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ChupaballSiamo tutti uguali e tutti diversi, e come in qualsiasi teoria relativistica che si rispetti, anche in quella culturale valgono i rapporti di spazio e tempo. Italiani e spagnoli sono simili fino a che il confronto si regge sugli svedesi, ma quando poi si entra nel dettaglio le differenze colpiscono più delle somiglianze. Non fosse altro per la distanza geografica, che non farebbe presagire tanta disparità nella nicchia sociale. Oltre i grandi classici della storia moderna, le corride e la dittatura, il flamenco e la sangria, a volte ci sono sottili indizi di differenza che possono sembrare irrilevanti, ma che rappresentano quella punta di un iceberg che tradisce un mondo sommerso. Tutti gli italiani venendo in zona iberica si stupiscono per esempio della quantità di negozi che vendono, a prezzi realmente minimi e in quantità industriali, caramelle e frutti secchi. Fanno parte dell’iconografico spagnolo quotidiano queste buste gonfie di gominolas colorate che fanno di ogni straduccia di quartiere un potenziale paese dei balocchi, o gli strati indecenti di cocce di semi di girasole sputacchiate costantemente sui marciapiedi e nei bar. Non a caso proprio da queste parti, dove Santiago Ramón y Cajal ebbe l’intuizione del neurone, Enric Bernat ebbe quella del Chupa-Chups, con logo disegnato niente popó di meno che da Salvador Dalí.

Altra tradizione a cui noi italiani non siamo così abituati è quella dei costumi in maschera: feste, ricorrenze, eventi, e soprattutto i frequenti e interminabili addii al celibato, tutto è occasione per sfoggiare parrucche e vestiario, e ogni quartiere ha il suo negozio di travestimenti e gadget associati, attivo dodici mesi su dodici. In questa isola non trovata, tra caramelle e mascherate, tra il circo e la favola, a metà tra il mondo di Alice e quello di Pinocchio, non poteva mancare una figura fondamentale della novellistica fantastica: il Re. C’è anche il Re. Come nelle favole, sornione, pacioso, elargitore di saggi silenzi e di brevi accenni di totale imparzialità. Nel passato vai tu a sapere, ma oggi il Re è una di queste figure che tutti ti dicono che è fondamentale, ma nessuno sa spiegarti il perché. L’influenza politica, per lo meno dal punto di vista del cittadino ignaro, è apparentemente nulla. Quella internazionale si limita a visite di appoggio economico, suppongo su base di amicizie personali, a volte con personaggi non propriamente encomiabili. Il resto è gossip. La Spagna è spietatamente drogata e devastata dal gossip, credo molto più dell’Italia. E`interessante la panoramica delle trasmissioni e dei mezzi di comunicazione: mentre l’Italia è appiattita su un unico livello medio di superficialità generalizzata, in Spagna c’è una dicotomia marcata tra le trasmissioni culturali che sono incredibilmente informative ed efficienti, e quelle popolane che rasentano i limiti cognitivi di un cinghiale. E nell’orgoglioso salotto del gossip spagnolo la Monarchia ha un ruolo determinante nel marcare i tempi e le mode. La settimana giornalistica è caratterizzata dal colore della sciarpa della principessa, da un commento culinario della regina, o dal fatto che il re si rompa una gamba mentre sta sparando agli elefanti nel Botswana. Si perché dopo aver abbandonato la grande passione per lo sci a causa dei limiti di età, gli è rimasta quella per la vela e per la caccia, noncurante di essere presidente d’onore del WWF. Persino le innumerevoli vicende legali della casa reale, che si trova in mezzo a casi di corruzione abbastanza rocamboleschi e poco eleganti come tutto il resto delle istituzioni spagnole, vengono spesso più percepite come un fatto di pettegolezzo che non come una questione di legge. L’immagine anacronistica del safari reale si mischia con quella moderna degli intrallazzi fiscali ma attenzione, il gossip è lecito perché è una buona medicina di massa per la psicologia sociale, ma innocuo poi sul piano amministrativo. Parlare invece seriamente male del Re, sul piano personale, legale, o istituzionale, è decisamente sconsigliato, perché sarebbe una posizione altamente impopolare, per chiunque.

Adesso arrivano i mondiali, la grande overdose di metadone sociale, il grande circo tribale, valvola di sfogo ormonale, spaccio di speranza futile e di falsa coesione sociale, il tutto con una dinamo attaccata al meccanismo che dall’ottundimento generale ci tira fuori pure i soldi per i tanti compagni di merende che prosperano generando degrado. E il Re dimette. Va in pensione. Troppi acciacchi, gli scandali, l’età. Nel mare magno della disoccupazione spagnola si libera per lo meno un posto di lavoro, ma alla fine stai a vedere come per la solita parentopoli ci piazza un familiare, magari il figlio. La nostra solidarietà ai giornalisti, devastati da questa tragica concomitanza che sta generando una crisi epilettica del sistema mediatico, dilaniato e convulso tra il dovere di lobotomizzare il popolo coll’incultura del pallone o con la politica salottara della telenovela monarchica. Il popolo aspetta, in preda al silenzio panico dell’indecisione struggente tra queste due imminenze prossime, strattonato e crivellato senza tregua da periodici e trasmissioni che ripercorrono a ciclo ipnotico la storia della corona e dei calci di rigore. Il grande circo è alle porte, manca poco, il fischietto pende dalla bocca dell’Arbitro, e lo scettro dalla mano del Re. Tutto il resto è Chupa Chups!

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