Supernatural

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Nella nostra società attuale i principi dell’evoluzione hanno in parte sostituito le leggi divine per diversi aspetti della nostra percezione collettiva. Tutti dobbiamo credere in qualcosa, almeno per sentirci parte di un gruppo, in una cosa qualsiasi, va bene quasi tutto, e di questo ne approfittano gli estremisti di tutte le fedi e di tutte le politiche, abbindolando l’individuo e promettendogli una tribù di cui far parte. L’evoluzionismo in questo tipo di affari non compete di certo con la fede religiosa, quella politica o quella calcistica, che si basano  nell’accettazione incondizionata (fede) di una perdita di nesso tra ideologia e realtà. Per appartenere a un gruppo devi dimostrare di non questionare le sue posizioni, e quanto più assurde sono queste posizioni quanto più la prova di fedeltà è efficiente. Ma anche per l’evoluzionismo spesso si arriva a dogmi e a mantra che suonano a lavaggio del cervello. Non è raro sentire, anche da parte dei supposti specialisti, un costante ripetere di frasi fatte sulle specie o sulla selezione o sugli adattamenti, senza sapere esattamente il perché e il per come, vere e proprie litanie enunciate come prova di appartenenza a un gruppo e di accettazione incondizionata di ciò che quel gruppo promuove o difende. Dentro questo contesto ci possiamo anche mettere tutte quelle convinzioni che cercano ed elogiano gli aspetti “naturali” della vita. Si difende a spada tratta tutto ciò che possa portare l’etichetta di naturale, spesso in assenza totale di informazione o senso critico. Naturale è spesso un brand, e ha il suo mercato. Il cibo naturale, lo stile di vita naturale. Ovviamente, essendo noi parte della natura stessa, tutto quello che facciamo è, tautologicamente, naturale. O crediamo davvero di esser parte di un processo superiore alla natura? Davvero pensiamo di essere una violazione alle regole dell’universo? La nostra specie è profondamente culturale e  tecnologica da almeno due milioni di anni, e cercare un limite tra naturale e artificiale potrebbe essere più un esercizio di stile che una vera questione antropologica. Se il mais transgenico non è naturale non lo è nemmeno quello che abbiamo selezionato in diecimila anni con gli incroci, e non lo sono nemmeno gli orologi o i vestiti che portiamo addosso. C’è quindi una confusione e una utopia su ciò che è naturale e su ciò che non lo è, complice il fatto di sentirsi in parte al di fuori delle leggi del cosmo, in una posizione anomala ed eccezionale.

Ma, a parte questo paradosso esistenziale, la vera trappola è pensare che ciò che è naturale deve essere per forza buono. Questo vale non solo per il prodotto dell’orto, ma anche per tutti quei comportamenti che ci caratterizzano come elementi caratteristici del “regno animale”. Appellandoci al nostro essere parte del processo evolutivo, cerchiamo e difendiamo i comportamenti naturali perché, essendo naturali, pensiamo che devono essere per forza positivi. In questo aspetto la prospettiva evolutiva è conservatrice come quella religiosa. L’esempio più diretto e contundente di questa tendenza trasversale è il tabù della riproduzione: anche se per il momento non siamo in via di estinzione, diamo per scontato che la riproduzione è qualcosa di buono e necessario, dovuta, ovvia, perché basata in un impulso naturale. Andate e moltiplicatevi, comunque. Diamo per scontato che l’individuo dovrà riprodursi, forse addirittura ne ha il dovere, sicuramente ne ha il diritto. Non mettiamo in discussione il diritto alla riproduzione nemmeno in quelle (molte) situazioni dove viola apertamente i criteri morali, logici, o razionali delle nostre società. La responsabilità di mettere al mondo e gestire una vita entra nella sfera etica e amministrativa solo se è questione d’ufficio (una adozione), ma nessuno si azzarderebbe a metterla in dubbio se passa per i “metodi naturali” (che possono includere una sbronza, mille varietà di scelte irresponsabili, e dosi imponenti di egocentrismo e frustrazione). La riproduzione è naturale, e quindi non è discutibile. Anche solamente menzionare l’argomento scatena una risposta emozionale difensiva e ostile. Ma bisogna stare attenti a farsi scudo con il principio di naturalità, cercando di giustificare i comportamenti dietro alla garanzia della nostra natura biologica e scimmiesca. Non dobbiamo dimenticare infatti che in questo senso anche l’omicidio, la violenza, l’odio o l’aggressività, sono naturali. Sono tutti comportamenti che gestiscono e regolano le dinamiche naturali delle specie, a livello ecologico e sociale. E soprattutto non dobbiamo dimenticare che la nostra specie si caratterizza proprio per la particolarità, forse unica, di aver evoluto un libero arbitrio che, differentemente da un cinghiale o da una blatta, le permette di poter decidere indipendentemente dagli istinti. La capacità di ragionare su cause e effetti o la possibilità di inibire le risposte istintive sono il carattere essenziale e distintivo della nostra specie. O no?

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L’inchiostro invisibile

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Sappiamo bene quanto ci vuole per cambiare usi e costumi di un popolo, a causa di una imponente inerzia culturale che per un lato protegge da oscillazioni pericolose, dall’altro rallenta e frustra molti tentativi di progresso. L’essere umano è fedele all’abitudine, ed è disposto a tutto pur di non doverci rinunciare. Conoscendo la riluttanza quasi catatonica della società ai cambiamenti di prospettiva, non è di fatto sorprendente che, ancora oggi, ci sia una percezione generale che considera più prestigioso scrivere un libro che pubblicare su internet. O scrivere su un giornale piuttosto che su una piattaforma web. Ormai la produzione giornalistica e letteraria si muove su entrambi i fronti, ed è normale trovare un libro o un articolo sia nel formato cartaceo che in quello digitale. Ma, per ragioni economiche e di mercato, in molti casi non è così, e spesso l’informazione si trova solo in pixels o in foglio. Certamente è infinitamente maggiore la quantità di scritti su web che non sono disponibili in un formato fisico, ma ci sono anche molti libri e articoli di periodici e riviste che non finiscono in rete. Il prestigio associato alla carta è parte di un retaggio socioculturale del nostro passato recente, e cozza con due fattori indiscutibili. Primo, una pubblicazione cartacea arriva solo alle librerie o alle edicole, in genere di una ristretta area geografica, mentre uno scritto in rete arriva in tutte le case del pianeta. Secondo, la pubblicazione cartacea si troverà disponibile solo in un dato momento (nel caso delle riviste e dei periodici, un giorno o una settimana), mentre la pubblicazione online sarà disponibile virtualmente per sempre, per lo meno mesi o anni, e in qualsiasi momento di qualsiasi fuso orario. Le differenze nell’efficienza di distribuzione, nel tempo e nello spazio, sono talmente incommensurabili da rendere le pubblicazioni cartacee uno sforzo e un investimento poco attrattivo, per chi abbia come obiettivo quello di comunicare e di rendere disponibile il proprio lavoro. Per quelli che invece cercano un momento di gloria, sicuramente meglio il libro, perché ancora è percepito come medaglia al merito, e perché i documenti digitali in genere non sono autografabili.

Certamente ci sono vincoli che vanno oltre il costume. Per esempio quelli filogenetici: siamo primati, selezionati evolutivamente per “pensare con le mani”, e il nostro sistema cognitivo ha bisogno di “toccare” per poter capire e per poter ragionare. In questo senso, anche se la parola “digitale” viene da “dito” dobbiamo confessare che si riferisce a una realtà dove il tatto si limita in genere ai polpastrelli. Schermi e tastiere sono digitali e digitabili, ma certamente meno tangibili di un libro. Nonostante la quantità risibile di informazione che contiene un libro se lo confrontiamo con un computer, in molte situazioni questa “tangibilità” risulta anche e ancora comoda, come quando viaggiamo o quando abbiamo bisogno di “alterare il supporto informativo” per modificarlo e personalizzarlo, perfezionando il suo ruolo come elemento esterno della nostra memoria e del nostro ragionamento (scrivere note, commenti, sottolineature).

Forse c’è anche una certa diffidenza sul fronte delle garanzie nella conservazione dell’informazione. Un libro si può bruciare o stracciare e perdersi per sempre, ma per cause che possono essere capite, e quindi previste e parzialmente controllabili. Non sappiamo invece quanto durerà un documento digitale, un pendrive o un disco esterno, supporti che un bel giorno, forse domani o forse tra venti anni, per ragioni magico-informatiche che non conosciamo e che non possiamo controllare, potrebbero non essere più leggibili. Senza contare anche le incertezze sul destino dei depositi: un server può contenere moltissima più informazione di una biblioteca, ma è più facile che un bel giorno, per ragioni istituzionali o di mercato, sparisca nel nulla.

Insomma, per qualcuno scrivere per un supporto cartaceo suona a perdita di tempo, perché limita eccessivamente la distribuzione dell’informazione e del prodotto culturale. Per altri, scrivere in internet equivale a non lasciar traccia tangibile del proprio cammino, destinando il contenuto al nulla impalpabile della rete, alle profondità del suo oceano insondabile, e ai capricci delle sue dinamiche imprevedibili. Da un lato dobbiamo riconoscere che ad oggi tablet e computer sono la nostra principale estensione cognitiva, la nostra principale memoria individuale e collettiva, e che le possibilità che offrono questi strumenti hanno cambiato le scale e le misure del sapere. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che i supporti che hanno dimostrato le maggiori garanzie contro il tempo restano ancora, senza alcun dubbio, la pietra e il papiro.

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Leggi anche questo post su libri e librerie, e questo sul giornalismo digitale.

Sotto gli allori

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In Spagna di tanto in tanto scoppia uno scandalo quando si scopre che qualche politico ha contraffatto il proprio curricolo professionale e accademico. Niente che non si conosca anche in Italia. Titoli di laurea falsi, diplomi di master inesistenti, e tutta una serie di medaglie amministrative e istituzionali che si mettono sulla carta alla leggera, tanto poi nessuno controlla. Poi si scopre che un titolo di master si può comprare in giro per poche centinaia di euro, e scoppia lo scandalo dentro lo scandalo. Ovviamente la cosa preoccupante non è che la persona non abbia le competenze garantite da quel titolo, ma il fatto che sia un imbroglione, un maneggione immorale, uno che falsifica documenti per cercare un vantaggio personale. Se ha falsificato il suo curricolo o se ha comprato un titolo sottobanco non avrà nessuna remora ad accettare e promuovere inguacchi e corruzioni di tutti i tipi. Ma anche se questo aspetto sembra chiaro e indiscutibile, poi però questi scandali contribuiscono ad aumentare il falso mito delle garanzie accademiche: se non hai il master, non sei capace. Lasciamo stare il fatto che un titolo accademico non garantisce il valore morale, e saranno sicuramente in molti quelli che, a fronte di un titolo legittimo, poi hanno principi meschini o criminali. Ma quello che non è ancora affatto chiaro nei settori esterni al mondo universitario è che un titolo o un diploma non danno nemmeno nessuna garanzia sulle capacità o sulle conoscenze di una persona. In molti ancora, secondo un principio indiscutibilmente provinciale,  cambiano il loro atteggiamento verso qualcuno appena sanno che ha un master, un dottorato, o che addirittura “insegna all’università”. I genitori sfoggiano i titoli dei pargoli, i vicini li commentano sul pianerottolo, e i giornalisti continuano ad etichettare la gente in funzione del grado di istruzione. E in molti si stupiscono quando scoprono che tal dei tali, apparentemente un inetto,  un incolto, o un ruffiano, ha un titolo di studio o addirittura un corso all’università. La correlazione tra livello educativo e capacità individuali è stata sempre floscia, ma probabilmente non è stata mai tanto debole come in questi anni. La massificazione dell’istruzione è un passo necessario in una democrazia, ma bisogna accettarne i limiti. E, in primo luogo, c’è quella legge universale ed eterna che sancisce – non facciamo finta di non saperlo – l’inversa relazione tra quantità e qualità.

Aumentare la quantità di laureati necessariamente decrementa il valore formativo di quei percorsi accademici. Le ragioni sono diverse, e includono i limiti sociali e psicologici (non tutti vogliono o possono investire la stessa quantità di impegno e dedicazione a una professione) a quelli economici (per aumentare il numero di “clienti” devo generalizzare il “prodotto”, e soprattutto renderlo … più masticabile). Ad oggi la maggior parte dei corsi di laurea hanno un ruolo che equivale, culturalmente e socialmente, a quelle che venti anni fa erano le scuole superiori. Ovvero, con la debita proporzione storica, lo studente universitario medio ha un grado di maturità, motivazione e professionalità analogo a quello di uno studente di liceo del secolo scorso. Con la differenza non irrilevante che è maggiorenne, e quindi può tornare a casa dopo mezzanotte, guidare un auto, o comprare alcol. Molti master (possiamo discutere sulle percentuali, ma secondo me la situazione è tragica) sono solo strumenti istituzionali finalizzati a raccogliere denaro, a dar lavoro ai docenti e giustificarne le nomine, e a garantire un titolo agli studenti che paghino il dazio. Non hanno programmi di formazione robusti, spesso sono corsi abbastanza improvvisati, hanno contenuti generali, e di certo non garantiscono nessun tipo di selezione: se paghi, ti porti a casa il certificato. Ovvero, ci stupiamo del politico che ha “comprato” il master sottobanco, ma non di quello che lo ha comprato direttamente allo sportello universitario. A volte l’unica differenza è che il secondo lo ha pagato più caro, perché il certificato originale costa di più di quello pirata.

Sulla docenza, poi, la gente non sa che molte università stanno facendo cassa mettendo a insegnare per due soldi chiunque sia disponibile a farlo, basta alzare la mano. L’istituzione si porta a casa le matricole degli studenti, il docente guadagna qualche spiccio per pagarsi la pizza e sfoggiare la cattedra posticcia, e lo studente ha un altro corso che può fare senza troppo impegno, senza togliere tempo al muretto delle reti sociali e al suo grooming giovanile. Curiosamente, per vantare un titolo di dottore serve un riconoscimento legale, ma per utilizzare quello di professore non è necessario alcun titolo ufficiale, perché a livello linguistico il termine si riferisce a colui che ha una qualifica professionale generica, ovvero che esercita una professione.

Adesso, tutto questo di per sé non è necessariamente né buono né cattivo, e sforzandoci di essere oggettivi potremmo non sapere se sia un segno di progresso o di collasso. Forse fa parte di un cammino più ampio che, localmente, non capiamo e ci sembra assurdo. Del resto, tutte le generazioni hanno sempre vaticinato il degrado delle generazioni successive, e spesso (non sempre) hanno avuto apparentemente torto. Ma comunque è una situazione che bisogna conoscere, e che non si può far finta di ignorare lasciando in circolazione vecchi cliché anacronistici che associano la carriera accademica al valore individuale o culturale. Professori, ricercatori, dottori e studenti rappresentano campioni aleatori della popolazione globale di una società, con gli stessi valori e con gli stessi limiti di tutti gli altri primati umani. Certo è che il cambio di paradigma educativo deve comportare necessariamente un cambio delle aspettative. Manco a dirlo, a parte il probabile logorio culturale associato a questa strategia, anche a livello di mercato il danno potrebbe essere considerevole, abituando la società a posti di lavoro instabili e sottopagati, e a una preparazione professionale superficiale e rimediata. Ma come sempre, se tutti sono d’accordo (o almeno il cinquanta per cento più uno) la situazione è perfettamente democratica, e non è giusto alterarne il corso.

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Ipazia

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Lo scopo della Giornata Internazionale delle Donne nella Scienza è abbastanza chiaro: promuovere la presenza attiva delle donne nell’ambito della ricerca. In alcuni settori specifici la presenza delle donne può essere simile o addirittura superiore a quella degli uomini, ma sono eccezioni, e in media la scienza è ancora vista soprattutto come cosa da maschietti. Forse queste proporzioni sono in parte dovute anche a differenze reali nelle scelte culturali e personali dei due generi, e dobbiamo di fatto aspettarci che uomini e donne, in media, possano avere diversi interessi e soprattutto diverse priorità. Ma è probabile che dietro alla differente proporzione di maschi e femmine nella ricerca ci siano ancora pregiudizi e  discriminazioni legate al sesso, e questo è un fattore che bisogna assolutamente contrastare, con la legislazione ma soprattutto con lo sviluppo di una corretta formazione sociale. Purtroppo è una battaglia spesso controcorrente, che soffre limiti interni alla stessa organizzazione istituzionale che dovrebbe combatterla. Quella stessa società che si dichiara paladina dei diritti della donna poi non prende posizione contro tutte quelle situazioni in cui la donna è ancora simbolo di un oggetto sessuale. La nostra cultura continua a difendere la dignità della donna nei programmi elettorali e in quelli amministrativi, per poi degradarla a trofeo erotico e accessorio nella vita quotidiana, nelle pubblicità e nei salotti televisivi, nei film e nei videoclip musicali, nelle serate di gala e nei modelli idolatrati del mondo sportivo. Qualche anno fa la stessa Comunità Europea dovette ritirare un video dove promuoveva la presenza delle donne nella scienza, presentando supposte ricercatrici in tacchi a spillo, labbra sensuali e gambe vellutate, che ammaliavano il secchione seduto al microscopio. C’è poi il paradosso interno a molti movimenti sociali: spesso si combatte il sessimo dando importanza al sesso femminile, quando invece bisognerebbe combatterlo probabilmente con la strategia opposta, ovvero togliendo importanza al genere. Il fraseggio “sexually-correct” (amiche e amici … le bimbe e i bimbi …) sta trasformando un problema sociale in una ripicca linguistica, togliendo probabilmente forza alla questione reale, e separando i generi, invece di unirli (recentemente in Spagna si sta discutendo la necessità di introdurre il termine “portavocia” per un “portavoce donna”, e ieri alla radio in una trasmissione medica l’intervistata si sentiva in dovere di ripetere ad ogni affermazione che si stavano difendendo i diritti “dei pazienti e delle pazienti” …).

Ma la Giornata Internazionale delle Donne nella Scienza tocca anche un’altra questione, che ci fa sospettare una insopportabile ipocrisia delle istituzioni. Da una settimana le radio, le televisioni, e le istituzioni scientifiche stanno riempiendo i loro programmi di attività per incentivare le donne a prendere parte al mondo della ricerca. E io mi chiedo se sia corretto cercare di convincere con forza e spirito di rivalsa qualcuno (donna o uomo che sia) a mettersi in un settore che conta con valori massimi e storici di disoccupazione. La maggior parte delle persone (uomini e donne) che si sono messi nel cammino della ricerca sono attualmente disoccupati, o lavorano in settori che non hanno nulla a che fare con la loro preparazione e con la loro formazione, o peggio stanno da anni al servizio gratuito delle istituzioni scientifiche che approfittano e promuovono questo stato di sfruttamento professionale. E allora, se vogliamo sostenere il ruolo delle donne nella nostra società, perché le invitiamo a mettersi nel settore lavorativo più fallimentare della nostra struttura sociale? Potrebbe suonare ipocrita. Sappiamo che, se si lasciano convincere, poi non troveranno lavoro. E non per una questione di genere, ma perché le vogliamo convincere ad entrare in un contesto professionale in piena crisi economica e culturale. Per far vedere che motiviamo le donne a prender parte nella nostra società, le spingiamo verso il sistema collassato della ricerca, perché ci sia parità di genere anche nella disoccupazione.

Ad oggi Ipazia non sarebbe stata linciata da una folla di scompensati religiosi, e questo è buon segno. Ma probabilmente nella migliore delle ipotesi starebbe lavorando in una azienda di marketing, o in un fast food, o dedicandosi a cercare denaro per una istituzione pubblica, o intrattenendo studenti-clienti per ottenere i loro favori sotto forma di matricola annuale. Cari amici e cari amiche, ricercatori e ricercatrici, scienziati e scienziate di tutto il mondo, borsisti e borsiste di ogni razza, colore, credo, e tendenza sessuale, lasciamo che il circo sociale continui a presentare il suo spettacolo, ma nel mentre, da soli, per conto nostro, in una salubre e sicura posizione d’ombra, puntiamo sul libero arbitrio, sulla volontà individuale, sull’impegno e sulla capacità del singolo, senza sesso e senza etichette, senza che nessuno ci imponga schemi preconfezionati, tribali, e ipocriti. L’unica forma di sfuggire all’ottusa aggressività dell’orda è quella di dar valore all’individuo, e non al gruppo. E, nel frattempo, per quanto possibile, cercare di passare inosservati, restando sufficientemente fuori dalla vista di qualsiasi branco.

Bulla cum laude

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Wikipedia definisce una bolla speculativa come “una particolare fase di mercato caratterizzata da un aumento considerevole e ingiustificato dei prezzi di uno o più beni, dovuto ad una crescita della domanda repentina e limitata nel tempo”. Aggiunge anche che “l’eccesso di domanda che spinge verso l’alto in poco tempo il valore di un bene, di un servizio, di una impresa o più semplicemente di un titolo che rappresenta un qualche diritto sugli stessi, si può ricondurre all’irrazionale (o razionale) euforia di soggetti economici convinti che una nuova industria, un nuovo prodotto, una nuova tecnologia potranno offrire cospicui guadagni e registrare una crescita senza precedenti”. Conosciamo bene cause e effetti associati a leciti e illeciti delle banche e dell’edilizia, ma è chiaro che nel nostro sistema economico e sociale di bolle ce ne sono tante, da quelle sportive a quelle alimentari. La ricerca e l’educazione accademica rappresentano una nuova bolla speculativa dell’ultima decade, in aumento esponenziale. Per chi vuole mettersi nel mondo della scienza ad oggi ci sono solo due possibilità: dedicarsi alla ricerca di finanziamenti per muovere posti e denaro, o dedicarsi all’insegnamento procacciando matricole. In entrambi i casi è una questione di puro marketing.  In entrambi i casi qualsiasi metodo è lecito, il fine giustifica i mezzi, e il successo non si pesa in cultura ma in valuta corrente.

A livello di ricerca scientifica, la gestione dei centri e delle istituzioni si basa quasi esclusivamente sulla ricerca di finanziamenti. Le istituzioni campano, a livello amministrativo (posti di lavoro, salari, privilegi), dei soldi che il ricercatore-impresario procaccia con le sue doti di venditore. In molti centri di ricerca europei le istituzioni si tengono un 20% dell’incasso, negli Stati Uniti si arriva facilmente al 60%. I contratti ai ricercatori sono sempre a tempo determinato: alla fine di 3-5 anni si valuta quanti soldi il ricercatore ha fatto guadagnare all’istituzione, e si decide quindi se rinnovare. I ricercatori che restano in coda sono fuori, e quindi la competizione è costante, il giro di soldi aumenta, e i metodi di vendita del prodotto si fanno estremi. I ricercatori mercanteggiano con le istituzioni i loro salari e le loro risorse in funzione del loro apporto economico. La valutazione della produzione scientifica è assolutamente secondaria, e in molti casi si interpreta più come una soddisfazione personale del ricercatore che non una esigenza dell’istituzione. Se un ricercatore produce buona ricerca ma senza muovere soldi, semplicemente non serve, non è un buon investimento. La bolla speculativa è evidente: per mantenere sempre più gente si gonfia il prodotto, e questo aumenterà i salari e i posti di lavoro, ma a quel punto le esigenze diventeranno maggiori e bisognerà gonfiare ulteriormente.

Sul fronte della didattica accademica, lo sappiamo, ad oggi lo studente è in realtà un cliente, quel cliente che ha sempre ragione, la ragione della matricola che paga. Un cliente che deve essere, alla fine dell’esperienza, soddisfatto. Ed ecco che le università investono nel landscaping dei giardini e delle caffetterie, alleggeriscono il carico didattico e aumentano quello ludico, e contrattano specialisti di marketing per preparare le lezioni. A parte i rischi etici e culturali di questa strategia da club vacanze, anche qui c’è la bolla, giocata in questo caso sull’euforia studentesca. Se infatti ci sono molti più posti per la docenza che non per la ricerca è perché non ci sono tante possibilità per quanti ricercatori sono in circolazione. Il ricercatore eccede, e allora lo mettiamo a insegnare, ovvero a moltiplicare il mercato degli studenti-clienti. A insegnare cosa? La sua disciplina, ovviamente. Non bisogna essere un genio dell’economia per capire che quel ricercatore che non ha trovato un posto di ricerca moltiplicherà a questo punto il numero di persone con quella stessa professionalità. Se un biologo deve insegnare perché per lui non c’è un posto di ricerca allora genererà altri biologi, e se non c’era possibilità di lavoro per uno men che meno ce ne sarà per tutte le decine di biologi da lui generati, che a loro volta dovranno andare a insegnare per trovare un salario, formando ancora più biologi. La bolla.

Aumenta il circolo di denaro in un sistema di ricerca che si basa ormai quasi integralmente sul circolo di denaro. Ma arriverà un momento in cui il teatro della ricerca non potrà più reggersi sul marketing, perché ci sarà un eccesso di gestione relativo alle possibilità economiche o al valore effettivo del prodotto. Aumenta il mercato degli studenti. Ma arriverà un momento in cui non ci sarà tanto lavoro per tutti quegli specializzati che si auto-moltiplicano come gremlins. In realtà questi momenti stanno già arrivando. In realtà sono già arrivati. Ma sappiamo che il mercato non cede, sempre porta all’estremo, sfrutta fino all’osso, fino a che la bolla scoppia. Segue mea culpa, autocritica, si vedeva venire, e poi si ricomincia come prima, con la stessa irrazionale (o razionale) euforia, con la stessa incompetenza, e con la stessa ipocrisia. C’era quella barzelletta del muratore contrattato per fare una casa … bisognava pagarlo e si contrattò un contabile … serviva allora anche un segretario … e quindi un ufficio di risorse umane … e un responsabile della sicurezza … e un sindacalista … e un direttore dei lavori … Alla fine il denaro non fu più sufficiente per pagare tutte queste persone. E dovettero licenziare il muratore.

Alla salute!

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Alcuni amici sono tornati da un viaggio in Iran, descrivendo ad oggi una situazione che di certo non è quella che, in media, uno si aspetta. Parlano di un contesto sociale relativamente ben organizzato e strutturato, città sicure, e una religione che anche se costantemente presente non sembra poi avere un ruolo così determinante nell’apparente quotidiano delle vite e dei lavori. Adesso, dobbiamo riconoscere che un paio di settimane di turismo non possono dare un’idea completa della realtà di una cultura, e i rapporti internazionali non fanno certo di questo paese un esempio di equilibrio sociale e di qualità della vita. Però con il lavaggio di cervello che riceviamo costantemente dal giornalismo e dai mezzi di comunicazione queste brevi note ci ricordano che è sempre meglio non farsi troppi preconcetti su situazioni che non conosciamo per esperienza diretta. Ma la cosa che più mi ha stupito del racconto del loro viaggio riguarda le serate nei locali. La gente esce molto la sera, nelle strade e nei bar, che però hanno una caratteristica: non c’è da bere. L’alcool è proibito. Niente birra, niente vino, niente liquori. E il risultato è sorprendente: la gente esce per incontrarsi, e per parlare. E lo fanno. Parlano, ridono, scherzano, dibattono, tutto lucidamente come in un salotto educato e dinamico, culturale, sociale. La nostra società occidentale è invece fortemente strutturata sul consumo alcolico, fa parte di quella strategia “pane e circo” che, come lo spettacolo del calcio o i rituali delle religioni, livella, anestetizza, spegne, fa sopportare, elimina la capacità individuale di pensare, a cambio di una accettazione tribale. L’alcool fornisce troppo spesso una scusa economica per non dover pensare, o per non dover ammettere di non essere in grado di farlo. La scorsa settimana ho visto a New York questo cartello che osannava la birra, rimedio eccezionale perché “aiuta le persone brutte a fare sesso dal 1862”. Ce ne sono tanti ormai di questi poster che svettano nei locali, come quell’altro che dice che l’alcool è più economico di una terapia. Sono vignette ironiche, che tanto per cambiare dicono alla fine la verità. Qualche giorno dopo a Madrid vedo un enorme cartello pubblicitario di un noto grappino nazionale che recita maestoso sotto l’immagine del liquore: “Ciò che davvero ci unisce”. Penso poi alle orde di adolescenti, che coi loro “botellones” aspettano ogni notte la grande notte, quel rito di iniziazione zuppo di ormoni e tavernello che spesso come unica traccia lascia una intossicazione etilica e spruzzi di vomito sulle scarpe del vicino. Pensiamo che vietare il consumo alcoolico sia un atto di prepotenza dittatoriale, proibizionismo repressivo, ma invece non ci preoccupiamo più di tanto davanti agli effetti lobotomizzanti del suo mercato sociale. Quei casi in cui il problema si fa innegabile e insostenibile (violenza, salute, etc.) possiamo ritenerli eccessi, ma senza giudicare il contesto in generale del rito alcolico. Dimentichiamo che forse sono eccessi, ma non eccezioni. E dimentichiamo anche che la patologia acuta dei casi estremi non dovrebbe togliere importanza alla patologia cronica dei casi subdoli e meno appariscenti (lo sviluppo di una mentalità sociale e di una cultura di gruppo basata sul consumo alcolico).

Se in Europa possiamo bere dove e quando ci pare, però ci proibiscono di portare armi. Non possiamo entrare al bar con una pistola, o tenere un fucile nella macchina. Ma questa, al contrario, non ci sembra una prepotenza, anzi ci sembra una garanzia, un segno di libertà, e interpretiamo la condizione opposta come attitudine barbara e primitiva. Perché riteniamo la proibizione delle armi un segno di civiltà, e quella dell’alcool un segno di oppressione? Dove c’è più consumo alcolico ci sono più problemi associati all’alcool, sia a livello diretto (le morti e le vite rovinate) sia indiretto (la cultura del rapporto sociale basato sugli effetti dell’alcool). Proprio lo stesso che con le armi: dove ci sono più armi ci sono più problemi legati al loro uso, sia a livello diretto (le morti e le vite rovinate) sia indiretto (la mentalità dell’elogio delle armi e dell’autodifesa). Anzi, per lo meno dove non c’è una guerra, le morti per alcool sono in genere molte di più che le morti per armi da fuoco. Il proibizionismo del consumo di bevande alcoliche ci sembra assurdo solo perché lo giudichiamo in base a una prospettiva e a una struttura sociale che, incoerentemente, ci richiede come prova d’accettazione una certa rinuncia al senso critico. Noi Europei siamo abituati a bere ma non a sparare, quindi ci sembra normale passare una serata sotto gli effetti etilici del vino, ma assurdo tenere un revolver nel cruscotto. Ma mi chiedo perché non dovremmo avere, nei confronti dell’alcool, lo stesso sensato e ragionevole pregiudizio che abbiamo nei confronti delle armi. In assenza di esempi culturali che siano certamente buoni e risolutivi, possiamo comunque sempre contare su quelli che sono chiaramente pessimi: l’Iran non è di certo un modello da seguire, ma ancor meno lo sono quelle culture in cui puoi passare una indimenticabile notte a sballarti con birra o whisky per poi fare a gara a centrare le bottiglie vuote con un bel proiettile. E se in un momento di semi-autonomia motoria riesci pure a metterci del sesso raffazzonato con uno sgradevole e insignificante sconosciuto … seratona!

Veniamo in pace

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Il partito di estrema destra austriaco si chiama partito “della libertà”, e spaccia le vecchie ideologie conservatrici e reazionarie in nome del loro concetto antagonista. Il nostro italiota centro-destra ebbe a suo tempo la stessa idea, con quella casa delle libertà dove, come diceva l’ottavo nano, “si faceva un pò come cazzo ci pare”. Anche i nuovi fascisti catalani cercano di spacciare un colpo di stato in nome della democrazia, e dicono che per loro la legge non vale perché limita la loro libertà. L’estremismo islamico importa in Europa i modelli repressivi dell’integralismo religioso in nome del diritto alla tolleranza e alla diversità, e a volte le stesse donne musulmane (in alcuni casi e con un apparente paradosso appoggiate dai collettivi femministi)  difendono il diritto alla segregazione fisica e sociale in nome della libertà di culto e di espressione. Pare che sia stato Gaetano Salvemini a far notare (in quel caso riferendosi ai cattolici) che le religioni rivendicano la loro libertà in base ai nostri principi laici,  e negano la libertà altrui in base ai loro principi religiosi. Insomma, è evidente che qui tutti hanno già letto “1984“, il libro di George Orwell dove, in base ai principi ferrei del bispensiero, la guerra garantisce la pace, e il Ministero dell’Amore si incarica della persecuzione e della tortura. A me tutto questo ricorda soprattutto il film “Mars Attacks!“, dove gli alieni invasori, prendendo in giro gli stupidi terresti, distruggono e massacrano a più non posso dicendo che vengono in pace e in nome della fratellanza. L’ammissione di pace da parte dei marziani, anche se palesemente falsa, impedisce ai formali e democratici umani qualsiasi opposizione e qualsiasi risposta di difesa.  È il paradosso della tolleranza di Karl Popper: il punto debole della tolleranza è il dover essere tolleranti anche verso gli intolleranti. Il sistema democratico è quindi, inevitabilmente, instabile.