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Agnes 2013La fede è cieca, ma se c’ha qualcosa da vedere è meglio. La cultura spirituale non può prescindere da quelle necessità sensoriali che modellano conscio e inconscio di tutti i mammiferi e di tutti i primati, noi inclusi. Il percorso dell’anima passa per totem mitologici,  santini da collezione, rosari d’epoca, bottigliette sacre, calendari vaticani e portachiavi di padrepio. La fede intangibile ha un estremo bisogno di toccare, vedere, sentire, odorare, sennò non si vende, non convince. L’ultraterreno ha un estremo bisogno del terreno come interfaccia per attecchire su creature che costruiscono il loro mondo sulla base di percezioni decisamente organiche. Il fedele crede con l’anima, ma solo attraverso le garanzie del corpo. In questa prospettiva strettamente materialista delle religioni, tra feticismo animista, mercato pagano, e suggestione di massa, la “reliquia” è sempre stata un asso nella manica tanto delle multinazionali della fede quanto delle piccole botteghe parrocchiali. Ha una combinazione interessante di tutte le componenti fondamentali del circo, testimone storico ma anche mistero paranormale, a metà tra noi e loro, interfaccia tangibile tra quelli che erano e quelli che sono, uniti in una realtà culturalmente riconosciuta e socialmente condivisa. “Voi siete quello che noi eravamo, noi siamo quello che voi sarete”. Crani, falangi, tibie, clavicole, tutto fa brodo, soprattutto se incorniciato nell’oro e nell’argento dello sfarzo rituale. Ma i tempi cambiano, l’informazione corre, la tecnologia irrompe. La droga della fede, baluardo psicofarmacologico contro la tristezza spietata della vita, viene rimpiazzata da metadoni sportivi o endorfine intellettuali, e resa inefficace dalla logica della consapevolezza. E allo stesso tempo la cultura umana si fa più analitica, entrando nel tessuto sociale ma soprattutto, con riguardo al tema delle reliquie, in quello osteologico: l’antropologia forense, l’anatomia digitale, la morfometria computerizzata e la genetica molecolare possono far davvero parlare i morti, con una cabala che si basa su analisi biologiche e sperimentali. San Tommaso a questo punto non si limita a voler toccare, ma utilizza il DNA, gli archivi informatici, la tomografia computerizzata, e i modelli statistici multivariati. Una falange può raccontare i segreti intimi di una vita, e confrontarsi con un registro storico che per secoli si è dovuto accontentare di garanzie sulla parola. Che succede se i resti di un sant’uomo rivelano la genetica di una fanciulla? E se le esequie di un vecchio saggio risultano essere quelle di un bambino? E come la mettiamo se la capoccia di un illuminato presenta i segni di malformazioni cerebrali? Senza contare quei casi in cui l’osso del santo possa risultare esser di legno, o del suo cavallo. La reliquia è mercato e suggestione, manipolazione psico-storica di chi la vende, illusione tonificante per chi la compra. Qualcuno la butta sul “non fa male a nessuno”, ma tra gli interessi multinazionali della religioni e la manipolazione storica, ne siamo proprio sicuri? La reliquia è anche e soprattutto lobotomico strumento di controllo e addestramento psicologico: si chiede di credere a qualcosa che non ha nessuna garanzia e che spesso è addirittura associato a un contesto indubbiamente al limite del reale, spacciando come verità storica un idolo materiale e dicendo che lo fai per il bene dello spirito. Ma chi vuoi che ci creda a una cosa così? Milioni di persone.

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