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Beijing Science Museum (EBruner)Il Museo della Scienza e della Tecnologia di Pechino è realmente impattante. Nella zona Olimpica, un edificio col suo successo architettonico, massiccio e monumentale. Si divide in tre parti: un’area per bambini, una sezione cinema con schermi e proiezioni per scuole e famiglie, e un corpo centrale di esposizione, prevalentemente per ragazzi. Ovvero purtroppo non si scappa a questo concetto ormai affermato e condiviso della divulgazione scientifica come processo strettamente associato all’infanzia e all’adolescenza, non necessario alla fase adulta. Riconoscendo l’importanza dell’educazione nei giovani, non si dovrebbe però pensare che la divulgazione scientifica finisca lì, e che gli adulti siano tutti già consapevoli e scientificamente formati. Pensare alla divulgazione scientifica come un qualcosa indirizzato soprattutto alle giovani età è un principio a mio avviso improprio, rischioso, e altamente sconsigliabile, aggravato spesso dalla diluizione dei contenuti con una miscela sbilanciata tra formazione e intrattenimento. Detto questo, e con questi limiti tanto preoccupanti come diffusi un pò dovunque, però bisogna riconoscere che la struttura e la organizzazione del museo sono davvero brillanti. Tre piani utili alle esposizioni, divisi (dal basso all’alto) in “esplorazione e scoperte”, “scienza, tecnica, e vita”, e “le sfide del futuro”: ovvero la storia del passato, le conoscenze del presente, e le prospettive a breve  e lungo termine. Lo spazio è immenso. Colori e tanta luce nella colonna centrale, oscurità e giochi di illuminazione nei saloni laterali. Vendita di gadget relazionati con la scienza ad ogni angolo. Chilometri di esposizioni e di percorsi, tutto totalmente interattivo. Centinaia e centinaia di postazioni multimediali, spiegazioni al minimo, tutto tecnologico e di buon disegno, centrato sull’esperienza, sensazione e ragionamento. Davvero di impatto l’estensione, la quantità di risorse, e l’ingegno di chi ha progettato quelle centinaia di esperienze cognitive e sensoriali, che vanno dal micro al macro. La maggior parte dei pargoli si sfogano con bottoni e leve senza farsi domande, senza manco stare a vedere il risultato delle loro azioni. Ma molti altri invece stanno lì tutti concentrati a cercare di capire. Poi ci sono quelli che interagiscono con un livello di interesse a mezzotono, ma che comunque stanno lasciando il lavoro grosso ai loro livelli inconsci. Poi ci sono gli adulti, pochi in percentuale, ma che con l’orda barbara delle sale giganti sono comunque centinaia, dedicati a scoprire pezzo a pezzo tutti quei segreti.

Ora, viene il punto di riflessione storico, culturale, e epistemologico. Sono stato lì dentro quasi tre ore, ed ero l’unico occidentale. A parte qualche indicazione logistica, di informazioni in inglese niente (come del resto in tutta la città), e nessuno parla in inglese nella biglietteria o nei centri di servizio del museo. Fino a qui nulla di strano, dubito che in un museo di Roma o di Madrid gli impiegati parlino cinese. Ma la cosa assume un altro significato quando uno si guarda intorno, viaggiando nelle scoperte, nelle tecnologie, nelle invenzioni, e nelle numerosissime fotografie d’epoca che riempiono sale e corridoi. Sono infatti fotografie e storie dedicate a quelle vite che hanno fatto con le loro mani e con le loro menti quella scienza di cui si parla in quei tre piani infiniti del museo: una scienza interamente occidentale. Ovvero in una cultura dove le persone non conoscono il mondo occidentale, la sua storia, la sua geografia, e la sua lingua, il museo della scienza è interamente dedicato all’opera e al progresso di quel mondo sconosciuto. Ci sono le foto, le storie, le vite, le facce, e pure qualche manichino meccanico, dei fisici tedeschi, dei genetisti americani, e degli zoologi francesi. Nomi impronunciabili, volti alieni, di terre lontane mai viste e mai vissute, di lingue non parlate. Immaginate la scena al contrario, immaginate se tutta la nostra scienza venisse dall’Asia, associata a nomi che non riusciamo nemmeno a leggere, a posti che non abbiamo idea di dove siano, in un contesto storico di cui non sappiamo assolutamente nulla, in una lingua che non possiamo nemmeno decifrare. Bisognerebbe fidarsi: tutte quelle fantastiche idee che hanno generato il passato delle scoperte, l’attualità delle conoscenze, e le potenzialità delle sfide future, verrebbero da un altro mondo. Un mondo con cui condividiamo intimamente i flussi economici e gli schemi sociali, ma di cui non facciamo parte.

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