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Il salone 1 (Otto Dix, 1921)La scienza è debole. Il mercato dei dei titoli, la svendita mediatica, l’elitismo accademico, e l’ipocrisia delle false garanzie democratiche, hanno logorato da dentro e da fuori la ricerca, lentamente, come le termiti che distruggono un edificio lasciando intatto l’aspetto esteriore. Poi un giorno l’edificio crolla, e si scopre che dentro non c’era più nulla. Solo restava una sottile e debole facciata. Non sappiamo a che punto del processo siamo arrivati, se siamo ancora in tempo per una robusta ristrutturazione o no. Ma intanto di questa debolezza sono in molti ad approfittarne. Il parassita forse più grosso e pericoloso è l’industria, o meglio i molti che, in nome dell’industria e dell’impresa, si approfittano di una ricerca tanto debole da non riuscire a difendersi. Si specula trasversalmente, con quello stile classico dove ci scappa il morto senza che nessuno debba premere il grilletto, tutti formalmente innocenti dietro taciti accordi che lasciano soddisfatti i direttivi delle accademie, delle imprese, e delle amministrazioni. Si specula (come sempre) sulla debolezza e sulla necessità, e si induce alla prostituzione coatta delle risorse scientifiche. Fino a qualche tempo fa la ricerca mirava a essere economicamente garantita. Poi sono venute le vacche magre, e si doveva allora garantire da se. Adesso qualcuno si è accorto che di questo circolo di denaro si può fare cassa, e il prodotto scientifico si è scisso dall’introito economico. In molte situazioni già non conta più il risultato della ricerca, ma solo la quantità di denaro che la ricerca ha fatto entrare nelle casse delle “imprese”. Di fatto, se una ricerca dà ottimi risultati ma senza utilizzare ufficialmente grandi fondi non interessa ai gestori, il cui obiettivo è quello di far girare la dinamo economica appiccicata ai laboratori. In cambio i cassieri della scienza tollerano più che bene una ricerca costosa che abbia dato scarsi frutti. Nei casi più beceri il messaggio va diretto allo scopo: o mi fai guadagnare o ti licenzio. Per fortuna non siamo più in zona feudale da repressione operaia, e lo stesso identico risultato si può ottenere a norma europea e con vaselina istituzionale, utilizzando come garanzie dell’abuso sani principi di competitività, un elegante mobbing, o una crisi di passaggio. Nei casi invece più sottili l’istigazione al marketing scientifico passa per una rudimentale psicologia spicciola. Nella sua forma più suadente, si convince il giovane virgulto che il suo valore si riconosce dalla quantità di denaro che riesce a smuovere. Se andiamo invece sul paternalista gli si dice che se non esibisce medaglie costose non avrà futuro in questo mondo crudele. Sono ormai molti i ricercatori che nei loro curriculum e pagine web mettono in vetrina i fondi ottenuti più che gli articoli scientifici pubblicati. E la lanterna di Aristotele si è fatta lucciola.

C’era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva “Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera”

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Vi invito a leggere questo breve post su scienza e ricerca, e a vedere questo video di promozione della Comunità Europea sul tema ricerca e donne:

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