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GarbagebytesI processi energetici accumulano monnezza. L’imperfezione dei cicli e ricicli genera con costanza continua e inarrestabile ammucchi di zella, che finiscono sotto i tappeti fino a che poi il montarozzo obbliga a dar spiegazioni e prendere decisioni (generalmente questo vuol dire cercare un tappeto più grande, magari a casa di qualcun altro). Il metabolismo animale genera scarto da cloaca. Quello socio culturale genera cassonetto e discarica. Quello energetico genera scorie da smaltimento a scoppio ritardato. Perfino l’evoluzione ammucchia rimanenze, e strada facendo si accatastano quantità improprie di genoma che non serve più a  niente, e che forse occupa più spazio di quello che crediamo. Noi tecnopiteci generiamo anche una ulteriore tipologia di flusso energetico: informazione. L’esplosione esponenziale dei bytes ha esteso la nostra mente oltre limiti storici e preistorici che sembravano invalicabili, attivando processi impensabili e di fatto ancora non pienamente riconosciuti e interpretati. Presi dall’euforia, come sempre ci lasciamo scappare dettagli che poi alla fine si scopre essere determinanti. Il flusso energetico della nostra informazione, come tutti i flussi energetici, ammucchia zella.

Milioni di miliardi di bytes giacciono inermi nei contenitori della nostra memoria estesa, tra pagine web abbandonate, codici inattivati, account fossilizzati, pixel perduti nei ricordi dei dischi esterni, e documenti duplicati in ciclo perpetuo. Le memorie si gonfiano, e si cerca un tappeto più capiente. L’inadeguatezza maldestra e superficiale di una grande fetta degli utenti peggiora la situazione, aumentando l’inefficienza dei flussi e dei processi. Da un lato ci sono le grandi discariche dell’informazione che non si sa bene come gestire, archivi di ricordi e documenti che si sotterrano nei forzieri del non si sa mai. Dall’altro ci sono i miliardi di miliardi di piccole schegge di bits abbandonati ma incastonati e nascosti nel corpo ancora vivo delle macchine, impossibili da gestire nella loro dispersa frammentazione frattale. Forse non ce ne stiamo preoccupando troppo, ma sappiamo che non lo stiamo facendo perché non sappiamo come farlo. E sappiamo anche che generalmente arriviamo a riconoscere un problema solo quando il problema si è fatto talmente evidente da non poterlo negare, acqua alla gola e soluzioni precarie. Mi chiedo se ci siano i dati generali sulle quantità e sulle percentuali di questo ammucchio. La quantità di bytes abbandonati, questa immondizia cibernetica, aumenta secondo una proporzione fissa, o con un tasso differente rispetto all’aumento dell’informazione globale? C’è una previsione, una stima, che possa farci capire il processo, a livello individuale come a livello globale? Come per la raccolta differenziata, probabilmente bisognerà prima o poi cercare una soluzione e non un rimedio. E come per la raccolta differenziata o per la gestione dei residui energetici, questo vorrà dire solo una cosa: cambiare la nostra mentalità, adeguandola ai nostri emergenti livelli tecnologici e culturali.

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