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Nighthawks (Edward Hopper)

Ancora un piccolo viaggio nel sogno americano: il diner. Luogo di uova e salsicce, sedili deformati in similpelle e chiazze sparse, rumore di fritto e di patate sulla piastra, fumi di bacon e luci della ribalta. La poesia urbana ce lo ha fatto piacere e sognare, le ragazze della notte, musica lontana, incontri senza storia, la tazza di java … Un marketing straordinario, che ancora una volta ci è entrato nell’anima rendendoci attratti e assuefatti dallo squallore. Il diner, ostentata violazione della norma igienica, roboante abuso nutrizionale, orgoglioso sopruso lavorativo. Ci vuole un’arte fina e un’esperienza secolare per arrivare a fartelo piacere e sognare, sostituendo la patina di unto con quella del romanticismo. Aperti giorno e notte, friggendo lardi e patatine senza soluzione di continuità. In questa alcova ultralipidica la gente si butta nel corpo una quantità di materia organica apparentemente incompatibile con qualsiasi anatomia intestinale, il tutto affogato nei burri e nelle salse, e ammassato in orogenesi fumanti di proteine e grassi di tutto il mondo. Questo mentre fuori dal diner, subito al di là del neon e della vetrata, ci sono i morti viventi, gli homeless, incrostati sui muri e sui marciapiedi, qualcuno semplicemente povero e senza alcun diritto, ma i più oramai con il cervello bruciato dalla droga e dalla subcultura. Nati un tempo come uomini, non ce ne è rimasto quasi nulla, solo la carcassa, ancorata a un bicchiere di plastica o a un carrello pieno dell’orrore dell’oblio. Nel diner invece il ciclo dell’energia segue il suo corso esponenziale. C’è il refill: mentre ti abboffi di grasso loro ti riempiono continuamente il bicchiere di coca-cola o di caffè, a qualsiasi ora del giorno o della notte. Ovvero, nella nazione emblema dello spreco e dell’eccesso, della depredazione energetica e dell’obesità, la caffeina e le sue multinazionali gassose godono dei frutti di un ciclo perpetuo, una somministrazione incessante e garantita, endovenosa. Si assume gas, zucchero, e caffeina in ogni postazione di lavoro e, grazie ai comodi bicchieroni cannucciati, in ogni spostamento necessario tra un punto di somministrazione e il successivo.

Poi c’è la mancia. Ancora una volta ce l’hanno fatta: sono riusciti a trasformare un sopruso ottuso e feudale in un orgoglio nazionale. Questa cosa della mancia a noi europei ci sembra assurda per una ragione evidente: è assurda. La mancia funziona così: siccome diamo per scontato che il cameriere non ha garanzie e viene sfruttato, siccome diamo per scontato che questo è ingiusto ma inevitabile perché è la legge del più forte dove il debole viene abusato, siccome diamo per scontato che questo non si può cambiare perché l’oppressione e l’abuso è qualcosa a cui la nostra grande nazione ci ha convinto e abituato, ma soprattutto siccome mi hanno detto che così bisogna fare e così fanno tutti, allora sono fiero di compensare con del denaro il dipendente, che potrà godere della mia magnanimità. Appoggio pienamente il principio del suo sfruttamento, ma gli sono vicino, e gli dimostro la mia benevolenza. Senza contare che, a miglior mancia, migliora il trattamento personale. “Tip them well“, ti dicono, se vuoi che ti trattino bene, perlomeno meglio degli altri. Quanto più ungi, quanto più il trattamento sarà personale. Uno stile che, magari con qualche zero in più e in un contesto più ufficiale, potrebbe addirittura assomigliare a un principio di corruzione.

Ma siamo alle solite, il blues, la narrativa, film e romanzi … e quando ti siedi nel diner ti ci senti dentro, riflesso condizionato da anni di stimolazione emozionale sapientemente dosata per farci sentire parte integrante di una realtà che non ci appartiene e che realmente, al di là del fascino di una vita maledetta, di una ostruzione coronarica, o di condizioni lavorative impervie, non ha molto da offrire. Per quelli come noi che da sempre siamo vittime romantiche della poesia del blues, non resta altro che goderselo, sperando che non sia contagioso per i modelli di mercato europei. E sperando che il nostro incanto possa un giorno arrivare a scoprire una alternativa più decente.

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