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Igor KopelnitskyForse l’evoluzione ha dovuto fare i suoi compromessi quando la specie umana ha cominciato ad organizzarsi in grandi gruppi, compromessi necessari a minimizzare aggressività e conflitti. O forse semplicemente l’animo umano è poco nobile. Fatto sta che la nostra società si struttura necessariamente su certi livelli di ipocrisia accettati, condivisi, e rispettati. C’è una differenza fondamentale e inoppugnabile tra diplomazia (adeguare le forme al contesto), omissione (astenersi) e falsità (mentire). Ma i loro confini sono sfumati, interpretabili, e spesso queste tre componenti si integrano senza soluzione di continuità. Ci sono poi differenti scopi, differenti obiettivi e differenti ragioni, si può arrivare a manipolare volontariamente un contenuto per farsi amici, ma anche solo per evitare di farsi nemici. In realtà, anche se in genere un comportamento estremamente ipocrita nasconde un proprio vantaggio personale, in alcuni rari casi la manipolazione può avere come obiettivo addirittura un vantaggio altrui. C’è poi il contesto, che va dai gradi estremi e spietati dell’ambiente lavorativo e professionale a quelli più sottili ma comunque sfacciati dell’ambiente culturale, passando per gli equilibri precari dell’ambiente familiare. Infine un fattore importante è la scala: l’ipocrisia individuale ha regole e processi, quella sociale ne ha altri. Insomma, l’ipocrisia è un fenomeno complesso, multifattoriale, e difficile da schematizzare. Ma omogeneo, diffuso, soprattutto accettato. C’è un optimum che tutti consentono anzi, di cui hanno bisogno. Si critica duramente un suo eccesso, ma anche un suo difetto. Anzi, un eccesso di ipocrisia si critica ma si tollera, invece un eccesso di sincerità non viene mai tollerato dal branco. Diplomazia e falsità possono avere scopi differenti, ma hanno gli stessi strumenti, e devono accettare le stesse regole del gioco, servire gli stessi padroni. Tra essere e avere, secondo le regole condivise di questa società, la cosa migliore è sembrare.

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