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Tom WaitsIn molti trovano un senso romantico in una strada portoghese lercia e abusata da decenni di recessione economica e sociale, le pareti di una decadenza atavica e cronicizzata dall’arte impropria di una improvvisazione malriuscita, l’insegna di un vecchio bar tra le macerie della vita, porto di mare e di vino, case rimediate tra vicoli sghembi e sgangherati, col vento dell’oceano che leviga le travi abbandonate e le speranze che non hanno mai provato l’ebrezza del varo. Il romanticismo di un intorno vissuto sul momento, una birra e qualche gabbiano tra moli e spazzatura, barche che sbattono e topi che scappano. Dall’altra parte dell’oceano il romanticismo a volte prende forma di motel su una statale fatta di polvere e di pneumatici ammontonati, i nomi esotici colorano il bancone mezzo sverniciato di una stazione di servizio o un auto agonizzante nel suo stesso olio che le corrode l’anima, i letti a ore per un amore fatto “al freddo in quella stanza di altri e spoglia”, una radiolina fuori onda, un uomo che fuma e ingrassa tra le sue bretelle. Ma il romanticismo arriva solo dove arriva il racconto, e lo squallore comincia dove comincia la vita. Nel tentativo (riuscitissimo) di farci arrivare un messaggio con il valore delle cose semplici e delle vita reale, canzoni, libri, e film, ci hanno inoculato forse senza volerlo un vero e proprio vaccino contro la sensazione di miseria e disperazione. Ci hanno fatto sognare la desolazione e l’abbandono. In piccole e costanti dosi, ci hanno edulcorato l’amarezza dei volti, l’insopportabilità degli odori, l’assenza degli sguardi, il dolore ossessivo della solitudine. Come fossimo cani di Pavlov, hanno associato emozioni romantiche a situazioni di impoverimento economico e sociale, facendoci tollerare, accettare o addirittura desiderare il degrado. Ma è frutto solo di una ipnosi artistica, e il vaccino funziona solo finché ci limitiamo a comprare dischi o andare al cinema, al massimo per brevi esposizioni temporanee a qualche giorno di vacanza. Probabilmente associamo romanticismo e decadenza solo perché la decadenza vera, fortunatamente, non l’abbiamo mai vissuta. Chi vive dentro uno stato di abbandono, continuamente sconfitto da un deterioramento costante che penetra i muri e incrina le ossa, probabilmente non lo trova poi troppo romantico. Nel mondo a norma comunitaria la nostra mente cerca le garanzie delle regole, ma il cuore sogna la libertà della rassegnazione. La nostalgia, forse irresponsabile, della sconfitta. E’ il fascino dannato del non aver nulla da perdere.

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