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Quasinedito2014

Roma ha finalmente inaugurato il suo rinnovato Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, fresco di restauro, in un prestigioso palazzo al lato di Santa Croce in Gerusalemme. L’importanza della musica nella cultura europea, la capitale, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la museologia e la divulgazione nel ventunesimo secolo. C’erano tutti gli ingredienti per un’ottima possibilità di promuovere cultura da parte dello Stato, e il risultato credo si possa catalogare tra il ridicolo e l’umiliante. Ridicolo per la miseria del prodotto, umiliante per chi possa avere fiducia nelle istituzioni statali. Il presagio si avverte già dall’accesso al Museo. Informazioni vistose non ce ne sono, e di fatto ci arrivi solo se già sai dove devi andare. L’entrata è un anonimo ingresso per auto al lato del complesso della chiesa di Santa Croce, dove un cartello poco pretenzioso dichiara l’esistenza del museo con la scritta: “Museo degli Strumenti Musicali: una preziosa collezione quasi inedita”. Hai capito, quasi inedita. Ma che vuol dire quasi inedita? E soprattutto che ci frega del dettaglio? Segue ingresso all’edificio, sottotono. Una scalinata con cassa e gadgets tipo bar. Non si possono fare foto, ma ti vendono un vecchio catalogo del 1993 per quaranta euro. L’edificio ha due piani, ma il museo occupa solo metà del primo. Nell’era del multimediale e dell’informazione, il museo nazionale degli strumenti musicali di Roma si spiega facile: qualche stanza disadorna, con gli strumenti nelle vetrine, dove l’unica informazione disponibile è il nome e il secolo di riferimento. Punto. Alcuni strumenti sono di gran valore, ma la variabilità della collezione è piuttosto povera, limitandosi ai principali gruppi organologici con esempi ridondanti e molto omogenei. Spicca una armonica a bicchieri, quella di Benjamin Franklin, ma se lo sai bene sennò amen perché, come in tutti gli altri casi, non c’è nessuna spiegazione o approfondimento. All’uscita, a parte il vecchio catalogo, la cassiera ti vende gomme colorate e anche una spilletta con la chiave di violino, a prezzo da ricatto, come incentivo alla promozione culturale della frescaccia. A fronte di altri tentativi decisamente più riusciti (come il recente Museo dell’Emigrazione), in questo caso ci troviamo davanti a un eccellente esempio di degrado capitolino e ministeriale: incapacità, superficialità, pochezza, soldi spesi male, mancanza di professionalità, e occasioni perdute. La collezione quasi inedita meriterebbe un quasi licenziamento di chi, tra ministero e comune, abbia avvallato, coordinato e supervisionato questo misero e anacronistico fallimento museale.

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