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Libertad de expresión (Malagón)Non credo di essere troppo pessimista nel dire che le cose francamente non stanno funzionando. I processi economici sono annodati su se stessi, i livelli sociali a rischio sismico, la politica in dissesto cronico e sul ciglio costante dell’infarto, le risorse culturali quasi in coma vegetativo. In Italia forse almeno uno l’hanno messo fuori gioco per sette anni, ma tutti gli altri milioni stanno ancora a piede libero e mani sciolte. In questo disastroso stato generale di troppe macerie e pochi orizzonti, ce ne è per tutti. Banchieri, politici, amministratori, impresari, hanno fatto mambassa di diritti e privilegi, creando un sistema di abusi e di compromessi che si sta strozzando da solo. Certo non si può pensare che tutto questo sia accaduto in un mondo dove invece “il popolo” è saggio, giusto, e ingiustamente vessato e soggiogato da una élite di filibustieri. Banchieri, politici, amministratori, impresari, sono un campione aleatorio del popolo stesso, e ne condividono valori medi e forma di pensiero. Possiamo discutere sulle percentuali (e qui si che sono pessimista), ma non sul fatto che tra i banchieri o tra i parlamentari ci sono le stesse tipologie umane che possiamo incontrare tra i professori, i geometri, gli idraulici o le casalinghe. Non possiamo pensare insomma che banchieri e politici siano una selezione di maligni, attentamente scremati da un popolo di onesti. Detto questo, ormai la situazione al trabocco ha da tempo fatto cadere i peli sulla lingua, e si dà sotto a tutti senza remore né mezze parole. Con una certa eccezione: ad oggi è ancora tabù puntare il dito contro i giornalisti. Criticare il giornalismo è automaticamente interpretato come atto anti-democratico. Quasi fossero una casta di sacerdoti, forse in virtù di passate persecuzioni o forse perché custodi delle chiavi del tempio, sono strenuamente difesi senza ombra di dubbio o di macchia. Difesi soprattutto, a spada tratta e con unanime reazione, dai mezzi di comunicazione, ovvero da se stessi. Filtrando direttamente l’informazione e decidendo l’orientamento delle critiche e delle tendenze, si guardano bene da rivolgere l’arma verso loro stessi. La barriera alla critica è talmente costante e ben integrata che risulta estremamente impopolare e controproducente accennare a qualsiasi responsabilità o difetto del sistema giornalistico. Ora, tornando alle considerazioni precedenti, sarebbe statisticamente improbabile che la classe giornalistica non avesse gli stessi limiti che costantemente denuncia in tutte le altre classi o corporazioni. E in questo caso è bene ricordare che il danno (e la responsabilità) è proporzionale alla potenza dell’arma. E l’arma di distruzione di massa più subdola, oggi più che mai, è l’informazione.

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