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Palestine (Meridiangraphic)Negli ultimi centomila anni, popolazioni umane molto differenti si sono avvicendate nei territori del Vicino Oriente, seguendo schemi spesso estremi di oscillazione e sostituzione che confermano quella zona come punto di flessione geografica e sociale tra culture con limitata compatibilità e a rischio di contrasto. Hanno cominciato le popolazioni moderne a litigarsi i confini con quelle neandertaliane, poi proprio da quelle parti hanno inventato il concetto di invasione e di impero. Oggi, nonostante le affermazioni scarsamente credibili di politici e giornalisti che ogni mese ci confermano da decenni una pronta soluzione, lo scontro continua. Come spesso succede quando ci sono di mezzo gli imperi, è uno scontro assolutamente diseguale. Tutte le associazioni per la difesa dei diritti umani di questo pianeta, pubbliche e private, ufficiali e non governative, denunciano da decenni gli abusi violenti, repressivi e sanguinari del popolo di Israele verso il popolo Palestinese. Una tale omogeneità di vedute, senza entrare necessariamente nella questione politica e territoriale, dovrebbe essere sufficiente a metter sul tavolo il problema per quello che è. Uno stato fondato sul controllo delle risorse energetiche e dei conflitti internazionali che sta dall’altra parte dell’oceano, dominante e egemonico, garantisce la violenza e la ottusa repressione della sua lontana colonia, proteggendola dal dissenso mondiale e da qualsiasi tipo di ripercussione. I metodi violenti e repressivi del popolo israeliano sono anacronistici, sfumature di un nazionalsocialismo tedesco con accenti da dittatura latinoamericana. In questa nuova ondata di repressione i numeri parlano chiaro: uno scontro diretto produce centinaia di morti palestinesi, un paio di perdite tra le file israeliane. Gli osservatori coinvolti coincidono nello stimare che il 75% dei morti palestinesi sono civili. Oltre la persecuzione, il massacro. Decenni di repressione, violenza, umiliazione del popolo palestinese, davanti agli occhi del mondo. L’Europa critica costantemente, incessantemente, ma la protezione degli Stati Uniti e la mancanza di un debito coraggio sociale degli altri Stati occidentali rende la critica solo un esercizio morale. La stampa allineata continua a utilizzare le parole come arma di ottundimento massivo: gli israeliani “catturano” e i palestinesi “sequestrano”, gli israeliani “rispondono” i palestinesi “attaccano”, e così via. Senza vergogna.  Adesso, tra l’abuso immorale degli Israeliani, la protezione complice degli Stati Uniti, e il silenzio colpevole dell’Europa, come lettore medio della stampa internazionale sento un silenzio stonato nel panorama del dibattito: quello degli ebrei del mondo. Ad oggi, dopo decenni di conflitto nato e cresciuto su basi sociogeografiche ben documentate, la situazione in Israele non si può dissociare dalla storia e dalla cultura moderna del popolo ebreo. Sento quindi la mancanza, nel dibattito, degli ebrei, oltre i confini di Israele. Cosa pensano gli ebrei del resto del pianeta, quando leggono della repressione e della violenza perpetuata dal popolo israeliano? Perché non ci sono posizioni chiare e visibili all’interno del dibattito da parte del popolo ebreo? Evitano il dibattito, o sono i mezzi di comunicazione che li escludono? Cosa pensano della repressione israeliana i figli e i nipoti di chi è morto nei campi di concentramento tedeschi? Si può dimenticare in un paio di generazioni, passando da vittima a carnefice? Se io fossi ebreo, sarei il più acerrimo e accanito contestatore di Israele: not in my name.

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