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El Roto - Las boinasLa Spagna è entrata in occidente, dopo una dittatura anacronistica e devastante, solo da pochi decenni. Ci è entrata comoda, da invitata dell’ultima ora grazie al lavoro su larga scala che gli altri stati europei avevano fatto in tutto questo tempo. L’euforia ha giocato un brutto scherzo al popolo iberico, che si è tuffato nella nuova comodità senza pensare di doversi garantire un ruolo, e assumersi delle responsabilità. Il modello portato avanti è stato lo stesso del secolo addietro, solo molto più rilassato e a spese delle garanzie economiche e istituzionali dell’Europa che stava oltre i Pirenei. Il carattere spagnolo è molto individualista, e abituato a pensare sui tempi brevi: io e oggi. Vai a sapere se questo forte individualismo è il risultato di una lunga e recente dittatura, o al contrario se la dittatura ha potuto essere lunga e recente proprio grazie a questo forte individualismo. A parte gli eventi storici e il contesto religioso, c’è un fattore demografico importante: la densità di abitanti. La Spagna ha un territorio più di una volta e mezza l’Italia, ma solo l’ottanta per cento dei suoi abitanti. Il ché vuol dire una densità di persone più o meno della metà. Questa rarefazione porta a diverse conseguenze socio-culturali, tra cui una che credo abbia importanza: la Spagna è fortemente strutturata sulla “provincia”. Un consistente numero di persone vive ancora in situazione di “piccola città”, con la vita scandita dal ritmo locale e organizzata secondo reti relativamente poco complesse, in un continuo equilibrio instabile dove una inerzia di sicurezza evita di far tracollare relazioni di odio e amore, famiglia e amicizia, affanni e affari di ogni genere. La grande città e le grandi densità generano quella “orda anonima” di Konrad Lorenz dove noi tutti come pesci viviamo in una condizione di sconosciuti che, se da un lato toglie un certo romanticismo alla vita quotidiana, dall’altro diluisce gli eccessi legati ai limiti e alle assurde forzature illogiche e fallimentari delle strutture istituzionali, politiche, sociali, e culturali, fortemente caratterizzate da endogamia genetica e di quartiere. Quanto più tutti si conoscono, quanto più la società si struttura su regole che possono non aver nulla a che vedere con la sensatezza, il pragmatismo, l’efficienza, o il merito, ma bensì con dinamiche locali contaminate da mille fattori che non sono necessariamente vincolate a criteri efficienti di gestione. Evidentemente questo succede a tutti i livelli, non è un carattere specifico della provincia. Ma il peso di questo processo è inversamente proporzionale alla densità di popolazione: quando più piccola la cerchia, tanto più le relazioni personali saranno più importanti di quelle istituzionali, ideologiche, politiche, o culturali.

Il crollo del miraggio spagnolo è disastroso non tanto per i numeri della crisi, ma piuttosto per le ragioni che ci sono dietro, e che preludono a una lunga e ancora una volta anacronistica agonia di queste terre. Gli interessi depredatori degli industriali locali, i poteri bigotti del conservatorismo incolto, le paure generate dall’isolamento provinciale, l’individualismo storico, stanno riemergendo con tutte le forze dietro al fallimento e ai pericoli di questo collasso che era perfettamente prevedibile, ma che si è fatto finta di non vedere per non disturbare la festa. Il principio del “poi si vedrà” è dominante da queste parti. Ma la festa finisce e non c’è più birra, la gente si fa seria, e in molti tornano allora ai vecchi metodi, quelli che conoscevano prima della baldoria. Gli inquisitori, i censori, i corrotti, i massoni, gli incappucciati, che stavano tranquilli nelle istituzioni e nelle amministrazioni cambiano sguardo, e ritirano fuori i cappucci e i baschi della tradizione profonda.

La situazione della ricerca è un caso esemplare per analizzare tutte queste componenti. Gli industriali e i poteri locali stanno invadendo le istituzioni scientifiche per trasformare la ricerca in strumento di produzione economica, o per meglio dire di profitto limitato e su scala locale: si bruciano grandi investimenti per garantire vantaggi minori a pochi amici. I centri ricerca, grazie alle nuove leggi sul licenziamento, buttano fuori chi non si allinea, senza batter ciglio e senza dare troppe spiegazioni. Discutibili colossi architettonici residuo della grande truffa immobiliare con grandi promesse di eccellenza scientifica vengono abbandonati o ancora non sono mai stati nemmeno inaugurati, facendo la stessa fine di molti aeroporti o di tanti edifici istituzionali. Politici e gestori piazzano amici e parenti dovunque, per assicurarsi favori ma soprattutto impiegati fedeli e compiacenti che ne garantiranno qualsiasi operato. Le decisioni drastiche non vengono nemmeno comunicate, e quando c’è da negare, semplicemente, negare è sufficiente.

La qualità della vita in Spagna è ancora alta, non fosse altro perché le infrastrutture sono ancora tutte nuove di zecca, e perché la gente già si è abituata a un certo benestare che cerca di non perdere. Lo stesso benessere ha anche in parte insegnato al buon carattere iberico quella certa soddisfazione dell’esser efficienti. Ma se la festa finisce allora istituzioni e gestori devono rimettere mano alle cose, nell’unico modo in cui si è sempre fatto. E il cammino riprende da dove si era lasciato prima del miraggio, con un minimo di dovuto aggiornamento ma con la stessa sostanza, radicata nella storia e nella psicologia delle province. E con l’unica formula che si conosce: corruzione per garantire a chi può, e repressione per gli altri.

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