Balloon seller in Hampstead (redrawn after Henry Grant)Le cronache familiari riportano che quando ero piccolo la mia aspirazione futura era fare il venditore di palloncini. In pieno stile Big Fish, il venditore di palloncini era di fatto un dispensatore di felicità: generava un sorriso con un semplice gesto. Insomma, ti pagano per stare sempre al parco e far felici gli altri, un vero affarone. Poi finisce l’era del fanciullino, e inizia quella in cui un lavoro te lo devi cercare sul serio. Scopri che Babbo Natale esiste davvero, non era una favola romantica dei tuoi genitori per farti sognare, ma invece è un impiegato della Coca-Cola Company, soffre di obesità probabilmente a causa degli eccessi calorici dovuti al burro scandinavo e alle bevande statunitensi, e le uniche lettere a cui risponde sono quelle del marketing. O ti cominci a chiedere cosa diavolo fanno i supereroi nei parchi delle belle città americane, mentre i grandi crimini contro l’umanità sterminano vite a più non posso nel resto del pianeta. E tra le altre cose cominci anche a osservare che alle giostre i bimbi vanno a giocare ma molti adulti ci vanno a concludere affari, spesso cercando di non farsi notare eccesivamente. Ti accorgi che il sorriso del venditore di palloncini è un sorriso con pochi denti, e la mano che ti porge il globo colorato non ha nemmeno tutte le falangi. Probabilmente paga un pizzo per quell’angolo di parco, e quando non dispensa felicità agli altri è troppo occupato a sopravvivere che non a godersi quella sua.

I venditori di giocattoli delle fiere e dei giardini a volte sembrano essere stati masticati dalla vita,  vagando con sguardi di predatori circospetti e un mazzo di palloncini colorati. Sembra un fotomontaggio di cattivo gusto, un esistenza logorata appesa agli allegri colori dell’infanzia. Tatuaggi improvvisati su una pelle macerata e cicatrici autobiografiche scritte in una lingua universale tappezzano il braccio del gangster che ti sta minacciando con la pistola ad acqua che spara le bolle di sapone. Come in una favola surreale l’orco, invece di spaventare i bimbi, vende ai papà un sorriso per i loro figli.  Probabilmente devono aver regalato troppa felicità ai bambini altrui, perché a giudicare dal volto sembra proprio che a loro non ne sia rimasta. I colori scintillanti della plastica delle loro bambole e dei loro robot, trascinati come schiavi sorridenti tra un furgone e una panchina, risaltano contro uno sbiadito abbandono dei vestiti e delle ciabatte, e brillano contro l’assenza di luce di quegli sguardi spesso troppo abituati a vivere dell’ombra. Si muovono come fantasmi: si vede solo il grappolo di palloncini, e nessuno nota la creatura a cui sono ancorati. I loro palloncini fanno parte della festa, loro no.

A volte sono arrangiati locali, personaggi di quel mondo negato che non vogliamo conoscere per paura di scoprire quanta polvere c’è sotto il tappeto. Sempre più spesso sono emigranti, paradosso di chi vende il futile agli altri non avendo per se nemmeno lo strettamente necessario. A volte sono troppo giovani, e il contrasto è ancora più schiacciante nel vedere gli oggetti dell’infanzia ancorati a un ragazzo che quell’infanzia nemmeno arriverà mai a provarla, forse nemmeno a capirla.

In questa favola surreale che chiamiamo vita gli orchi non li genera la magia, ma il degrado sociale, e la nostra ipocrisia ci fa vedere solo il lato colorato dello spago, quello che finisce col giocattolo. Ma lo stesso spago ha anche l’altro estremo, che facciamo finta di non aver visto. Il venditore di palloncini è paradosso e contrasto, viaggiatore di mondi paralleli, che si sposta da un universo fatto di sopravvivenza a uno in cui la principessa gioca spensierata nel suo giardino, e dove gli orchi affamati cercano di fare affari col suo sorriso.

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