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Pandora (John Williams Waterhouse - 1896)La società è fondata sulle gerarchie e sulle classi, le classi sul potere, il potere sulla gestione e sulla manipolazione delle informazioni. Da sempre. Segreti, illeciti, fini personali, dalle lobby all’associazionismo di quartiere, chi controlla l’informazione controlla i processi sociali. Manipolazione vuol dire alterazione, ma forse e soprattutto anche omissione. Internet e la tecnologia della comunicazione stanno però generando cambi veloci e imprevisti, e quelle millenarie regole di controllo e di dominazione stanno incontrando qualche difficoltà nel  trovare il modo di riciclarsi e ristrutturarsi senza farsi troppo notare. Cambiare tutto per non cambiare nulla. I mille occhi e le mille bocche della rete richiedono, da parte di tutti quei gruppi che non vorranno mai rinunciare ai loro privilegi e alle loro garanzie, uno sforzo di mimetismo piuttosto complesso. Possiamo essere sicuri che non si daranno per vinti. E come sempre, azione e reazione, uguale e contraria, ovvero da un eccesso si rischia di passare frequentemente all’altro. Adesso, tra leaks e corruzioni sparse in tutta la matrice amministrativa e istituzionale, l’obiettivo è rendere tutto “open”, e come sempre bisogna stare attenti a non trasformare i diritti violati in diritti abusati. La ricerca sta proponendo per esempio riviste “open access”, spesso gratuite sì per chi le legge ma non per chi ci pubblica i suoi risultati. Ed ecco che, a parte il paradosso di dover arrivare a pagare per il proprio lavoro, si entra in una dinamica perversa: l’autore non è più autore ma cliente, e il cliente ha sempre ragione, con una conseguente e pericolosa degradazione della qualità delle pubblicazioni. Un incontro dell’Istituto Italiano di Antropologia ha portato sul tavolo la questione della condivisione dei dati, e dell’accesso aperto alla conoscenza. Bernardino Fantini (Université de Genève) ha giustamente fatto notare la necessità di separare dati, informazioni, conoscenza, e coscienza. Sono componenti distinte, e confonderle tra di loro può portare a problemi epidemici nei processi sociali. Dove si deve investire per una coerente condivisione, a che livello di questa catena?

Ottimo il progetto Open Polis, che raccoglie in formati estremamente interattivi una quantità immensa di dati amministrativi ufficialmente pubblici ma praticamente impossibili da reperire per un cittadino (inclusi i dati biografici e istituzionali sui nostri referenti politici). Ma se c’è molta attenzione su dati e informazione, ce ne è meno sui processi lenti e difficili che poi portano ad una corretta digestione di tutto questo, trasformandolo in conoscenza. Si accumula e si moltiplica informazione, ma raramente si gestisce poi il processo di assimilazione e strutturazione di questa preziosa forma di energia. La gestione dell’informazione è cosa delicata, e le masse troppo spesso hanno dimostrato di non essere sufficientemente organizzate per poter poi sfruttare dignitosamente questa risorsa, a volte generando più problemi che soluzioni. Le controindicazioni e gli effetti indesiderati possono essere piuttosto seri. Giancarlo Monina (Fondazione Basso) allerta molto sensatamente sull’importanza della mediazione, e sull’importanza del ruolo dei mediatori. Un ruolo delicato ed esposto ai rischi del potere, ma purtroppo necessario, considerando i limiti delle dinamiche sociali. L’informazione di per sé non contiene la verità, non basta seminarla per raccogliere, ma bisogna trattare il campo prima e dopo la semina, e seguire le varie fasi con le debite conoscenze. Quindi apriamo, è necessario, il sistema è troppo infermo per poter pensare di non aver bisogno di una cura. Ma mi raccomando, una volta aperto ricordate di leggere attentamente le avvertenze, e le modalità d’uso.

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