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Emigranti (MEI2013)L’emigrazione è una questione di scala. A livello geografico come a livello culturale. Quanto bisogna “allontanarsi” per entrare di fatto nella lista degli “emigranti”? A livello amministrativo vale solo la frontiera nazionale, ma sappiamo che nella vita reale limiti e confini possono essere ben più eterogenei. Prima la scala era regionale: dalla campagna alle città. Poi il flusso si è fatto nazionale: dal sud al nord. Segue il livello continentale, e poi quello transoceanico. Si emigra quando si va “lontano”, lontano dalle proprie terre ma anche dalla propria cultura. Due scale che non sono sempre lineari e che non sono sempre e  necessariamente correlate. Due scale che, soprattutto, variano con i tempi e con le tecnologie. Oggi spostarsi dentro i confini europei non è praticamente nemmeno più interpretabile come un processo di emigrazione, ma solo di mobilità locale. Internet, i voli aerei e l’euro hanno cambiato sensibilmente la scala, e ci si sposta all’interno di uno stesso continente con lo stesso sforzo logistico e emozionale con cui fino a pochi decenni fa ci si spostava dal paesino alla capitale. Ma tra le scale che variano e i mezzi che cambiano ci sono schemi sociali che sono gli sempre gli stessi, frattali, invarianti al cambio delle proporzioni geografiche. Questi schemi sociali, più che la distanza geografica o culturale tra una terra di partenza e una di arrivo, sono forse il vero fattore di gradazione tra emigrazione e mobilità, due processi distinti ma che sublimano lentamente uno nell’altro. Nell’emigrazione c’è la forza della disperazione e quella della promessa, c’è la speranza e c’è la rassegnazione, c’è l’illusione della partenza e spesso la delusione del ritorno, ci sono le possibilità che si trovano e quelle che si perdono. E poi c’è l’abbandono, la perdita di una identità univoca, e il tentativo di esportare con se stessi parte di quella propria identità. Tentativo che a volte crea isolati anacronistici, e a volte invece si integra col resto generando variazione. Ci sono poi i ricordi del prima, veri e propri fantasmi del mondo perduto, e c’è la separazione, dalle genti, dalle cose, e dai luoghi. E generalmente c’è una terra ostile, che prende il meglio delle speranze senza restituire la stessa fiducia. Nell’emigrazione, quella vera, quella di ieri e quella di oggi, c’è sempre una terra che non ti accetta.

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Il complesso del Vittoriano a Roma ospita il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI). L’ingresso è dalla parte dell’Aracoeli, e l’entrata è gratuita. Il museo presenta una incredibile quantità di dati, informazioni, materiali, e stimoli, organizzato e strutturato con criterio e con gusto. Decisamente consigliato.

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