Oltre la nube

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Il folle e il genio, dipende da che parte cade la moneta. Vedono (o credono di vedere) relazioni che gli altri non possono vedere. Si fanno domande che gli altri non possono capire. Il cammino è comunque solitario, satelliti di quella periferia della cognizione dove la distanza dalle medie genera incompatibilità. Forse la differenza tra genio e follia sta solo nel risultato: nel primo caso si raggiunge, nel secondo no. Ma questo, gli altri, non lo sapranno mai. In realtà la differenza tra genio e follia non la fa il genio o il folle, la fa la gente, la fanno gli altri. Come la bellezza, genio e follia stanno negli occhi di chi guarda. Forse non sappiamo quali siano le vere differenze tra il folle e il genio, ma sappiamo invece con certezza quello che spesso condividono: isolamento, e spesso condanna. La sentenza tra follia e genialità dipende dal giudizio della società, ed è quindi sensibile alle debolezze e alle incoerenze della tribù. Troppi folli sono diventati geni decenni o secoli dopo la loro persecuzione da parte di una società che da sempre ammette solo deviazioni minime, e giudica dal basso della sua condizione tribale e scimmiesca qualsiasi allontanamento che metta in dubbio le ragioni del branco. Il genio diventa folle quando le sue ragioni non sono più compatibili con i bisogni del clan. Il folle diventa genio quando il clan ne riconosce una utilità per se stesso. In entrambi i casi, è sempre e comunque la società che stipula il confine tra genio e follia, ma che in entrambi i casi, comunque, prende le distanze. Una società che cambia i suoi parametri e i suoi  bisogni, senza vincolo di coerenza o di onestà, folle oggi, genio domani. In entrambi i casi, aspettando come tutti l’inevitabile oblio e oscillando tra gloria ed esilio, il genio e il folle continueranno il loro cammino solitario, con la sola compagnia della loro propria ombra a ricordargli continuamente la colpa di un peccato altrui.

Un loco
Antonio Machado

Es una tarde mustia y desabrida
de un otoño sin frutos, en la tierra
estéril y raída
donde la sombra de un centauro yerra.

Por un camino en la árida llanura,
entre álamos marchitos,
a solas con su sombra y su locura
va el loco, hablando a gritos.

Lejos se ven sombríos estepares,
colinas con malezas y cambrones,
y ruinas de viejos encinares,
coronando los agrios serrijones.

El loco vocifera
a solas con su sombra y su quimera.
Es horrible y grotesca su figura;
flaco, sucio, maltrecho y mal rapado,
ojos de calentura
iluminan su rostro demacrado.

Huye de la ciudad… Pobres maldades,
misérrimas virtudes y quehaceres
de chulos aburridos, y ruindades
de ociosos mercaderes.

Por los campos de Dios el loco avanza.
Tras la tierra esquelética y sequiza,
rojo de herrumbre y pardo de ceniza,
hay un sueño de lirio en lontananza.

Huye de la ciudad. ¡El tedio urbano!
Carne triste y espíritu villano.
No fue por una trágica amargura
esta alma errante desgajada y rota;
purga un pecado ajeno: la cordura,
la terrible cordura del idiota.

 

Ubi minor …

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Spesso si dice che da vecchi si torna bambini, facendo riferimento soprattutto alla disconnessione e all’isolamento con la realtà, e alla perdita di autonomia. Sappiamo bene che non è così, perché l’isolamento della vecchiaia nasce dalle incompatibilità generazionali tra culture tanto prossime come distanti, e che la mancanza di autonomia si deve a un processo di degrado, non di formazione. Ma soprattutto la visione romantica del vecchio-bambino dimentica un fatto cruciale: in genere quasi tutti smaniano per poter prendersi cura di un bambino, e quasi nessuno anela farlo per un anziano. La riproduzione, il far figli, è l’ultimo grande baluardo dell’uomo-scimmia: possiamo vantare logica e raziocinio, ma l’impulso riproduttivo annichilisce qualsiasi capacità razionale. O forse, semplicemente, rivela tutto quel substrato che razionale non è, e che in molti casi ancora domina pensieri ed emozioni, nascosto dai nostri codici più complessi. Siamo umani quando si tratta di far calcoli o produrre tecnologia, ma al momento riproduttivo siamo solo mammiferi tra i mammiferi. E’ un principio talmente primordiale che le religioni lo utilizzano come base strutturale, sapendo di potersi appoggiare su un pilastro che non cederà mai. La riproduzione è di fatto ancora un tabù, anche nelle culture più aperte, uno di quegli argomenti che non accettano dissidi o commenti dissonanti, o al contrario uno di quegli argomenti che con facilità mette tutti d’accordo, mescolando demagogia e istinti atavici. Sappiamo per esempio che una adozione richiede una fase di scrutinio profonda e inflessibile, mentre per un semplice “fai-da-te”, che si conclude con lo stesso risultato (la responsabilità di allevare un cucciolo umano) non sono richieste garanzie di nessun tipo, e una sbronza ben piazzata già è sufficiente per iniziare il percorso. Anche a livello personale o professionale, la “voglia” di avere un figlio è un diritto che non prevede eccezioni, per uomini e per donne, anche quando palesemente incompatibile con i molti limiti delle nostre vite moderne, a livello economico o sociale, a livello personale o generazionale. E’ anche curioso come spesso le coppie parlino di voler “tenere un bambino”, dimenticando che in pochi anni quel bambino sarà una persona, e le regole dovranno cambiare profondamente. Non c’è niente da fare, suona a giocattolo, quasi a capriccio, o a rivalsa. Si esige in base alla “voglia di”, dimenticando che quello che è in gioco non è solamente la propria vita, ma una vita altrui. Da qui a situazioni estreme come quelle di chi, non potendo avere un figlio “suo” tramite metodi diciamo naturali, non ne vuole sapere di dare una mano a uno dei milioni di figli abbandonati alla miseria e dalla miseria di qualcun altro (facendo una distinzione di sangue basata su un principio di identità biologica e molecolare come farebbe inconsciamente un cinghiale o una medusa) e si presta ad un mercato squallido e spesso illegale, quando non addirittura immorale, per avere un proprio clone a garanzia della propria, fasulla e incoerente, immortalità.

Fatto sta, che quasi tutti vogliono prendersi cura di un bambino, ma quasi nessuno vuole prendersi cura di un anziano, anche se spesso si tratta esattamente delle stesse attenzioni, delle stesse cautele, della stessa dedicazione, e in pura teoria dello stesso amore. E’ infrequente che i figli abbiano per i padri le stesse attenzioni che hanno ricevuto da loro tanti anni prima, ed è difficile che i figli restituiscano ai genitori quell’amore che i genitori gli hanno dato in vita. Ma non è un furto, è solo un prestito: lo reinvestiranno a loro volta nei loro figli, da cui nemmeno loro probabilmente lo riceveranno indietro.

Dr. Lucignolo

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La situazione della ricerca e delle università sta arrivando velocemente al collasso. Le menti più dedicate e produttive non trovano un salario, le istituzioni sono spesso intasate da amministrazioni e geopolitiche tribali, la ricerca è subordinata al procacciamento di fondi fine a se stesso, e i pochi contratti disponibili dipendono quasi esclusivamente dalle abilità di marketing e di relazione dei supposti scienziati in carriera. Le università sono aziende dedite all’accaparramento di matricole paganti a cambio di un servizio da centro vacanze inclusivo di notti brave e, per i più volenterosi, di un pacchetto da istruzione da liceo. Il fatto che in molti paesi occidentali (due a caso: Italia e Spagna) la cultura generale si limiti al circo e al glamour, non aiuta, e non si può inoltre negare che potendo escludere (o almeno ridurre) corruzione e fancazzismi di tutte le fazioni la situazione universitaria migliorerebbe sensibilmente. Ma dobbiamo anche riconoscere che, con tutta probabilità e a livello internazionale, ci siamo messi da tempo a generare una pericolosa “bolla speculativa accademica”, simile a quelle più famose delle banche e dei palazzinari. Il benessere generale ha esonerato in molti dalla stretta necessità di una formazione rigorosa, inducendo un rilassamento dei filtri sociali, delle dinamiche del lavoro, e in genere delle capacità culturali che vincolano gli aspetti professionali (la preparazione) a quelli lavorativi (i salari). In molti non hanno una urgenza estrema di lavoro o di guadagno, le pensioni e gli introiti delle generazioni precedenti sopportano il peso, e il percorso universitario è diventato un cammino dovuto, senza garanzie ma anche senza impegno, buono per far tempo e per sognar d’essere, un giorno, aviatori o poeti. Il sistema capitalistico ha risposto velocemente, e ha approfittato innescando i meccanismi del mercato, trasformando gli studenti in clienti, le università in villaggi vacanze, la ricerca e la cultura in dépliant. Interessante esperimento sociologico, come sempre, l’Australia, dove una delle entrate economiche principali è l’educazione accademica, la vendita di corsi universitari al mercato asiatico e americano, una entrata che compete quasi solo con quelle dell’industria e delle miniere. In molti campus la spesa principale è … il “landscaping”, ovvero il disegno architettonico del complesso per soddisfare le necessità edonistiche dello studente-cliente che, come nei motori di ricerca turistici, mette poi le stelline alle infrastrutture, ai corsi, o ai professori, orientando le scelte dei futuri villeggianti. I docenti hanno consulenti che li guidano sulla preparazione delle lezioni, per aumentare i “likes” dei giovani acquirenti. Curiosamente, l’Australia è anche il paese che meno investe in educazione accademica (peggio c’è solo il Giappone): il governo non caccia un soldo, e le aziende-università tirano delle vendite del prodotto, ovvero delle matricole. Una vera e propria bolla, appunto come quella delle banche e dei palazzinari, con una speculazione che aumenta esponenzialmente il circolo di un denaro che non c’è, generando in questo caso una richiesta esponenziale di posti di lavoro che non esistono, e che non esisteranno mai. E, come si faceva con gli indiani e con gli aborigeni, anche con gli studenti c’è un modo per farli stare buoni mentre uno fa cassa: la bottiglia piena. Funziona sempre.

L’insostenibile pesantezza dell’orda

La democrazia e il capitalismo condividono una base fondamentale: si reggono sulla massa, sulla folla, e sul potere di convincerla, di manipolarla. In democrazia siamo tutti uguali davanti al peso del voto, così come il capitalismo non fa distinzione sul proprietario del denaro. Il principio, semplice e diretto, è convincere quante più persone possibile di qualcosa, per ottenere il favore della loro scelta, sotto forma di voto o di pecunia. E la massa, per definizione statistica, è mediamente mediana. Ovvero, politica e economia dipendono dai valori centrali, e non da quelli estremi. Questa stabilità da un lato può tamponare contro i possibili eccessi negativi, dall’altro preclude in genere il progresso verso situazioni più complesse e organizzate. La media ha una preparazione media, una conoscenza media, una prospettiva media, una capacità di previsione media, una capacità di analisi media: non appoggerà e non capirà e non apprezzerà, in media, una prospettiva che esce dagli schemi medi. La democrazia e il capitalismo devono, per forza di cose, dar retta alla media, alla distribuzione centrale, che essendo centrale non può arrivare a comprendere tutte quelle alternative che medie non sono. La società democratica e capitalistica nel migliore dei casi non arriverà nemmeno a notare o a considerare alternative fuori della norma, nel peggiore le perseguirà, siano esse nocive o vantaggiose. Se una proposta, politica, economica o culturale, va oltre la norma della massa, non convince, non si può nemmeno arrivare a capire, e se non si capisce non si compra, o non si vota. E questo apre ovviamente alla prostituzione politica o a quella culturale. I partiti, invece di proporre le loro alternative in base alle loro competenze e alle loro ideologie, sondano le aspettative degli elettori per poi offrirgli quello che gli elettori si vogliono sentire offrire. Invece di basare la campagna su una proposta, la fondano su una promessa, disegnata non in base alla capacità politica e ideologica ma a quella strategica delle statistiche e delle vendite. L’economia delle imprese e delle multinazionali segue lo stesso principio, anche se in questo caso il processo fa parte della sua stessa natura: se il popolo chiede zella, gli diamo zella. Garante il diritto di scegliere.

E la cultura non trova miglior rimedio che unirsi al banchetto, tra lucro e necessità, trasformando il pubblico in cliente, e la formazione in intrattenimento. Questo mese hanno dovuto rivedere la strategia di una mostra sul corpo umano, perché più d’uno sveniva quando appendevano gente viva coi ganci al soffitto, trapassandogli la pelle tra schizzi di sangue e lacerazioni multiple per mostrare l’incredibile resistenza della nostra tuta organica. La scienza diventa marketing, e con la scusa della divulgazione vende invece solo spettacolo. Fino a che punto è lecito fingere di spacciare cultura con lo scopo di vendere il prodotto? Quando si decide di vendere spettacolo usando la scienza come falso pretesto bisogna poi accettare le conseguenze, soprattutto quelle a lungo raggio, che determinano la capacità culturale di una società, e che ne determinano i suoi limiti. Senza contare che il principio dell’intrattenimento e dello stupore comporta un pericoloso rischio di retroalimentazione: il circo, sia fatto di politica o di cultura, di gladiatori o di donne barbute, ha l’obbligo di stupire ogni volta più della precedente. E lo spettacolo, succeda quel che succeda, deve sempre e comunque continuare.

“Venghino si’ori venghino! Entrino si’ori entrino! … che più gente entra e più bestie si vedono …“.

Ha da vení Cipputi

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cipputi_altanNel mondo tribale del macaco umano l’evocazione di uno spirito maligno genera paura e la paura, emozionale e primitiva, apre la porta all’irrazionale, all’illogico, e al demagogico. Anche solo menzionare il demonio è sufficiente per giustificare poi qualsiasi affermazione o posizione, che protegga e che scongiuri. Uno dei demoni della nostra società è la disoccupazione, e solo pronunciando il suo nome si ottiene una risposta emozionale e morale univoca e trasversale. Il termine è assolutamente sufficiente a generare una sensazione di paura e di incertezza, baratro, insicurezza del presente e del futuro. Tutta una serie di sensazioni adeguate per poter indurre poi, nel primate impaurito, uno stato di rassegnazione docile e malleabile. Si farebbe qualsiasi cosa per scongiurare il demonio. In genere la politica e l’amministrazione presentano la disoccupazione come una causa (causa di mali) e non per quello che in realtà è, ovvero una conseguenza (conseguenza della loro cattiva gestione, corrotta e/o incapace). L’evocazione del pericolo induce la condizione di sottomissione dei sudditi, che sono disposti a tutto per essere salvati dal mostro. La Spagna è un ottimo terreno di studio in questo senso, essendo passata da una situazione di (forse eccessivo) benestare a una situazione di incertezza totale in pochi anni, il tutto in un contesto sociale di individualismo generalizzato e rivendicativo. Ci sono centrali nucleari obsolete che hanno passato da tempo la loro data di scadenza ufficiale, ma che nessuno vuole chiudere perché “generano lavoro”. Gli introiti sono per quelli che ci vivono lontano, mentre i nativi preferiscono vivere con il rischio che gli esploda sotto le chiappe, piuttosto che affrontare il baratro dell’incertezza occupazionale che li potrebbe spingerebbe lontani dalla loro tribù. Un altro caso di eccezionale incoerenza è il gioco d’azzardo. Mentre psicologi e sociologi, ovviamente sempre appoggiati dalle istituzioni, insistono sugli effetti devastanti  (sia a livello individuale che culturale) dei vari vizi ludopatici, le province fanno di tutto per fomentare casinò e macchinette mangiasoldi, perché “generano lavoro”. Il politico di turno ci fa la morale sull’importanza della cultura e dei valori, e poi scatta la pubblicità dove un calciatore piacione, in un clima da donnine, auto di lusso, e istinti primordiali, promuove il videopoker.

Un altro esempio di estrema ipocrisia sociale è il consumo dell’alcool. In Spagna già verso i quindici anni la notte perfetta finisce con un coma etilico, e con le tenebre arrivano le ombre squallide di orde di ragazzini con le buste piene di tavernello, pronti a celebrare il rito che lascerà un’ennesima firma gastrica sull’asfalto di un parcheggio o sulle scarpe alla moda di una sconosciuta e passeggera conquista sessuale. L’amministrazione deplora indignata, e atto successivo aumenta le licenze di vendita, perché “generano lavoro”. Intere località di riviera sono esclusivamente dedicate al consumo di alcool giovanile. Li chiamano “studenti”, per cammuffare i giovani balordi con un velo di responsabilità e ruolo sociale. Le istituzioni e le imprese non possono ammettere che stanno sfruttando a fini economici degli incapaci (è contro la legge), e quindi si dichiarano un servizio per studenti. Offrono agli “studenti” un tutto-pagato comprensivo di hotel, discoteca, pullman e, in qualche caso estremo, anche l’ambulanza già pronta (davvero!), per spremere fino all’ultimo euro (o scellino – i giovani inglesi sono la punta di diamante del turismo alcolico) l’ebete, travolto dal suo tourbillon di ormone giovanile e sottocultura cerebrolesa dello stordimento etilico. L’amministrazione critica severa e si indigna, poi firma la concessione, perché “genera lavoro”.

Il fantasma della disoccupazione giustifica il mezzo. Forse dovremmo ripensare molti aspetti della nostra morale e della nostra cultura. In fondo, la prostituzione genera lavoro, la droga genera lavoro, la guerra genera lavoro. O forse dovremo solo essere coerenti, e quando qualcuno propone il degrado morale e culturale come soluzione strategica, mascherando goffamente il lucro personale per missione comunitaria, rispondere con un classico e contundente vaffanculo. Seguito da un ordine immediato di espatrio con clausola di non ritorno. Se non possiamo recuperare i cervelli, per lo meno bisognerebbe buttare fuori i coglioni.

Il mostro

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uncle-kannibalDa quando la società degli Stati Uniti d’America ha rivelato la sua faccia più lugubre e squallida, rivendicando il diritto primitivo, costituzionale e democratico all’odio, all’ignoranza, alla violenza, e all’arroganza becera e incolta, la stampa e la politica non hanno fatto altro che mettersi e metterci in uno stato d’allerta e di paura. Lecito e, in questo caso ahimè senza alcun dubbio,  giustificato. L’aberrazione è così evidente che rompe e irrompe nella campana di vetro della nostra qualità della vita. Quel baratro che si vedeva avvicinarsi da lontano di botto sembra vicinissimo. Sapevamo che il mondo (anche il nostro) non era come avremmo voluto che fosse, e che gli orchi, padroni di questa terra da millenni, stavano solo aspettando l’occasione per riemergere. Un dato bibliografico: le vendite di 1984 di Orwell sono alle stelle. L’Europa si rivela una volta ancora l’unica alternativa culturale decente di un intero pianeta, sempre più assediata e agonizzante tra alternative basate su istinti primordiali indegni per una specie con 150 mila anni di storia e 1500 centimetri cubici di capoccia. I rischi sono evidenti, e all’ordine del giorno. Asiatici, Africani, Russi e Mediorientali non sono più gli unici ad avere un folle alla guida della nazione, e stiamo dolorosamente riscoprendo che ciò che chiamavamo “democrazia” in realtà è la speranza instabile di una minoranza culturale. Una condizione fortuita, localizzata, e probabilmente di passaggio.

L’arrivo di questo nuovo imperatore galattico, tra le (molte) altre cose, ha avuto anche un effetto subdolo sulla redistribuzione degli equilibri morali. I “nostri” conservatori, quelli di casa, dai raffazzonati accaparratori di quattrini ai faccendieri traccheggioni dell’ennesima repubblica, ora sono “i moderati”. Quelli che ieri erano, secondo gli standard occidentali, i rappresentanti di una società rigida e provinciale,  oggi di fronte al mostro sono l’alternativa permissiva e aperta al dialogo, senza aver cambiato ovviamente né le loro proposte né la loro capacità politica. Quelli che erano i nostri volgari affaristi dediti alle lobby e al privilegio, confrontati col mostro risultano essere acuti ed eleganti mediatori sociali. Il mostro ha ricalibrato i valori, e allo stesso tempo ha unito “tutti gli altri”, che si ritrovano compagni di avventura e di resistenza morale. Tutto è relativo, diceva quello, e quando il mostro si avvicina ci tocca allearci con quelli che ieri erano gli improponibili, ci tocca difendere (e farci difendere da) quelli che ieri erano gli indifendibili. La sola esistenza del mostro cambia la media del panorama generale, spostandola terribilmente verso lo squallore. La presenza del pessimo fa sembrare il cattivo accettabile, e lo rende alternativa degna e decente, o per lo meno sufficiente. Senza aver ancora dilaniato nessuno, il mostro con la sua sola presenza ha già fatto regredire un processo morale, interno alla cultura europea, che era iniziato tanto tempo fa: ha generato una distanza, impensabile, tra un “lui” e un “noi”, dove ha meno senso distinguere angeli e demoni, pecore e lupi, degni e indegni, trincerati tutti sulla stessa barca in attesa dell’onda. La morte rende tutti uguali, ma la violenza, la stupidità e la paura, invece, solamente ci obbligano a fingere di esserlo.

A sua immagine e somiglianza …

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a-sua-immagineIn zoologia, la tassonomia cerca di etichettare le unità della diversità biologica, e la sistematica cerca di mettere queste unità in ordine, seguendo qualche criterio logico. La stessa analisi di gruppi si applica in economia o nelle scienze sociali, cercando di identificare comparti separati dagli altri, e di stabilirne le relazioni con le altre unità. Lo potremmo fare anche con le religioni, stabilendo quale è più simile a quale, cercando di risolvere una “filogenesi” delle religioni. Ma in questo caso ci ritroveremmo con un problema pragmatico: sulla carta, ogni religione c’ha i suoi criteri e i le sue norme, ma poi nella vita reale ognuno se li adatta alle proprie convinzioni o ai propri interessi, nel tempo e nello spazio. A livello storico la stessa religione cambia continuamente: oggi difende la vita, domani la stermina. Ieri tortura, oggi amore, nel nome degli stessi principi. Ma anche in un preciso momento storico, una stessa religione con gli stessi dogmi e le stesse prospettive viene costantemente “adattata”, da parte delle singole persone o delle differenti società. Il dogma, la regola, la legge, il rito, viene aggiustato e interpretato secondo specifiche superstizioni, necessità, capacità, in funzione di un differente passato atavico o recente, in funzione di differenti speranze e di future convenienze. In questa contraddittoria “libera interpretazione” della religione, dove ognuno adatta il proprio Dio al suo volere, alle sue conoscenze, alle sue necessità, e alle sue priorità, non solo si genera una “continuità” delle religioni, che svaniscono le une nelle altre, ma si generano anche ibridi, spesso surreali o paradossali, dove le norme si mescolano forgiando assurde chimere e ipocrisie di tutte le forme e colori, inconsistenze storiche e geografiche, senza più confine tra sacro e profano, tra passato e presente, tra logica e follia, tra spiritualità e marketing. L’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza: confuso, ed estremamente incoerente.