Veniamo in pace

Tag

,

Il partito di estrema destra austriaco si chiama partito “della libertà”, e spaccia le vecchie ideologie conservatrici e reazionarie in nome del loro concetto antagonista. Il nostro italiota centro-destra ebbe a suo tempo la stessa idea, con quella casa delle libertà dove, come diceva l’ottavo nano, “si faceva un pò come cazzo ci pare”. Anche i nuovi fascisti catalani cercano di spacciare un colpo di stato in nome della democrazia, e dicono che per loro la legge non vale perché limita la loro libertà. L’estremismo islamico importa in Europa i modelli repressivi dell’integralismo religioso in nome del diritto alla tolleranza e alla diversità, e a volte le stesse donne musulmane (in alcuni casi e con un apparente paradosso appoggiate dai collettivi femministi)  difendono il diritto alla segregazione fisica e sociale in nome della libertà di culto e di espressione. Pare che sia stato Gaetano Salvemini a far notare (in quel caso riferendosi ai cattolici) che le religioni rivendicano la loro libertà in base ai nostri principi laici,  e negano la libertà altrui in base ai loro principi religiosi. Insomma, è evidente che qui tutti hanno già letto “1984“, il libro di George Orwell dove, in base ai principi ferrei del bispensiero, la guerra garantisce la pace, e il Ministero dell’Amore si incarica della persecuzione e della tortura. A me tutto questo ricorda soprattutto il film “Mars Attacks!“, dove gli alieni invasori, prendendo in giro gli stupidi terresti, distruggono e massacrano a più non posso dicendo che vengono in pace e in nome della fratellanza. L’ammissione di pace da parte dei marziani, anche se palesemente falsa, impedisce ai formali e democratici umani qualsiasi opposizione e qualsiasi risposta di difesa.  È il paradosso della tolleranza di Karl Popper: il punto debole della tolleranza è il dover essere tolleranti anche verso gli intolleranti. Il sistema democratico è quindi, inevitabilmente, instabile.

Annunci

Fuori i secondi

Tag

,

Dopo tante battute sui politici mafiosi poi abbiamo scoperto che i politici mafiosi erano (e sono) davvero tanti, senza contare tutte le barzellette sui preti pedofili che negli ultimi dieci anni sono passate dal racconto del bar a quello del tribunale. Pasquino ci ricorda che, per non rischiarsela troppo, la verità bisogna farla passare sottobanco e con ironia, anche se tutti sanno che in fondo si trattano argomenti su cui c’è poco da scherzare. I concorsi truccati o manipolati delle istituzioni pubbliche fanno parte della stessa categoria: tutti sanno perfettamente come stanno le cose, si accettano vignette e battute quotidiane sugli inciuci e sui maneggi, ma poi al momento di affrontare la questione bisogna far finta di non sapere. Soprattutto in quelle culture più arraffone (i casi estremi sono ovviamente le nazioni più arretrate, ma anche Paesi europei come Italia e Spagna rientrano perfettamente nel modello) tutti sanno come vanno le cose, si critica al bar e si perpetuano gli aneddoti, ma è raro che qualcuno si opponga o decida di passare alle vie legali. Nei casi più amareggiati, si ricorre alla “speranza”, quella del “prima o poi cambierà”, o del “questa volta sarà diverso”, per far finta di non conoscere la realtà della corruzione, degli interessi personali, e dell’abuso istituzionale. Spesso si accetta la situazione semplicemente perché si vuole far parte del gioco, a tutti i costi, e quindi l’omertà rappresenta la prova del fuoco. Se non la passi, non sei della famiglia, e sei immediatamente invitato a lasciare il gruppo. Tutti lo sanno, e nessuno se la rischia. La pena, senza diritto d’appello, è l’ostracismo, e l’esilio. L’omertà è talmente essenziale in questi sistemi sociali che a tacere non sono solo i vincitori, ma anche i vinti. L’oppresso tace per non essere costretto a uscire dal gioco, ed avere quindi forse un’altra occasione, un’altra possibilità. O addirittura per poter arrivare ad essere, un giorno o l’altro, anche lui oppressore, e poter abusare di quegli stessi privilegi. La condizione di omertà è tale che, quelle rarissime volte in cui viene spezzata, assurdamente, fa notizia. Il fatto che ci sia stupore per una notizia di cui tutti conoscono perfettamente i contenuti rivela il grado di assuefazione all’omertà. Senza contare che l’incastro delle corruzioni, come nel gioco dei bastoncini che crollano se ne levi uno sbagliato, in genere non permette a nessuno di poter denunciare nessuno. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, e i gradi di libertà sono pochi quando, come si dice a Roma, er più pulito c’ha la rogna.

Una volta un barone, sinceramente addolorato, mi disse che era obbligato a rimaneggiare i concorsi perché il ruolo accademico prevede il posizionamento di “bandierine” nelle istituzioni, bandierine necessarie a far avanzare opportunamente la geopolitica delle cattedre. Nel caso di un giovane alle prime armi queste situazioni possono essere difficili da prevedere, ma quando l’esperienza fa il suo corso allora bisogna cominciare a diventare sinceri con se stessi. Sapendo perfettamente come stanno le cose, ci vuole coerenza: o si rinnegano le regole, o si accettano. Nel primo caso si abbandona il tavolo da gioco, o addirittura si denunciano i giocatori quando l’inciucio passa con arroganza i limiti della legge. In quei Paesi dove la corruzione è più estesa (Italia e Spagna sono appunti gli esempi più vicini) la denuncia in genere non funziona, perché il mondo istituzionale rappresenta un campione aleatorio della popolazione, e gli stessi livelli di inguacchio li trovi nelle altre istituzioni e tra la gente in generale. E’ inutile quindi denunciare una corruzione in un contesto sociale anch’esso corrotto. L’alternativa, in democrazia, è perfettamente lecita: accettare le regole del gioco. In questo caso comunque bisognerebbe però essere coerenti e non lamentarsi dei risultati e delle conseguenze, avendo conosciuto previamente e nei dettagli quei meccanismi e quei principi. Possiamo sempre dire che non ce lo aspettavamo e che avevamo altre speranze, ma sappiamo bene che solo sono frasi lenitive per sfogarci, o per mentire a noi stessi e non assumerci le nostre responsabilità. L’evoluzione ci insegna che, quando un organismo non si trova bene nel suo ambiente, solo può adattarsi, estinguersi, o emigrare. L’adattamento richiede, in questo caso, una accettazione, e quindi un riconoscimento di colpevolezza, o per lo meno di collusione.

Eppure ci vorrebbe talmente poco per tirare su un’istituzione decente … Come mi diceva un amico, suo malgrado esperto in competizione accademica, finito come tanti a portare gloria ad altre terre, per fare un centro di ricerca strepitoso sarebbe sufficiente mettere insieme tutti i primi esclusi dai concorsi: con ogni probabilità, sono quelli che li avevano vinti per davvero!

Giornalismo giornalismo

Tag

,

“Da sempre sono esistite e continuano ad esistere due categorie di giornalisti: i Giornalisti Giornalisti e i giornalisti impiegati. La prima è una categoria così ristretta, così povera, così “abusiva”, senza prospettiva di carriera, che non fa notizia, soprattutto oggi. La seconda, asservita al potere dominante, è il giornalismo carrieristico, quello dello scoop e del gossip, quello dell’esaltazione del mostro e della sua redenzione”.

Giancarlo Siani

***

[“Giornalisti-giornalisti”, l’omicidio di Giancarlo Siani]

Emet

Tag

, ,

Stiamo cercando di far finta di niente per non alimentare un fuoco che brucia solo grazie alla sua stessa celebrazione, e che si propaga a causa di una irresponsabile pubblicità, ma sulla follia catalana a questo punto bisogna prendere posizioni. Primo, perché evidentemente la cosa gli sta sfuggendo di mano, e non bisogna mai sottovalutare l’aggressività di un gruppo. Secondo, perché fuori dal territorio nazionale girano notizie sparse e poco chiare, che non aiutano a misurare il fenomeno o a capire i suoi limiti effettivi. È una follia che ha diverse prospettive, e bisogna considerarle per forza un pò tutte. Ci sono per esempio i limiti teorici e quelli pratici. A livello teorico non c’è in realtà molto da dire, si pensa che dietro ci sia chissà quale ideologia complessa ma ci si trova solo nazionalismo populista, quello di sempre. E la valutazione è quindi relativamente semplice: in un momento nel quale la società Europea sembra rappresentare l’unica alternativa decente sulla faccia del pianeta, è da incoscienti parlare di divisione, di separazione, di scissioni e di indipendenze. Qualsiasi proposta che fomenta la frammentazione è senza alcun dubbio folle e soprattutto irresponsabile. Soprattutto se consideriamo che in questo caso l’affanno di separazione è tra una regione di modesta estensione e una nazione democratica e moderna che, con tutte le colpe che può avere (dalle corruzioni ai provincialismi più sfegatati) non è certo un esempio di oppressione o di fallimento. Le radici del rancore affondano nella storia della dittatura spagnola, in quei tempi in cui il fascismo reprimeva con violenza le identità regionali. Manco a dirlo, quei tempi sono passati da quarant’anni, e molti di questi nuovi nazionalisti catalani non li hanno nemmeno mai vissuti. E’ rimasto l’eco di un rancore, e come sempre il bisogno ottuso di distinguere tra “noi” e “gli altri” per sentirsi parte di una tribù, una qualunque, pur di non sentirsi soli o di dover dare a noi stessi le colpe dei nostri insuccessi e dei nostri problemi. Odiare un altro, uno qualsiasi, il più vicino o il più diverso, come scusa per sentirsi parte di un branco. Per fare gruppo l’essere umano ha bisogno di generare barriere e individuare un nemico comune, lo sappiamo fin troppo bene.

Stiamo quindi vedendo eccessi di tutti i tipi, dagli isterismi tribali che bruciano le bandiere alle persecuzioni di coloro che non accettano la legge dell’orda. Chi seleziona la scuola del figlio in base al grado di purezza dei cognomi di studenti e professori, e chi proibisce l’utilizzo della parola “nazione” al di fuori della condizione regionale. Ovvero, come sempre succede con questo genere umano insensato e poco capace, quelli che sono stati perseguiti adesso sono i perseguitori. Quelli che sono stati repressi adesso sono i repressori. È un pò come la storia dei bambini che hanno subito abusi in famiglia, e quando sono grandi ripropongono per sfogo gli stessi abusi che hanno sofferto.  Ovvero, il rigetto a un fascismo passato ha generato un fascismo presente. Non ha caso, la situazione catalana vede paradossalmente la destra di governo contrapposta alla destra regionale, che con metodi reazionari e quell’aggressività tipica degli irredentismi bigotti si protegge però questa volta dietro falsi ideali democratici e repubblicani più tipici della sinistra.

Poi ci sono invece gli aspetti più pratici e diretti di questa follia collettiva. Per esempio volere fare un referendum solo con una parte della comunità. In democrazia si chiama referendum una consulta comune dove tutti i cittadini sono chiamati a decidere. Quindi, un referendum sulla separazione di una parte di una nazione deve essere necessariamente espresso dalla totalità dei cittadini, non solo da quelli che si vogliono separare. È come decidere da soli, dichiarando di farlo in nome della democrazia. Suona semplicemente ipocrita, e incoerente. In questo caso anche la parola “referendum” è abusata, non essendo stato indetto da un governo. Questo ultimo punto è fondamentale, perché per il momento l’intero processo catalanista si basa su scelte e posizioni, semplicemente, illegali. Si può combattere duro per cambiare le leggi, e si deve farlo quando si pensa che siano ingiuste o inefficienti. Ma fino a che non si cambiano, bisogna rispettarle. Pericoloso sostenere un’altra posizione. Ripeto ancora una volta che non stiamo parlando di uno Stato tiranno e oppressore, ma di una democrazia perfettamente in regola con le garanzie che ad oggi possiamo chiedere dal meglio delle capacità umane. Non siamo in una condizione di repressione o di violenza, quindi è meglio decidere di rispettare le leggi, e non di lasciare la scelta all’opinione di un gruppo o di un partito. Riconoscere il diritto di violare la legge quando questa non corrisponda alle nostre volontà non sembra una buona strategia. L’intero processo catalanista si basa su azioni che vanno contro la costituzione e contro le leggi democratiche di una Nazione, e la condanna legale di chi ha violato queste leggi non dovrebbe essere interpretato come un abuso da parte di un governo. Soprattutto se chi ha violato queste leggi lo ha fatto da una posizione istituzionale.

Tutto questo senza contare poi la sostenibilità di una supposta nazione su scala regionale, che con tutta probabilità non è autonoma nemmeno sul fronte delle risorse energetiche, logistiche o economiche. Questo punto di per se è sufficiente per riportare tutto alle sue dimensioni di folle isterismo tribale, ma non credo che dovremmo comunque considerarlo: se un atto è illegale è illegale, e non si dovrebbe discutere sul fatto se sia conveniente o meno.

Adesso, bisogna anche chiedersi come è possibile che una piccola regione abbia alzato tutto questo polverone, fatto di assurde rivendicazioni nazionaliste e posizioni incoerenti, dichiaratamente fuori dalla legalità. La Spagna già ha vissuto una dittatura anacronistica, quindi possiamo sospettare che il carattere iberico, profondamente individualista, nasconda silente una certa attitudine a queste posizioni aggressive e totalitarie. Ma, in teoria, un processo come questo non avrebbe dovuto nemmeno passare il filtro della considerazione generale. Democraticamente stiamo parlando di una frazione minima della popolazione, e legalmente il tutto si sarebbe dovuto e potuto velocemente risolvere, come in qualsiasi contesto professionale decente, con conseguenze legali e lavorative per chi ha fatto delle istituzioni il proprio e personale mezzo di propaganda. Se tutto questo invece è diventato un processo di proiezione nazionale e internazionale ci deve essere stato qualche elemento amplificatore. Ahimè, la mia opinione è che questo elemento di amplificazione, irresponsabile e becero, sia stato ancora un volta il giornalismo. Tra chi cerca una notizia di successo che possa scaldare gli animi, e chi cerca un’immagine d’effetto che possa riempire giornali e teleschermi, il giornalismo ha generato la valanga, creando un golem che, senza pensiero e senza coerenza, persegue ottusamente uno scopo senza ragionare sul contesto e sulle conseguenze. Il golem, nato dal fango per volontà altrui, esegue il suo atavico ordine e segue il suo cammino, inflessibile e irrazionale, senza sapere davvero chi è stato a decidere la sua missione, e senza nemmeno ricordarsi più il perché.

Sette in condotta

Tag

, ,

Fino al secolo scorso quando un genitore andava a parlare con l’insegnante del figlio era il figlio che temeva il peggio. Adesso è l’insegnante. Ormai ad oggi studenti e genitori sono “clienti” dell’istituzione, e sono quindi cambiate le regole e i pesi delle relazioni. Ma, a parte questo aspetto comunque fondamentale, bisogna anche ammettere che nei decenni il corpo docente in generale non si è fatto una buona reputazione, perché a fronte di pochi crociati e missionari dell’insegnamento ci sono poi troppi imboscati che hanno intrapreso il cammino della docenza solo per portarsi a casa un salario senza sforzi eccessivi. Se aggiungiamo quelli che insegnano come ultima spiaggia per non essere riusciti a trovare uno spazio alternativo, e quelli che non hanno un minimo di capacità o di formazione pedagogica, arriviamo facilmente al famoso detto “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna” (il motto segue con un “ … e chi non sa insegnare amministra”, che è pure peggio, ma questa è un’altra storia). Allo stesso tempo, anche riconoscendo le colpe del sistema educativo, non dimentichiamo comunque che in molte culture (quella italiana e quella spagnola sono due esempi abbastanza vistosi) una percentuale considerevole della popolazione non riesce a fare bene il proprio lavoro perché è troppo impegnata a criticare il lavoro altrui. E da qui arriviamo a quell’altro aforisma nostrano che dice “è un peccato che tutti quelli che saprebbero come far funzionare il Paese siano troppo occupati a tagliare capelli o a servire caffè”. La sintesi è, crudelmente, sincera: un sistema educativo insufficiente e improvvisato che soffre le critiche di un sistema sociale superficiale e arrogante. Difficile prendere, come in tante altre situazioni, una posizione, parteggiando per una fazione o per l’altra. I genitori (spesso spalleggiati dal solito giornalismo irresponsabile, colluso e bottegaio) criticano le forme di insegnamento, i suoi schemi e i suoi principi. Ci dicono come si dovrebbe fare, proprio loro che stanno allevando le nuove generazioni di bambini-padroni, le nuove leve di adolescenti superficiali e boriosi che hanno come unica strategia quella di ottenere il massimo garantendo il minimo, di conquistare la vetta senza sforzo ma con poco impegno, di evitare di lottare quando è sufficiente esigere.

Adesso, sia come sia, ci sono solo due forme di interpretare questa situazione. Se è vero che gli insegnanti sono, in media, professionisti relativamente preparati, con un robusto bagaglio culturale e una solida formazione pedagogica, allora bisognerebbe seriamente rimettere questi genitori al loro posto, senza dare troppe spiegazioni a chi non è culturalmente in grado di comprenderle, o a chi comunque non ha voglia di valutarle. Ma invece se gli insegnanti sono, in media, improvvisati e rimediati approfittatori di salario di cui qualunque genitore, senza una competenza specifica, può capire le mancanze e le incompetenze, allora bisognerebbe decisamente ripensare i criteri di valutazione e di idoneità dei docenti.

Sicuramente ogni Paese avrà le sue medie e dovrebbe quindi fare i suoi calcoli per stabilire una strategia specifica finalizzata a migliorare la sua situazione educativa. Ma probabilmente se andiamo a vagliare caso per caso scopriamo che spesso le situazioni sono intermedie, e ci si trova di fronte a contesti ibridi dove si mischiano docenti incapaci e genitori ottusi, insegnanti eccellenti e genitori eccezionali. In questi casi valgono le stesse considerazioni, anzi valgono il doppio, perché bisognerebbe portare avanti allo stesso tempo le due prospettive: gli insegnanti eccellenti dovrebbero strigliare con forza i genitori mediocri, e i genitori esemplari dovrebbero esigere il licenziamento dei docenti inetti. Tutto questo, evidentemente, se si vuole riconoscere l’importanza dell’educazione nella struttura culturale di una nazione, e nel suo percorso di sviluppo morale e tecnologico. Se invece si vuole solamente utilizzare l’educazione per fare un pó di mercato locale, vendendo formazione posticcia a un pubblico di consumatori egocentrici e compulsivi, e rimediando di passo posti di lavoro scadenti ma comunque remunerati e soprattutto utili per collocare le eccedenze di laureati di tutte le leghe, allora non bisogna fare nulla, andiamo bene così. Ah, comunque in questo secondo caso, volendo essere coerenti, bisognerebbe rispettare una postilla: accettando questa seconda strategia non è permesso, poi, lamentarsi delle conseguenze.

Testa o croce

Tag

L’Enciclopedia Treccani definisce così il Conformismo: tendenza a conformarsi, anche solo in apparenza, a dottrine, usi, opinioni prevalenti socialmente e politicamente. Il conformista tende infatti a fare proprie, in modo passivo, le dottrine politiche e religiose seguite dalla maggioranza dei componenti del gruppo cui appartiene. In senso più ampio, il conformismo è visto come accezione negativa di chi si adatta facilmente alle opinioni o agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi è al potere.

L’aggettivo “passivo” indica una certa inerzia e forse una mancanza di capacità critica, ma invece il dettaglio della “apparenza” ci suggerisce scelte autonome, e ineluttabilmente ipocrite. La definizione di prospettive “prevalenti” poi ci conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che stiamo parlando di un qualcosa che riguarda la maggior parte della popolazione. Curioso allora che il termine venga apertamente riconosciuto come “accezione negativa“, associandolo alla norma e alla media. Il conformismo è quindi una sorta di colpa comune, e la sua stessa definizione è una implicita ammissione di colpevolezza: la massa si conforma, e questo è un dato di fatto universalmente accettato ma moralmente discutibile.

Sappiamo che il progresso di una cultura e di una società si gioca su un equilibrio sottile tra accettare e rifiutare le regole: se si eccede in un senso o nell’altro si va incontro, comunque, alla barbarie e al crollo delle strutture sociali e culturali. Il genere umano non è sufficientemente capace di gestire questo processo in una misura efficiente, e alla fine non ci resta che procedere a salti, spesso violenti e traumatici, alternando periodi di eccessiva stasi e repressione a periodi di eccessivo caos e rivoluzione. In tutti i casi quelli che si conformano non devono prendere scelte e decisioni troppo complesse, essendo l’unica decisione importante quella di assumere il peso della croce e tirare avanti. Decisione che spesso viene presa inconsciamente, senza scomodare la riflessione o la capacità di scelta autonoma. Ma invece quelli che non si conformano, quelli che scelgono di usare la propria testa per valutare, considerare, opinare, riflettere, e quindi criticamente scegliere, si troveranno costantemente di fronte a cammini alternativi, ogni volta con tutte le difficoltà del caso. E il primo bivio sarà dover scegliere la propria affiliazione, il campo di gioco, e una strategia.

E qui ci sono in principio due possibilità, totalmente opposte, anche se è curioso come quasi sempre se ne consideri solo una, emozionalmente, intellettualmente, e razionalmente. La prima opzione, quella innata, istintiva, talmente istintiva da risultare spesso la unica, è quella di non conformarsi e dunque cambiare le cose. Rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Se il sistema ha dei problemi, qualcuno deve aggiustarli. Che sia con pezze quotidiane o con immani rivoluzioni, se il sistema lo sta facendo male allora bisogna operare perché lo possa fare meglio. La seconda opzione, quella che in genere non viene nemmeno considerata se non per causa di forza maggiore, e totalmente opposta: se un sistema non funziona, allora vado ad apportare il mio contributo ad un altro sistema che funziona meglio, per promuoverlo e dargli più possibilità e più forza. Ovvero, premiare e aiutare chi lo sta facendo bene (o per lo meno chi lo sta facendo secondo un criterio che a me sembra almeno migliore). La differenza tra le due strategie è abbastanza drastica. Decidere di aggiustare un modello difettoso o al contrario promuovere un modello distinto e più adeguato. Questa seconda scelta è quella che abbiamo fatto noi che siamo andati a vivere e a lavorare in un altro posto, ed è anche la scelta che fanno quelli che lasciano una istituzione per unirsi ad un’altra, o quelli che decidono di abbandonare una ideologia perché non è più attuale, o di allontanarsi dagli amici di sempre perché ormai le strade sono troppo distanti. Tutte scelte che spesso vengono associate al “coraggio”, il coraggio di cambiare, il coraggio di non conformarsi. In genere, scelte e decisioni sempre si associano al coraggio. Ma in realtà non c’è motivo per pensare che una strategia sia più coraggiosa di un’altra. Anche scegliere di dedicare (e a volte sprecare) la propria vita nell’intento di recuperare il sistema scassato richiede coraggio. Anche il non-scegliere richiede coraggio. L’importante è che sia una scelta consapevole, e non dettata dal conformismo, dall’inerzia, dalle emozioni, o da false speranze di un cambiamento che prima o poi arriverà da solo, e che alla fine non arriva mai.

Non nascondo comunque, in questo dibattito tra le due strategie, di essere di parte. L’evoluzione suggerisce che, in genere e a lungo raggio,  la forma più efficiente di migliorare le cose è premiare chi lo fa bene, e non mettere le pezze a situazioni arrangiate e senza troppa garanzia di successo. “Più efficiente” vuol dire che ha più probabilità di riuscire, che gli effetti sono più veloci, e che il rendimento (costi/benefici) è migliore. Ovvero, mettere le pezze in genere non funziona, richiede troppo tempo, e costa troppo considerando poi i magri risultati. C’è`poi il fattore personale: viviamo vite brevi e molto puntuali, che in genere non danno tempo o spazio per portare avanti progetti colossali. Se è vero che abbiamo solo una vita, dovremmo avere la responsabilità di usarla bene, indipendentemente da quale sia l’obiettivo. Infine c’è il fattore sociale: in una democrazia, e se uno vuole credere nella democrazia, una società ha il diritto di scegliere, anche di scegliere di affondare. Quando le cose vanno male in genere non è per cattiva sorte, ma perché la società ha deciso, più o meno consapevolmente, di andare in una certa direzione. Democraticamente, possiamo offrire alternative, ma non obbligarle ad accettarle.

Sia come sia, quando l’organismo non si sente integrato in un ambiente deve prendere una decisione, attiva o passiva. E adattarsi (conformarsi) o emigrare sono da sempre le uniche due strade possibili dell’evoluzione. La terza è l’estinzione.

Nell’occhio dell’orango

Tag

, , ,

Luca Fiorenza (Roma, 1975) insegna anatomia e evoluzione umana alla Monash University di Melbourne, Australia, e fa ricerca soprattutto su denti e paleodieta. Antropologo, primatologo, e viaggiatore, ha appena aperto la sua pagina web di fotografia, Luca Fiorenza Photography, con immagini impressionanti soprattutto di fauna e di paesaggi. Ci racconta qualcosa sulla fotografia in questa intervista …

Che cos’è che ti fa decidere di voler fotografare una scena, un oggetto, una persona?

Dipende tutto dal contesto, se si ha un idea ben precisa di quello che si vuole fotografare, e dipende soprattutto dalla storia che vuoi raccontare. In questi casi, al di là del soggetto, è importante anche la scelta della luce e quella dell’obiettivo. Puoi usare lo stesso soggetto ma inquadrarlo da un’angolatura differente, oppure scegliere di fotografare in pieno giorno o durante le ore notturne. Questa strategia funziona benissimo nella landscape photography, dove si ha tutto il tempo di scegliere il soggetto e decidere quale obiettivo usare (in genere un grandangolo) ed in quale ora del giorno (o della notte) fotografare. Ovviamente questi principi valgono meno nella street phototography, dove generalmente non hai tempo di decidere tutti questi parametri, e devi essere pronto a catturare la scena, la persona, l’oggetto più interessante. Forse è per questa ragione che preferisco fotografare paesaggi …

Fotografi e internet: opinioni e suggerimenti su come decidere se mettere online foto ad alta o bassa risoluzione.

Oggi, la fotografia rappresenta la forma d’arte più comune del pianeta. Tutti hanno una macchina fotografica, che non deve necessariamente essere professionale e costosa; basta uno smartphone per fare una buona foto. Si è passati quindi da un mondo d’élite dove nel villaggio di turno c’erano un dottore ed un fotografo, ad oggi dove anche la nonnina di 90 anni scatta la foto ai suoi nipoti con un telefono cellulare. Siamo quindi in un periodo saturo di fotografia e probabilmente di fotografi. Se si vuole emergere in questo mondo, bisogna sviluppare un proprio stile personale, cercare di essere differenti, raggiungendo il più alto numero di persone possibile. In questi casi internet rappresenta un elemento essenziale, specialmente se si è alle prime armi. Social media come Facebook o Instagram possono essere utilizzati per farsi pubblicità e condividere le proprie foto con amici ed amici degli amici. Ci sono anche altri siti dove si possono mettere foto ad alta risoluzione come smugmug, squarespace o 500px, e creare il proprio portfolio. In particolare, questi siti permettono di togliere la funzione di salvare l’immagine al computer cliccando sul tasto destro. Si possono anche inserire i cosiddetti “watermarks” che vengono superimposti sull’immagine per proteggerla. Io personalmente preferisco guardare, osservare, un’immagine a pieno schermo, piuttosto che una pixelata a bassa risoluzione. Quindi suggerisco di utilizzare siti che permettono di caricare immagini ad alta risoluzione, anche per far risaltare la bellezza delle foto, cosa difficile con immagini a bassa risoluzione.

Un consiglio a chi si avvicina alla fotografia digitale …

Un consiglio generale è quello di iniziare con una macchina fotografica (non necessariamente una reflex) base e con un ottica con zoom entry-level, senza dover spendere molto. In questo modo, l’avere un obiettivo che può lavorare con più di una lunghezza focale, ci da la possibilità di esplorare che tipo di fotografia ci piace di più. Solo in un secondo momento, quando si è fatta un po’ di pratica, e magari si è sviluppata una preferenza per un genere fotografico, come quello architettonico oppure ritratti, si può scegliere un’ottica più specifica ed adatta al tipo di fotografia si vuole intraprendere. Un altro consiglio è quello di iniziare a familiarizzare con software per l’elaborazione digitale delle foto, dove si può trasformare una foto decente in un piccolo capolavoro. Infine, il mio ultimo consiglio, è quello di portarsi la fotocamera con se in ogni occasione, e fare più pratica possibile. Quante volte ci siamo rammaricati di aver perso l’opportunità di fotografare un momento “magico” perché’ non avevamo la macchina fotografica con noi?

 

 

Onda d’urto

Tag

, ,

Viviamo ogni attentato come se fosse il primo, e sperando ottusamente che sarà l’ultimo. Dimentichiamo che l’essere umano si dedica al massacro da sempre, è una delle sue specialità più caratteristiche, marchio di fabbrica di tutta la sua storia evolutiva. L’essere umano è una scimmia aggressiva, possessiva, e assassina, non è una novità, né una visione pessimistica, ma una constatazione etologica. L’Europa moderna, questa degli ultimi decenni, è una eccezione a migliaia di anni di brutale violenza, e per questo dimentichiamo facilmente quel nostro passato recente di stermini e esecuzioni. Facciamo anche finta di non sapere che, comunque, la violenza e lo sterminio ancora rappresentano l’attualità umana in gran parte del pianeta. La novità di questa nuova ondata di attentati è che non fa parte di uno schema o di una strategia vera e propria, ma semplicemente sfrutta il potenziale endogeno di disturbati mentali intrinseco di ogni società. Chiamiamo impropriamente “terroristi” semplici squilibrati, che cercavano solo una scusa qualunque per tirare fuori il loro disagio. Probabilmente lo avrebbero fatto lo stesso, pestando qualcuno a morte in una discoteca o uccidendo qualche familiare, ma in questo caso si sentono giustificati e motivati da una posticcia ideologia politica e religiosa. E, soprattutto, si sentono ricompensati. Quale è la più grande soddisfazione di uno squilibrato se non quella di vedersi celebrare da tutta una nazione? Ancora meglio: sentirsi riconosciuto e temuto da tutto il suo odiato mondo occidentale, quel mondo che non l’ha mai capito e che lo ha sempre emarginato. Si sta continuamente ripetendo, con toni sempre più seri e nervosi, direttamente o con giri di parole, che il peggio che possiamo fare è dare pubblicità e trionfo a questa ottusa violenza. Ma niente, il giornalismo fa finta di non sentire. Non ci vuole un dottorato in comunicazione sociale per capire che l’esplosione mediatica è l’unico vero scopo di questo terrorismo casareccio fatto di mentecatti sciolti, ma sembra proprio che il giornalismo non voglia tenere in conto questa responsabilità. A ogni attentato tutti i canali televisivi, tutte le radio, tutti i giornali, si dedicano integralmente a omaggiare il trionfo delle barbarie. Gli stessi mezzi di comunicazione che normalmente campano vendendo il circo squallido della sottocultura di mercato (calcio, sesso, e gossip) per qualche settimana diventano palcoscenico incondizionato del trionfo insano della violenza. I palinsesti vengono stravolti per offrire una presenza incessante dei dettagli e delle sfumature. Dettagli e sfumature che spesso non hanno nessuna importanza e nessun interesse, se non quello di offrire un intrattenimento macabro al pubblico, ma soprattutto di fornire uno stimolo utile a rinforzare l’ego del prossimo sconvolto che sta valutando l’opzione di immolarsi per avere il suo momento di gloria e di rivendicazione. I giovani sciacalli dell’informazione utilizzano la barbarie per farsi un nome, e i vecchi avvoltoi dei gabinetti di redazione la promuovono per vendere il prodotto ad una società notoriamente morbosa e tribale. E quelli che si trovano nella corrente non fanno altro che seguire il gregge e il suo mercato, per non restare indietro, per non esserne esclusi. Molti usano l’informazione per migliorare la struttura sociale e morale della nostra cultura, e qualcuno addirittura ci muore dietro a questo scopo. Ma, complessivamente, il giornalismo resta uno dei grandi problemi della nostra società. Decide cosa è importante e cosa non lo è, decide cosa si deve sapere ma soprattutto cosa si deve ignorare, orienta scelte ed emozioni delle masse, manipola la loro percezione e le loro conoscenze, marca il passo del mercato, e sfrutta le debolezze del branco per fini politici ed economici. Nel caso specifico degli attentati e di questo terrorismo psicotico, la sua responsabilità è immensa. Niente di nuovo, solo che è triste dover riconoscere che continua ad ucciderne più la penna che non la spada.