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(Angel Boligan)Sappiamo che da questa vita ne usciremo solo morti. Anche se tanti  sperano essere l’eccezione, alla fine tutti moriamo. Qualcuno troppo presto, qualcuno troppo tardi, ma il finale è sempre lo stesso. E’ abbastanza strano quindi che, considerando la frequenza dell’evento, e considerando tutti i riti che gli dedichiamo, la nostra società non ci prepari all’ultima tappa. Al contrario, della morte non si parla, non si discute, non si entra nei dettagli, non si commenta né si ragiona. La religione ha trovato il modo di negarla, di non dover dare tante spiegazioni, dicendo che tanto è solo un passaggio. Anzi, ha utilizzato il tabù della morte per sfruttare a proprio vantaggio la debolezza della paura dell’oblio, promettendo vita eterna in cambio di una serie di clausole e condizioni. L’ambiente laico invece evita proprio il discorso. Indelicato parlarne con i bambini che ne sono mediamente lontani, indelicato parlarne con gli anziani che ne sono sicuramente prossimi. Ma alla fine moriamo. Chi troppo presto, chi troppo tardi. Se non ci sono incidenti di percorso che introducono sgraditi fattori sorpresa, la prassi vuole che prima cominciano le generazioni dei nonni, poi quelle dei padri, e poi comincia la tua. Quando sono quelli della tua fila che cominciano a cadere, allora sì che ci pensi, sentendo l’onda che avanza e che, prima o poi, ti travolgerà anche a te. Vale la pena ricordare (con la delusione di qualcuno e il sollievo di qualcun altro) che, anche se tutti lasciamo un vuoto al momento della nostra dipartita, questo vuoto si chiude quasi subito. Alcuni vengono dimenticati immediatamente, e per i più l’oblio totale richiede solo una o due generazioni. Quelli che hanno lasciato un segno particolare possono contare al massimo con alcune decadi di memoria a sprazzo. I rari casi che entrano nei libri di storia non hanno un destino tanto differente: quello che resiste per qualche secolo è il racconto del racconto, interpretazioni di interpretazioni, vestigia di un nome, e non il ricordo della persona.

Impossibile prepararsi alla morte, ma nemmeno far finta di nulla è la soluzione. Fa parte del ciclo, fa parte del gioco, meglio essere consapevoli che non poi rimanerci eccessivamente male. Sherwin Nuland scrisse “Come moriamo. Riflessioni sull’ultimo capitolo della vita”. Non si tratta di ossessione, ma di consapevolezza. Da un lato consapevolezza tecnica: incidenti a parte, spesso morire richiede spesso un certo impegno, e sarebbe meglio avere almeno delle informazioni di base. Dall’altro consapevolezza morale, considerando che durante la nostra vita saremo lasciati dai nostri e alla fine lasceremo noi gli altri, e bene o male dobbiamo farcene una ragione. Questa consapevolezza è la stessa che si cerca di ottenere per altre fasi della vita, dalla nascita, alla adolescenza, al matrimonio, alla procreazione. Libri, programmi televisivi, corsi di formazione, la scuola … si cerca di preparare la persona a tutte le sue tappe, tranne che all’ultima.

Recentemente Daniel Pennac ha pubblicato “Storia di un corpo“, in cui narra il diario di una vita vissuta e soprattutto raccontata attraverso le tappe organiche di una storia personale. Controllare questo processo è difficile, ma non per questo non vale la pena provarci, o quantomeno arrivare ad avere una certa confidenza. Si dice che l’intelligenza di una persona si vede dalle sue risposte, la sua saggezza dalle sue domande. E chi ha passato la vita alla ricerca di quelle domande non può non sentire una certa curiosità per l’ultima risposta. L’ultimo momento è forse l’unico in cui una persona non può mentire a se stessa. Sa come sono andate le cose, le informazioni ci sono ormai tutte e il calcolo di tutta una vita non può che essere sincero, a volte spietato. Il dolore per chi resta, ma anche il distacco da un mondo a cui di fatto già non appartieni. Un cammino cosciente porta alla sua stessa fine con una serenità difficile da raggiungere invece attraverso un cammino incerto e disorientato. E’ nota l’ironia sorniona di Albert Einstein che, rifiutando ulteriori cure mediche per poter decidere lui stesso quando andarsene, sussurrò le sue ultime attesissime parole a una giovane infermiera di Princeton, in … tedesco! Lavorare tutta una vita con i problemi dell’universo diciamo che probabilmente aiuta a relativizzare un pò tutto il resto. Lo stesso vale per quel cosmo oscuro che è la nostra mente, e in questo caso non possiamo pensare che Oliver Sacks sia arrivato impreparato al suo capitolo finale. Tanto preparato che di fatto non lo salutiamo noi, ma ci saluta lui, con uno di questi suoi scritti che ci lascia addolorati, stupiti, confusi, contenti, impauriti, felici, ansiosi, orgogliosi. Una lettera, sul New York Times, con cui ci accompagna verso la sua fine. Ha sempre condiviso il suo viaggio, ci ha portati con lui in quei sentieri incredibili che andava scoprendo lungo il suo cammino, raccontandoci le sensazioni, i dubbi, e le sorprese. Adesso vuole condividere anche queste ultime emozioni, e per un’ultima volta farci rimanere a occhi aperti dopo aver spento la luce del comodino. Consapevolezza, dignità e soddisfazione, un bagaglio necessario per poter “trovare il nostro proprio cammino, vivere la nostra propria vita, e morire la nostra propria morte”.

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