C’era una volta l’America

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Nelle valigie degli emigranti ci sono sempre speranze, ricordi, e strumenti musicali. Gli Europei che arrivavano in Nord America incontravano gli Appalachi pronti a ricevere sogni e tradizioni, e sostituivano quel che restava della cultura nativa con il folclore irlandese, il cajun francofono o il tex-mex delle radici ispaniche. “E fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera, sudore d’antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri …”. Mariano de Simone ha dedicato la sua vita a raccontarci questa storia. Ha suonato quella cultura, la ha analizzata, interpretata, raccontata, e la ha condivisa con noi, spiegandocela, nei suoi aspetti storici e umani. Col suo banjo, il violino, il dulcimer e l’autoharp, nelle scuole di musica popolare, al Folkstudio, nei suoi dischi, nei suoi libri, nelle riviste e nei film. E nei balli sociali, che insegnava alla gente dei circoli culturali, orchestrando gli schemi e i tempi della danza seduto su un podio con ali montate su ruote. Vivere per raccontarlo, e per condividere un percorso, verso l’orizzonte di un passato comune. Adelante Mariano, ormai non ci sono più né ruote né stampelle, ma ci sono ancora le note e gli accordi, i ritmi e le parole, e c’è un’altra storia da raccontare, quella di un uomo che, col suo banjo e le sue canzoni, adesso può continuare quel cammino, laggiù lungo il Canale dell’Erie.

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Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde,
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo …

[Amerigo]

 

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L’ombra della duna

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Viaggio sul golfo di Biscaglia, da Bilbao a Bordeaux, con qualche giorno nelle Lande francesi, un immenso parco costiero dove una pineta infinita limita per centinaia di chilometri con immense spiagge oceaniche. Un vero paradiso, con questa estensione di bosco senza soluzione di continuità, l’oceano che ruggisce giorno e notte, queste onde che sono montagne di schiuma giganti se ti ci trovi davanti, o piccole rughe sulla superficie del pianeta se ci metti la scala titanica di queste distese di sabbia senza fine. Poi, coi ritmi della Luna, il mare si allontana, e scopri che quello spazio che ti sembrava immenso era solo una piccola parte di quella colossale superficie di spiaggia nascosta dalle acque. La maggior parte delle spiagge sono libere, terra di surfisti e caravanieri, nudisti, qualche centro urbano di dimensioni trascurabili, stradine provinciali e piste ciclabili che creano un labirinto tra i pini, costantemente ondulato dalle loro inarrestabili radici. Due laghi enormi (tra i maggiori laghi francesi) si generano dal tappo di dune che blocca sulla costa l’afflusso di un paio di fiumi. Verso nord un terzo bacino è in realtà la baia di Arcachon, dove il ruggito dell’oceano si doma, e simula le acque placide di un esteso lago costiero. Alla sua entrata, la Duna di Pilat, la duna più alta e più grande di Europa, un colosso di sabbia incastonato tra foresta e oceano, che svetta come una cordigliera di zucchero tra il verde dei pini e l’azzurro della distesa atlantica. E’ immenso, è incredibile, un capolavoro naturale del vento e del tempo, una clessidra che conta i millenni divorando poco a poco il bordo del continente. Si perché in realtà è un’onda, un’onda di sabbia, che come tutte le onde avanza e si rompe, ma lo fa su una scala temporale la cui percezione è a noi preclusa. Avanza pochi metri ogni anno, trangugiando i pini e le loro inarrestabili radici, travolgendo queste terre senza fretta, ma senza la minima intenzione di fermarsi. E’ impressionante, è da vedere, è da cavalcare, per sentirsi, anche solo per qualche ora, surfisti del tempo, granelli di carne sulle spalle di un gigante di sabbia.

Ma il “parco” delle Lande segue un concetto di parco piuttosto singolare. E’ un paradiso, una ricchezza ecologica, un monumento naturalistico, una risorsa ambientale indiscutibile, però a quanto pare il governo francese non vede nessun problema nel coniugare l’utile e il dilettevole, ammucchiando sacro e profano in un compendio di contrasti e di eccessi apparentemente (e probabilmente) incompatibili. La maggior parte delle aree che collimano con l’immensa pineta sono monocolture intensive. La stessa pineta è una distesa omogenea e artificiale, dove migliaia di esemplari coevi sono disposti in file regolari e controllate. Un terzo dell’estensione costiera è riserva militare, e in tutta la regione il ruggito dei caccia può essere più forte di quello dell’oceano. A proposito di caccia: per lo meno in ottobre è visibilmente aperta, e tra i tavolini da picnic puoi vedere uomini (e donne) armati di potenti schioppi di ultima generazione, setacciando tra pino e pino il passo del cinghiale. Il lago meridionale, un’oasi di pace, un idillio di acquarelli bucolici da passeggiate ottocentesche, conta con decine di curiose micro-piattaforme petrolifere. E, manco a dirlo, lo sfruttamento turistico è portato all’estremo. C’è il turismo di massa con migliaia di posti auto per le centinaia di chilometri di spiagge interne e esterne, ma c’è anche e soprattutto il turismo di élite delle ville e dei palazzetti, delle barche a vela e dei club sportivi, dei casinò della bella vita di riviera. Edilizia imperiale, motoscafi bagnati da armagnac, e talassoterapia. Turismo, caccia, petrolio, e militari: il parco è servito.

Qui in estate deve essere un inferno, di gente, di macchine, e di prezzi. Decisamente consigliato godersi le Lande fuori stagione, accompagnati solo dalle onde, dalle dune, e dalle rive placide dei laghi. Mi rimane il dubbio del contrasto.  Nella conservazione del territorio dobbiamo fare i conti col mercato, e sicuramente ci sono formule che non abbiamo ancora considerato.  In questo caso militari, petrolio e villette sembrano non aggredire lo scenario paesaggistico, ma è difficile credere che non ci siano poi problemi a largo raggio. Sicuramente, visti gli estremi di un ambiente talmente prorompente e allo stesso tempo ostentosamente multi-abusato, è un esperimento singolare. Anche se sappiamo bene come poi, tempo al tempo, andrà a finire la cosa: turisti, militari, riccaccioni … tra qualche millennio saranno tutti inevitabilmenti divorati dalla duna di Pilat.

La mente oltre il cranio

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Il 25 di ottobre esce nelle librerie “La mente oltre il cranio“, un breve saggio che integra informazioni su evoluzione cerebrale, evoluzione umana, integrazione visuospaziale e archeologia cognitiva. La relazione tra occhio e mano, tra mano e strumento, tra cultura e tecnologia, la cognizione del corpo e il ruolo del corpo nello spazio, nel tempo, e nelle relazioni sociali. Tutto questo dal punto di vista dell’antropologia evoluzionistica, delle neuroscienze, dei fossili, dei primati, e dell’archeologia cognitiva, che cerca di valutare ipotesi su mente e comportamento a partire dalle poche evidenze che abbiamo sulle specie e sulle popolazioni estinte. Una mente che non è il prodotto di un cervello, ma un processo esteso che si genera grazie all’interazione tra cervello, corpo, e ambiente. Il libro viene pubblicato da Carocci Editore [link]. Qui un’intervista su Letture.org.

Inbox

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Nel 1994 veniva ufficialmente fondata Yahoo!, e nel 1996 toccava a Hotmail. Un paio di anni dopo le lettere elettroniche (e-mail) avevano rivoluzionato la forma di comunicare. In tempo reale, e senza nessun costo diretto, i messaggi di testo venivano consegnati a chiunque avesse una casella di posta. E’ possibile che le email abbiano rappresentato uno dei principali salti culturali, sociali e tecnologici della nostra storia. La rete nervosa di questo grande pianeta entrava in una sua fase adulta di crescita e sviluppo, e le sue piccole cellule nervose (noi) potevano da quel momento comunicare indipendentemente dal dove e dal quando. Una rivoluzione nella comunicazione che nascondeva un salto cognitivo impressionante. Senza questo tipo di comunicazione veloce il nostro sistema sociale non potrebbe fare quello che fa, e le nostre capacità cognitive individuali sarebbero ridotte al qui e adesso, ovvero a una condizione di informazione locale nello spazio e lenta nel tempo che, anche se con variazioni notevoli (dalla comunicazione grafica a quella simbolica, dall’arte parietale di Altamira ai tasselli mobili di Gutenberg) si era mantenuta su livelli molto più contenuti, di certo non confrontabili con quelli di internet. E come tutte le innovazioni, anche le email sperimentarono una risposta generazionale di amore e odio, tra le nuove leve entusiaste della rivoluzione e le leve precedenti più scettiche, come sempre svogliate e stanche di dover tornare ancora una volta ad imparare. Ma non c’era possibilità di ritorno, le email dovevano diventare la nuova forma di comunicare dei neuronantropi, potenziando le loro sinapsi per far rimbalzare informazione e conoscenza da un punto all’altro del pianeta.

Non è andata così. Per lo meno non come ci aspettavamo. Innanzi tutto il sistema informatico ha totalmente strutturato la nostra organizzazione sociale, amministrativa e economica, ma non quella individuale. Ti può sembrare strano se stai leggendo questo articolo, ma molta gente in casa non ha un computer, anche nei paesi occidentali e industriali, non l’ha mai avuto, non saprebbe bene cosa farci, non lo saprebbe nemmeno utilizzare. In molti lo associano ad un ambiente di lavoro, ma non ne vedono un utilizzo in casa propria. I più ne sono utenti, automatizzati, e solo per quegli aspetti che caratterizzano la loro routine lavorativa. Le generazioni post-Commodore e post-Spectrum dovevano essere le generazioni cibernetiche, e non è successo. Quando non è per lavoro, il computer è un mezzo al servizio del videogioco, ma raramente si considera uno strumento per l’individuale quotidiano, o come risorsa culturale che amplifica ed estende le capacità conoscitive.

E poi sono arrivati i cellulari, gli smartphone, che hanno dato il colpo di grazia al computer tradizionale, potenziando tutte quelle funzioni non-specialistiche che permettono di associare intrattenimento e internet senza dover per forza diventare competenti. Una volta arrivati i computer cellulari, quelli standard hanno avuto la vita ancora più difficile, e sono aumentate le persone che hanno trovato nel telefono il sostituto completo alla tastiera. Manco a dirlo, quel poco di competenza informatica che stava facendo capolino tra la gente comune è andata a picco, e con lei tutte le grandi possibilità cognitive di estendere la mente all’intero sistema telematico del pianeta.

Il peggio – paradossi dei nostri sistemi sociali – è toccato proprio al linguaggio. La comunicazione ha ulteriormente sviluppato velocità e tecnologia ma, caduta in mano alle leggi del mercato, ha dovuto semplificare il contenuto. La quantità non è stata mai compatibile con la qualità, e per far tendere la prima all’inifito, la seconda deve scomparire. Reti sociali e microschermi hanno velocemente ridotto la comunicazione a mezze frasi, quarti di soggetto, residui di verbo, grugniti emozionali e occhioni languidi. Dall’arte rupestre a Gutenberg, per poi tornare indetro verso geroglifici e segni stilizzati. Dall’icona al simbolo, e adesso di nuovo all’icona, amena e sorridente, ma cognitivamente, ahimé, basica. La comunicazione sintetica (messaggi di testo) doveva lavorare in parallelo con quella più analitica (email), e invece l’ha sostituita. Erano due strumenti complementari, ma la competizione basata sul mercato e sull’apatia umana le ha messe in competizione, affossando la risorsa che incrementava la complessità della comunicazione, e facendo trionfare quella che invece la semplificava. La gente ha optato per l’alternativa che richiede meno impegno, facendo finta di non sapere che la superficialità della comunicazione conduce, giorno dopo giorno, ad un elettroencefalogramma un pò più piatto.

In molti non ne fanno un dramma, ricordando che fino a ieri tra analfabeti funzionali e lettori di carta straccia si copriva la maggior parte della popolazione, e quindi tanto peggio non può andare. Ma, a parte l’occasione apparentemente perduta, bisogna anche ricordare che qui lo strumento è potente, e quanto più uno strumento è potente più danno può fare, se usato di forma impropria. Il logorio che ha sofferto il linguaggio, soprattutto nelle nuove generazioni, riducendosi a monconi di sintassi e improvvisazioni ortografiche brevi e mal concatenate, è preoccupante non tanto a livello culturale, quanto – appunto –  neurologico. Abbiamo sempre pensato che il linguaggio sia la forma in cui si esprime la nostra potente macchina mentale, ma oggi stiamo cominciando ad essere convinti del contrario: il linguaggio è la base della nostra potente macchina mentale. Ovvero, non diciamo quello che pensiamo, ma bensì siamo capaci di pensare solo quello che siamo capaci di dire. O di scrivere. Se non lo so dire, scrivere, o leggere, non sono capace di pensarlo. Le conseguenze di una decimazione delle capacità linguistiche dovrebbero essere, a questo punto, chiare: un essere che abbia plasmato e allenato la sua mente con frasi semplici e brevi, sará solo capace di pensieri semplici e brevi.

Le nuove generazioni vedono le email come strumenti goffi e obsoleti di un passato ingenuo e noioso. Non ne capiscono l’utilizzo, perché non concepiscono una comunicazione che vada oltre la mezza riga di una informazione puntuale, o di un lobotogramma emoticonico di tendenza. E come si suol dire, se glielo devi stare a spiegare vuol dire che forse è già troppo tardi perchè lo possano arrivare a capire. Le vecchie generazioni hanno ceduto qualche passo, ma non più di troppo, perché sono passati altri venti anni e se non era aria prima figuriamoci adesso. E le generazioni intermedie, gli esaltati della fine degli anni 90, secondo me hanno abbandonato l’intento. Figli e padri non li hanno seguiti, è andata come è andata, noi ci abbiamo provato. Senza contare poi che a scrivere lettere uno ci perde tempo, e a leggerle pure. Il computer lo uso in ufficio, al massimo per i videogiochi, o come sostituto della televisione.

Spesso della tecnologia prendiamo il peggio e lasciamo il meglio. La trangugiamo ma non la capiamo, ce la facciamo inoculare ma non la sappiamo utilizzare. In pochi sviluppano quella tecnologia che poi quasi tutti usano passivamente, senza controllarla. Come diceva Edward Wilson, abbiamo la tecnologia degli dei e la usiamo per sfogare emozioni paleolitiche. E allora forse di tutto questo l’unica cosa che è davvero sbagliata sono solo le nostre aspettative. La nostra specie è incredibilmente variabile, e la nostra cultura lo è ancora di più. Il risultato è una diversità spesso inconciliabile, a molti livelli. La tecnologia vende le ali, ma non insegna a volare. E la bellezza del cielo può diventare schianto, quando l’informazione non si sa poi come trasformarla in conoscenza. A quelli che pensano di poterlo fare raccomandiamo cautela. A quelli che invece lo possono fare davvero raccomandiamo di evitare gli sciami, per limitare gli scontri con le migliaia di angeli caduti in un goffo – e decisamente improbabile – tentativo di volo.

Il canto delle sirene

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Contenuto e contenitore. Sappiamo bene che sono entrambi importanti, ma il loro peso e il loro rapporto possono cambiare in funzione dei tempi e dei luoghi. Tutti difenderanno sempre il valore del contenuto, della qualità, del messaggio, della sostanza. Ma poi alla fine quello che gestisce attenzioni e priorità è il pacchetto, la forma, l’estetica, la presentazione. E’ sempre stato cosí anche se oggi, in un periodo di trionfo esuberante dell’immagine, la questione sta davvero rivelando tutto il suo potenziale, e i suoi rischi. In molte situazioni nemmeno più si fa la fatica di fingere un ipocrita interesse per i contenuti, e si difende apertamente, senza remore e con un forte senso di appartenenza tribale e collettiva, il valore dell’immagine. Tra essere e avere, l’importante è apparire. Sono molti i contesti in cui c’è una fiera rinuncia della sostanza, in onore al valore della forma. In questi casi c’è poco da fare, ci sono interi collettivi che difendono con orgoglio il diritto alla superficialità e al culto dell’immagine. Sono liberi di diffondere e difendere il loro credo, ed è addirittura legittimo il diritto di non essere capaci di capire le alternative. Ovvero la superficialità e persino la stupidità, per quanto devastanti e pericolose possano essere, non sono un crimine né una colpa, e dobbiamo necessariamente tenerne conto quando consideriamo i limiti delle capacità umane. Ma in molti altri casi invece il processo è più subdolo, criptico, e forse proprio per questo, in certi aspetti, più rischioso e imprevedibile. Nelle reti sociali per esempio l’immagine fa da filtro (concettuale ma anche reale) alla vita, quella propria e quella altrui, ritoccando tutto ció che non è all’altezza delle aspettative, o riempiendo i tanti vuoti che straziano, giorno dopo giorno, l’esistenza quotidiana. Il silenzio può essere terribile quando è frutto di un assenza di pensiero, e allora un suono molto forte, una frase d’effetto o un colore sgargiante possono dar l’illusione di far vivere un palcoscenico anche in assenza di uno spettacolo. E questo spesso è vero non solo per quelle reti sociali che sono apertamente dedicate al futile, ma anche per quelle che invece si presentano come una reale alternativa culturale. Vero o falso che sia, dipendono dalle luci della ribalta, e sono soggette alle stesse regole, agli stessi limiti, agli stessi rischi, agli stessi eccessi e agli stessi difetti. Inoltre, sono strumenti utilizzati dalla stessa società e dalle stesse persone, per cui non si capisce perchè non dovrebbero soffrire le stesse conseguenze.

Ma, a parte il caso palese e esponenziale di internet, in realtà lo stesso problema lo abbiamo dovunque, dalle relazioni personali a quelle professionali, dalle dinamiche individuali a quelle di gruppo. Il problema qui non è se sía importante l’immagine,  l’aspetto, l’apparenza, ma il quanto. Tutti noi abbiamo una idea a proposito, ma … e se fosse di più di quello che pensiamo? E se fosse addirittura … molto di più? Sappiamo che manager e venditori di enciclopedie fanno corsi su come convincere la gente, su come sembrare convincenti, su come apparire sicuri e vendere un prodotto che in realtà non ha tutte quelle qualità che dice di avere, o non è tanto necessario come dice di essere. E spesso raggiungono l’obiettivo: se il venditore sa fare il suo mestiere, compriamo il suo prodotto perchè ci convince che ha quelle qualità, quella utilità. Ma dobbiamo considerare che questa capacità di convincere non è sempre acquisita con un corso, ed è probabile che in molti ce l’abbiano ben radicata, spontanea, per diritto genetico, storico, o psicologico. E non stiamo parlando di quello che succede in un salotto di opinionisti, ma nei pilastri del nostro sapere, nella scienza o nella filosofia, nella storia o nella medicina, nell’economia o nel giornalismo. Allora la domanda è questa: è possibile che stiamo da sempre orientando il nostro cammino culturale soprattutto in base a una selezione di personalità, e non di idee? In questo caso, la selezione non si farebbe sui contenuti, ma sulle persone, sulla loro capacità di convincere, di essere convinti e di essere convincenti. Una capacità che non è necessariamente correlata alla qualità del messaggio, al valore dell’idea, alla correttezza della proposta. A me spesso è capitato di ascoltare prospettive che, dette da qualcun altro, potevano suonare assurde o superficiali, ma il grado di professionalità dell’interlocutore era tale che spontaneamente venivano prese per buone. Un pregiudizio cognitivo che ci fa accettare un’idea solo perchè chi la presenta sa, apparentemente, il fatto suo. O, al contrario, che ce la fa rifiutare solo perchè il suo mentore non è capace di convincere. La maledizione di Cassandra è come l’idiozia o il razzismo: colpisce uno, ma la pagano gli altri.

Tutto questo non è nuovo, e sono sicuro che tutti risconosciamo il valore e l’importanza del contenuto e del contenitore, della forma e della sostanza. Ma quello che forse stiamo ignorando è il grado, la proporzione del loro contributo finale. Se il peso della forma fosse maggiore di quello che crediamo, la nostra cultura e le nostre conoscenze potrebbero essere il frutto di secoli e secoli di marketing, anche nei casi in cui il sapere si fa scudo di una certa garanzia morale e di rispettabili principi sociali. La conoscenza non ha prezzo, ed è bene ricordare che, come per le nostre tante applicazioni digitali quotidiane, se non stai pagando per un servizio che utilizzi non sei il cliente, sei il prodotto.

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Su questo stesso argomento, un post sull’accetazione sociale, e un altro sulla demagogia

Supernatural

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Nella nostra società attuale i principi dell’evoluzione hanno in parte sostituito le leggi divine per diversi aspetti della nostra percezione collettiva. Tutti dobbiamo credere in qualcosa, almeno per sentirci parte di un gruppo, in una cosa qualsiasi, va bene quasi tutto, e di questo ne approfittano gli estremisti di tutte le fedi e di tutte le politiche, abbindolando l’individuo e promettendogli una tribù di cui far parte. L’evoluzionismo in questo tipo di affari non compete di certo con la fede religiosa, quella politica o quella calcistica, che si basano  nell’accettazione incondizionata (fede) di una perdita di nesso tra ideologia e realtà. Per appartenere a un gruppo devi dimostrare di non questionare le sue posizioni, e quanto più assurde sono queste posizioni quanto più la prova di fedeltà è efficiente. Ma anche per l’evoluzionismo spesso si arriva a dogmi e a mantra che suonano a lavaggio del cervello. Non è raro sentire, anche da parte dei supposti specialisti, un costante ripetere di frasi fatte sulle specie o sulla selezione o sugli adattamenti, senza sapere esattamente il perché e il per come, vere e proprie litanie enunciate come prova di appartenenza a un gruppo e di accettazione incondizionata di ciò che quel gruppo promuove o difende. Dentro questo contesto ci possiamo anche mettere tutte quelle convinzioni che cercano ed elogiano gli aspetti “naturali” della vita. Si difende a spada tratta tutto ciò che possa portare l’etichetta di naturale, spesso in assenza totale di informazione o senso critico. Naturale è spesso un brand, e ha il suo mercato. Il cibo naturale, lo stile di vita naturale. Ovviamente, essendo noi parte della natura stessa, tutto quello che facciamo è, tautologicamente, naturale. O crediamo davvero di esser parte di un processo superiore alla natura? Davvero pensiamo di essere una violazione alle regole dell’universo? La nostra specie è profondamente culturale e  tecnologica da almeno due milioni di anni, e cercare un limite tra naturale e artificiale potrebbe essere più un esercizio di stile che una vera questione antropologica. Se il mais transgenico non è naturale non lo è nemmeno quello che abbiamo selezionato in diecimila anni con gli incroci, e non lo sono nemmeno gli orologi o i vestiti che portiamo addosso. C’è quindi una confusione e una utopia su ciò che è naturale e su ciò che non lo è, complice il fatto di sentirsi in parte al di fuori delle leggi del cosmo, in una posizione anomala ed eccezionale.

Ma, a parte questo paradosso esistenziale, la vera trappola è pensare che ciò che è naturale deve essere per forza buono. Questo vale non solo per il prodotto dell’orto, ma anche per tutti quei comportamenti che ci caratterizzano come elementi caratteristici del “regno animale”. Appellandoci al nostro essere parte del processo evolutivo, cerchiamo e difendiamo i comportamenti naturali perché, essendo naturali, pensiamo che devono essere per forza positivi. In questo aspetto la prospettiva evolutiva è conservatrice come quella religiosa. L’esempio più diretto e contundente di questa tendenza trasversale è il tabù della riproduzione: anche se per il momento non siamo in via di estinzione, diamo per scontato che la riproduzione è qualcosa di buono e necessario, dovuta, ovvia, perché basata in un impulso naturale. Andate e moltiplicatevi, comunque. Diamo per scontato che l’individuo dovrà riprodursi, forse addirittura ne ha il dovere, sicuramente ne ha il diritto. Non mettiamo in discussione il diritto alla riproduzione nemmeno in quelle (molte) situazioni dove viola apertamente i criteri morali, logici, o razionali delle nostre società. La responsabilità di mettere al mondo e gestire una vita entra nella sfera etica e amministrativa solo se è questione d’ufficio (una adozione), ma nessuno si azzarderebbe a metterla in dubbio se passa per i “metodi naturali” (che possono includere una sbronza, mille varietà di scelte irresponsabili, e dosi imponenti di egocentrismo e frustrazione). La riproduzione è naturale, e quindi non è discutibile. Anche solamente menzionare l’argomento scatena una risposta emozionale difensiva e ostile. Ma bisogna stare attenti a farsi scudo con il principio di naturalità, cercando di giustificare i comportamenti dietro alla garanzia della nostra natura biologica e scimmiesca. Non dobbiamo dimenticare infatti che in questo senso anche l’omicidio, la violenza, l’odio o l’aggressività, sono naturali. Sono tutti comportamenti che gestiscono e regolano le dinamiche naturali delle specie, a livello ecologico e sociale. E soprattutto non dobbiamo dimenticare che la nostra specie si caratterizza proprio per la particolarità, forse unica, di aver evoluto un libero arbitrio che, differentemente da un cinghiale o da una blatta, le permette di poter decidere indipendentemente dagli istinti. La capacità di ragionare su cause e effetti o la possibilità di inibire le risposte istintive sono il carattere essenziale e distintivo della nostra specie. O no?