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Photo by John Cancalosi

Le chiamano “madri di giorno”, professionisti in pedagogia o psicologia che si prendono cura di cuccioli in età prescolare mentre i genitori lavorano. Gruppi massimo di quattro pargoli, per poter accudire a tutte le loro attenzioni. In alcuni Paesi europei la professione è strutturata a livello di legge, in altri si sta facendo associazionismo per coprire vuoti legali. Il dibattito ha tante porte ancora spalancate. Devono le economie statali sostenere questo tipo di gestione privata a scapito delle istituzioni più tradizionali e pubbliche? In una fase precoce, un bambino ha più bisogno di interazioni sociali eterogenee o di attenzioni direzionate in gruppi ridotti? Tra le opinioni opposte sulle strategie ministeriali e le psicologie infantili, pochi si fanno una domanda cardine: vale la pena far figli per farli allevare da altri? Avere un figlio è un diritto, avere un lavoro anche. E’ un diritto poter esprimere la propria necessità di sentirsi genitore, ed è un diritto poter sviluppare la propria necessità di carriera professionale. Ma è anche un diritto quello di un bambino di avere dei genitori che si prendono cura di lui, crescendo con lui, condividendo con lui. Sempre più frequentemente i genitori si auto-limitano alle funzioni “amministrative” del crescere un figlio, lasciando alle istituzioni e alla società il compito di formare il piccolo uomo. In molti sembrano non essere disposti a trattative: essendo un diritto, lo voglio tutto, grazie. Voglio un lavoro impegnativo e di carriera, e voglio tanti bei bambini. Ma il giorno è di ventiquattro ore per tutti e, con lodabili eccezioni, il rischio è di fare due cose fatte male. Escludendo qualche abile stratega, per i più il rischio è di arrivare a dover rattoppare con risultati discutibili le proprie responsabilità di genitore, o quelle di lavoratore, o entrambi. L’assolutismo egoista del “lo voglio perché mi spetta di diritto” rischia di generare professionisti rimediati e genitori improvvisati, un cattivo investimento in entrambi i settori. Con i vincoli economici di uno Stato democratico drogato dai principi capitalistici, le necessità di salario di un nucleo familiare dovrebbero far spostare il dibattito verso la possibilità di una integrazione stessa del genitore nei flussi di mercato (ovvero, il “lavoro” di genitore andrebbe riconosciuto come tale). Ma, prima delle difficoltà amministrative di un progetto così radicale, bisognerebbe passare la barriera individualistica dei genitori stessi, che spesso antepongono i propri impulsi di procreazione o di carriera alle proprie possibilità economiche e sociali, e soprattutto alle proprie responsabilità verso un essere vivente che, è il caso di ricordarlo, prima di essere un bambino è un essere umano.

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