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Robert Fogarty (Syria 2013)

L’emigrazione è un fenomeno sociologicamente dei più complessi. Da un lato ci sono i fattori delle terre di origine. Dall’altro le componenti delle terre di arrivo. E poi ci sono le condizioni specifiche degli emigranti. Un modello con tre comparti, e tutte le loro combinazioni. La componente sociale dell’emigrante è forse la più disattesa. La “composizione” della popolazione che emigra non è la stessa di quella che non emigra. Il “profilo” dell’emigrante non è in media lo stesso del suo compaesano che decide (o puó decidere) di non emigrare. La popolazione emigrante di una certa origine geografica in genere non è rappresentativa della popolazione di quelle terre originarie, ma una sua selezione “filtrata” secondo criteri sociali, economici, e culturali. Le nostre società sono lineari, semplici, e come le menti che le formano spesso ragionano secondo schemi di bianco o nero, bello o brutto, buono o cattivo, perdendo tutte le dinamiche e le possibilità della scala dei grigi, o addirittura dei colori dell’arcobaleno. Cosí la risposta sociale all’emigrante è in genere drastica: o tutti dentro o tutti fuori. Sappiamo per esperienza che spesso nelle nostre società l’emigrante oscilla tra una persecuzione medievale e una impunità criminale. Evidentemente male la prima scelta, male la seconda, ma sembrerebbe che le nostre istituzioni non siano capaci di integrazioni più complesse. Tra persecuzione e impunità, non si valuta mai una terza opzione: promozione. Le energie emigranti portano risorse umane, economiche e culturali. A parte voler (e dover) perseguire la componente negativa, perché non premiare quella positiva? Gli obiettivi dell’integrazione devono essere ben strutturati, altrimenti l’incontro diventa scontro. Abbiamo gli stessi diritti ma non siamo uguali, siamo diversi, e questa diversità è un valore. Se non riconosciamo le differenze, e non scopriamo come integrarle ed apprezzarle, al momento del contatto le inaspettate diversità genereranno risposte estreme, tra persecuzione e impunità. Integrazione non vuol dire solo reprimere la parte negativa dell’emigrazione, ma soprattutto promuovere quella positiva: riconoscere le situazioni esemplari, appoggiare l’impegno e i risultati che nascono dalla responsabilità e dal rispetto, per far sí che integrazione non sia solo un dovere, ma anche e soprattutto una possibilità e una aspirazione.

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