Antonio Bruner e figli 1949L’anno nuovo si avvicina spesso con le solite riflessioni sul tempo che passa. Ci stupiamo di come corre, e non ci accorgiamo che forse il vero problema non è tanto la sua velocità, ma la sua accelerazione. Chi si lamenta di invecchiare, dimenticando che è un privilegio concesso a pochi. Il mantra “si stava meglio prima” non si riferisce a momenti storici, ma al ciclo biologico: si stava meglio quando uno non aveva tanti problemi, ovvero quando era più giovane. Perché associamo i primi periodi della vita ad una condizione di felicità e spensieratezza? Dal mito del fanciullino a tutto il repertorio poetico e musicale che associa la gioventù ai bei tempi andati, diamo per scontata una correlazione tra età e peggioramento della qualità della vita. Le persone che non ci sono più, e i sogni che non si sono avverati, questa è la parte fondamentale, su cui abbiamo una limitata capacità di controllo. Poi il logoramento biologico e l’assedio dei problemi della salute, che hanno una responsabilità evidente, non c’è dubbio, e anche su questo aspetto ci possiamo lavorare solo fino a un certo punto. Ma la nostalgia associata alla perdita di una condizione felice ce l’abbiamo anche indipendentemente dalle troppe ragioni dirette e inevitabili. Il cronometro corre, e la sabbia della clessidra cade nel vuoto. Da un lato forse con gli anni perdiamo capacità di relativizzare, e pensiamo che i nostri problemi quotidiani siano sempre più grossi di quelli che hanno gli altri. Forse ci sono anche semplici cicli molecolari, ormoni e neurotrasmettitori, che cambiano organicamente l’umore in base all’età più di quanto pensiamo. Poi ci sono le differenze: non solo siamo molto differenti tra di noi (qualcuno inoltre lo è molto di più), con delle capacità molto differenti di sentire e di capire le cose e le situazioni, ma nella nostra società i molti stimoli e l’assenza di filtri rigidi stanno permettendo a queste differenze di svilupparsi, rivelarsi, coltivarsi, molto più di prima. La scoperta di queste estreme differenze ci lascia spesso inermi, disarmati, completamente disorientati, incapaci di reagire. Poi c’è la stanchezza, che si accumula, e rende meno tolleranti, meno disposti a mediare, meno motivati a mediare. Infine c’è l’esperienza, che ci permette di vedere cose che prima non eravamo in grado di notare. Tutto questo, in una matrice sociale con regole invece relativamente stabili e non sempre accomodanti. E il tempo scorre e i momenti belli, che sono la cosa più importante che abbiamo, passano spesso quasi inosservati, trovandoci troppo indaffarati a preoccuparci per quelli brutti. La correlazione inversa tra tempo e aspettative a volte arriva a un plateau: Pasolini diceva che invecchiando si diventa allegri perché si ha meno da vivere, e quindi si hanno meno speranze. Alla fine tutti viviamo sempre più di ricordi, e usiamo sempre di più i tempi del passato nelle nostre frasi quotidiane. E allora a maggior ragione forse dovremmo pensare a dare qualità al nostro presente, in modo da preparare dei bei ricordi per il nostro futuro.

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Questo post nasce dai tanti incontri romani di queste settimane con persone che continuano ad essere un esempio, per loro stessi, per le loro famiglie e per i loro amici, e per chiunque voglia salire su quel carro che, percorrendo sentieri lontani e spesso opposti a quelli obbligati da molte dinamiche sociali, cercano costantemente il piacere del viaggio, il valore dei momenti condivisi. Elena, Federico, Mariano, Eleonora, Barbara, Enrico, Matteo e Carol, Umberto e Barbara, Paolo e Andrea … è tutto forse molto diverso da quello che ci aspettavamo, ma continuiamo a rappresentare l’evidenza di una alternativa!

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