolo ad avere un solo figlio. Con la legge in pieno vigore, il popolo cinese ha superato il miliardo e mezzo di abitanti, con una qualità della vita piuttosto discutibile, arrivando a rappresentare la principale fonte di emigrazione del pianeta e, nonostante un modello socioculturale seriamente preoccupante, una delle principali colonne portanti dell’economia internazionale. Evolutivamente, una razza superiore. Il diritto alla riproduzione ringrazia per la insensata fiducia. Buona fortuna.

“And crawling on the planet’s face
Some insects called the human race
Lost in time, and lost in space
And meaning.”

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