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Minotaur (George Frederick Watts)Solo questa settimana il toro ne ha incornati tre, spappolandoli contro una grata e affogandoli nel loro stesso sangue. In tre città diverse del regno iberico, in tre eventi differenti. Non parliamo di quelle cornate di struscio che sezionano chirurgicamente una vita, ma di scene in cui il toro resta a lungo con il suo fantoccio, un impeto folle e inarrestabile,  lo schiaccia e lo trafigge senza pause, come se quel corpo inerte fosse il colpevole di tutti i mali del mondo, rompendo ossa e lacerando carni fino a che ne resta solo uno straccio. Una massa di muscolo inferocita che sembra aver pensato “Per me è finita, ma non me ne vado solo, almeno tu te ne vieni con me …”. Poi siamo alle solite: si vende il circo violento alla sordida folla, si lasciano orde di ragazzini ubriachi correre dietro ai tori disperati e carichi di odio e di terrore, si specula sul turismo fanatico del sangue e sul giornalismo morboso della tragedia, e poi ci si rammarica … ci si rattrista … poveri ragazzi … così giovani … non siamo stati attenti … le misure di sicurezza … C’è qualche tentativo di farli passare per eroi, ma è meglio non insistere, che poi si accorgono che il mercato si regge su una massa di spavaldi forsennati. Anche la parola “incidente” si cerca di usarla con moderazione, per non confondere troppo chi muore da lavoratore con chi muore da ottuso.

Le corride e gli encierros, residuo medievale di una società fisica, gradassa, militare, rituale, chiassosa, sono mercato di introiti e di inguacchi, ma sono anche e soprattutto garanzia e testimonio della sopravvivenza anacronistica di un certo passato difficile da sbolognare, specialmente quando non si sa bene con cosa possa essere sostituito. Circo e sangue, un binomio da gladiatori che riempie gli animi e non li fa sentire vuoti. La si butta sulla “tradizione”, come se in nome del “si è sempre fatto” si potessero recuperare la gogna, il duello, o il leggendario ius primae noctis. La cosa un pó molesta è che a questo tipo di manifestazioni si contrappone sempre e quasi solamente il dibattito animalista.  Evidentemente diamo qui per scontato che la sofferenza, l’angoscia, e il terrore di un essere vivente sono sempre e comunque incompatibili con una società davvero civile. Ma, con tutto il rispetto per il toro, non credo che la questione dovrebbe essere messa su questo piano. La contrapposizione principale a questo genere di linciaggi istituzionali dovrebbe essere morale. Ovvero, non dovremmo avvallare un principio di intrattenimento, di svago e di cultura basato sulla violenza, sul sangue, sulla morte, sull’uccidere. Non dovremmo fomentare un evento che unisce le persone tribalmente sulla base di emozioni viscerali, paura, e morte, per promuovere il turismo, il consumo, e le risorse alberghiere locali. Non dovremmo accettare di caricare la folla di odio e di sete adrenalinica di sangue giustificandolo con la pomposa rivendicazione conservatrice di una tradizione che non è antica, ma solo anacronistica, e in evidente contrasto con molti valori che fanno attualmente dell’Europa l’unico angolo di mondo decente. Con tutto il rispetto per il toro, quello che mi preoccupa principalmente è il fatto che quella società dove la violenza è un passatempo senza logica né giustificazione è ancora qui, assopita e annoiata dietro i successi etici e umani della nostra storia recente, ma perfettamente consapevole dei suoi appetiti e forse anche dei suoi vantaggi. E del fatto che, alla fine, il toro muore, e i bei tempi passati possono sempre tornare, è solo questione di saper aspettare.

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