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Varsavia Settembre 1939 (Julien Bryan)Bisogna stare sempre attenti, che si può morire anche senza starsela a cercare poi troppo. Uno può saltare in aria mentre fa una maratona a Boston, o mentre fa la fila per il pane a Bagdad. Un bambino rischia che gli sparino addosso in una scuola del Connecticut o in una di Damasco.  Certo magari che ti possa saltare una gamba o che ti crivellino sul banco di scuola è un po’ più probabile in Iraq e in Siria che non negli Stati Uniti. Ma una vita umana è una vita umana. O forse no? Beh in realtà se uno dà retta alle televisioni, ai giornali, o alle istituzioni, sembrerebbe che qualcuno è di fatto più umano di qualcun altro. Più o meno orientativamente, almeno considerando l’attenzione mediatica in termini di tempo dedicato, livello di dettaglio, e grado di preoccupazione, una gamba persa negli Stati Uniti vale circa mille gambe perse in Medio Oriente. La vita di un cittadino statunitense, giudicando dalla quantità di informazione dedicata dai media e dai governi, sembrerebbe valere perlomeno qualche centinaio di vite di cittadini “esterni” alla nostra società occidentale. Per fare notizia ci vuole un solo morto occidentale o almeno cinquanta non-occidentali. Sarà perché quando la notizia è continua non fa più notizia. Sarà perché il Medio Oriente o l’Africa sono lontani, mentre i negozi e i grattacieli di Manhattan arrivano quotidianamente dentro ai nostri salotti. Sarà perché da quando sei piccolo impari che è meglio stare dalla parte del più forte e del più sbruffone se vuoi evitare problemi. “Siamo tutti americani” solo quando gli arrivano gli schizzi di ritorno della violenza e dell’odio, o lo siamo sempre, pure quando fanno i casini e armano mezzo mondo gestendo il traffico planetario dei proiettili e delle bombe? Le lobby degli Stati Uniti d’America prosperano vendendo armi ai loro cittadini e istigandoli all’odio e alla diffidenza, e poi tirano un sospiro di sollievo quando lo squilibrato di turno è per fortuna un ceceno, perché se era un benestante da villetta a schiera c’era da dare spiegazioni noiose. I morti dei Paesi sottosviluppati (sempre mi è sembrato una presa in giro chiamarli “in via di sviluppo”, termine che racchiude una speranza che sappiamo vana, usato soprattutto per tranquillizzarci e giustificare noi stessi alla luce di un supposto “stiamo lavorando per voi”) li ammassiamo in notizie rapide di passaggio, mentre i telegiornali di tutte le sponde e correnti ci informano dettagliatamente di ogni disguido su territorio statunitense, includendo traffico e trombe d’aria. E’ una grande ipocrisia quella di continuare ad affermare con tutta la sfacciata serenità che gli Stati Uniti non siano in guerra. Di fatto, le guerre le causano e le organizzano, ma non gli piace sentircisi dentro. Un civile che muore in Afganistan è una vittima di guerra, uno che muore nel crollo delle torri gemelle è una vittima del terrorismo. Le guerre si fanno a casa degli altri, lontano, ma nel giardino col barbecue deve regnare la tranquillità. Se io vengo a sparare a casa tua sono un portatore di pace, se invece vieni tu a casa mia sei un terrorista. Ma una vita umana è una vita umana, bisogna contare bene. Forse ce lo ricorderemo meglio quando torneremo anche noi a fare la fila per il pane, con gli occhi stanchi della paura e fissi su ogni angolo della strada, e le orecchie attente al canto delle sirene.

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