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That Yellow GiulioSpesso sono i migliori che se ne vanno. Ma non sempre. Se uno aspetta, ogni tanto parte pure qualche ruffiano. Niente di strano, nessuno ci aveva creduto davvero a questa storia dell’immortalità del diavolo, anche se sotto sotto tutti si pensa che lo hanno solo riciclato per non dare nell’occhio. Invece la parte più  interessante viene dopo, il solito esperimento con i ratti di laboratorio, dove la cosa particolare è vedere come reagiscono all’impulso. In Sudamerica si chiama “Malincismo” la tendenza a venerare chi ci ha invasi, colonizzati, e massacrati. Il nome viene da La Malinche, l’india che si suppone aiutò Cortés a sterminare il suo stesso popolo. Don Giulio ha fatto la storia d’Italia degli ultimi cinquanta anni. Visto il risultato, questo sarebbe sufficiente a farsi un giudizio sommario. L’Italia è un Paese in lenta putrefazione da quasi mezzo secolo, tra corruzione, inciuci, intrugli, stragi, arretratezza, illegalità e quant’altro, con una qualità della vita appena decente per uno standard occidentale. Punto di incontro tra la malavita organizzata e la politica, ponte tra il Vaticano e gli Stati Uniti d’America, in odor di bombe e di sequestri, di repressione e di censura. Il primo esperimento fu quando Don Giulio tornò in sede di governo dopo la prescrizione per collusione mafiosa: l’intero scenario parlamentare, centottanta gradi di malaffare istituzionalizzato, baciarono le mani. Ma adesso l’esperimento si fa popolare, esce dall’emiciclo e scende per le strade. E d’improvviso di bombe e sequestri e padrini e banche e morti  e  cinquantanni di devastazione resta “il grande statista”, “l’uomo di fede”, “il simbolo della politica”. Ora, i giudizi spettano ai tribunali, e dalle nostre case solo possiamo vedere quel poco che filtra dal mondo corrotto e sommerso della politica, delle leggi, e dell’economia. Ma in nome di questa inconsapevolezza ingenua e superficiale nemmeno dobbiamo poter accettare tutto. Cinquantanni di osservazione possono pure bastare per farsi una idea, e per pensare che visto il cammino e visto i risultati, Don Giulio sarà pure stato in gamba nel suo, ma da qui ad ammirarne le doti ce ne passa. E invece pare che non si possa resistere ad una pietas che, generando idoli, ci sprofonda sempre di più nell’inganno. Sarà per un rispetto innato alla morte, o ipocrisia, carità, ignoranza, sindrome di Malinche o di Stoccolma, ma morto il demone se ne celebra la santità. Qualcuno fa semplicemente notare che per lo meno, confrontato con quelli di adesso era sveglio e colto. Ma non dovrebbe bastare. Il problema è che, all’Inferno, morto il demonio restano solo i peccatori.

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