Storie di geni …

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Luigi Luca Cavalli-Sforza (25 Gennaio 1922 – 31 Agosto 2018)

[La Repubblica]

 

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Nel 1994 veniva ufficialmente fondata Yahoo!, e nel 1996 toccava a Hotmail. Un paio di anni dopo le lettere elettroniche (e-mail) avevano rivoluzionato la forma di comunicare. In tempo reale, e senza nessun costo diretto, i messaggi di testo venivano consegnati a chiunque avesse una casella di posta. E’ possibile che le email abbiano rappresentato uno dei principali salti culturali, sociali e tecnologici della nostra storia. La rete nervosa di questo grande pianeta entrava in una sua fase adulta di crescita e sviluppo, e le sue piccole cellule nervose (noi) potevano da quel momento comunicare indipendentemente dal dove e dal quando. Una rivoluzione nella comunicazione che nascondeva un salto cognitivo impressionante. Senza questo tipo di comunicazione veloce il nostro sistema sociale non potrebbe fare quello che fa, e le nostre capacità cognitive individuali sarebbero ridotte al qui e adesso, ovvero a una condizione di informazione locale nello spazio e lenta nel tempo che, anche se con variazioni notevoli (dalla comunicazione grafica a quella simbolica, dall’arte parietale di Altamira ai tasselli mobili di Gutenberg) si era mantenuta su livelli molto più contenuti, di certo non confrontabili con quelli di internet. E come tutte le innovazioni, anche le email sperimentarono una risposta generazionale di amore e odio, tra le nuove leve entusiaste della rivoluzione e le leve precedenti più scettiche, come sempre svogliate e stanche di dover tornare ancora una volta ad imparare. Ma non c’era possibilità di ritorno, le email dovevano diventare la nuova forma di comunicare dei neuronantropi, potenziando le loro sinapsi per far rimbalzare informazione e conoscenza da un punto all’altro del pianeta.

Non è andata così. Per lo meno non come ci aspettavamo. Innanzi tutto il sistema informatico ha totalmente strutturato la nostra organizzazione sociale, amministrativa e economica, ma non quella individuale. Ti può sembrare strano se stai leggendo questo articolo, ma molta gente in casa non ha un computer, anche nei paesi occidentali e industriali, non l’ha mai avuto, non saprebbe bene cosa farci, non lo saprebbe nemmeno utilizzare. In molti lo associano ad un ambiente di lavoro, ma non ne vedono un utilizzo in casa propria. I più ne sono utenti, automatizzati, e solo per quegli aspetti che caratterizzano la loro routine lavorativa. Le generazioni post-Commodore e post-Spectrum dovevano essere le generazioni cibernetiche, e non è successo. Quando non è per lavoro, il computer è un mezzo al servizio del videogioco, ma raramente si considera uno strumento per l’individuale quotidiano, o come risorsa culturale che amplifica ed estende le capacità conoscitive.

E poi sono arrivati i cellulari, gli smartphone, che hanno dato il colpo di grazia al computer tradizionale, potenziando tutte quelle funzioni non-specialistiche che permettono di associare intrattenimento e internet senza dover per forza diventare competenti. Una volta arrivati i computer cellulari, quelli standard hanno avuto la vita ancora più difficile, e sono aumentate le persone che hanno trovato nel telefono il sostituto completo alla tastiera. Manco a dirlo, quel poco di competenza informatica che stava facendo capolino tra la gente comune è andata a picco, e con lei tutte le grandi possibilità cognitive di estendere la mente all’intero sistema telematico del pianeta.

Il peggio – paradossi dei nostri sistemi sociali – è toccato proprio al linguaggio. La comunicazione ha ulteriormente sviluppato velocità e tecnologia ma, caduta in mano alle leggi del mercato, ha dovuto semplificare il contenuto. La quantità non è stata mai compatibile con la qualità, e per far tendere la prima all’inifito, la seconda deve scomparire. Reti sociali e microschermi hanno velocemente ridotto la comunicazione a mezze frasi, quarti di soggetto, residui di verbo, grugniti emozionali e occhioni languidi. Dall’arte rupestre a Gutenberg, per poi tornare indetro verso geroglifici e segni stilizzati. Dall’icona al simbolo, e adesso di nuovo all’icona, amena e sorridente, ma cognitivamente, ahimé, basica. La comunicazione sintetica (messaggi di testo) doveva lavorare in parallelo con quella più analitica (email), e invece l’ha sostituita. Erano due strumenti complementari, ma la competizione basata sul mercato e sull’apatia umana le ha messe in competizione, affossando la risorsa che incrementava la complessità della comunicazione, e facendo trionfare quella che invece la semplificava. La gente ha optato per l’alternativa che richiede meno impegno, facendo finta di non sapere che la superficialità della comunicazione conduce, giorno dopo giorno, ad un elettroencefalogramma un pò più piatto.

In molti non ne fanno un dramma, ricordando che fino a ieri tra analfabeti funzionali e lettori di carta straccia si copriva la maggior parte della popolazione, e quindi tanto peggio non può andare. Ma, a parte l’occasione apparentemente perduta, bisogna anche ricordare che qui lo strumento è potente, e quanto più uno strumento è potente più danno può fare, se usato di forma impropria. Il logorio che ha sofferto il linguaggio, soprattutto nelle nuove generazioni, riducendosi a monconi di sintassi e improvvisazioni ortografiche brevi e mal concatenate, è preoccupante non tanto a livello culturale, quanto – appunto –  neurologico. Abbiamo sempre pensato che il linguaggio sia la forma in cui si esprime la nostra potente macchina mentale, ma oggi stiamo cominciando ad essere convinti del contrario: il linguaggio è la base della nostra potente macchina mentale. Ovvero, non diciamo quello che pensiamo, ma bensì siamo capaci di pensare solo quello che siamo capaci di dire. O di scrivere. Se non lo so dire, scrivere, o leggere, non sono capace di pensarlo. Le conseguenze di una decimazione delle capacità linguistiche dovrebbero essere, a questo punto, chiare: un essere che abbia plasmato e allenato la sua mente con frasi semplici e brevi, sará solo capace di pensieri semplici e brevi.

Le nuove generazioni vedono le email come strumenti goffi e obsoleti di un passato ingenuo e noioso. Non ne capiscono l’utilizzo, perché non concepiscono una comunicazione che vada oltre la mezza riga di una informazione puntuale, o di un lobotogramma emoticonico di tendenza. E come si suol dire, se glielo devi stare a spiegare vuol dire che forse è già troppo tardi perchè lo possano arrivare a capire. Le vecchie generazioni hanno ceduto qualche passo, ma non più di troppo, perché sono passati altri venti anni e se non era aria prima figuriamoci adesso. E le generazioni intermedie, gli esaltati della fine degli anni 90, secondo me hanno abbandonato l’intento. Figli e padri non li hanno seguiti, è andata come è andata, noi ci abbiamo provato. Senza contare poi che a scrivere lettere uno ci perde tempo, e a leggerle pure. Il computer lo uso in ufficio, al massimo per i videogiochi, o come sostituto della televisione.

Spesso della tecnologia prendiamo il peggio e lasciamo il meglio. La trangugiamo ma non la capiamo, ce la facciamo inoculare ma non la sappiamo utilizzare. In pochi sviluppano quella tecnologia che poi quasi tutti usano passivamente, senza controllarla. Come diceva Edward Wilson, abbiamo la tecnologia degli dei e la usiamo per sfogare emozioni paleolitiche. E allora forse di tutto questo l’unica cosa che è davvero sbagliata sono solo le nostre aspettative. La nostra specie è incredibilmente variabile, e la nostra cultura lo è ancora di più. Il risultato è una diversità spesso inconciliabile, a molti livelli. La tecnologia vende le ali, ma non insegna a volare. E la bellezza del cielo può diventare schianto, quando l’informazione non si sa poi come trasformarla in conoscenza. A quelli che pensano di poterlo fare raccomandiamo cautela. A quelli che invece lo possono fare davvero raccomandiamo di evitare gli sciami, per limitare gli scontri con le migliaia di angeli caduti in un goffo – e decisamente improbabile – tentativo di volo.

Il canto delle sirene

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Contenuto e contenitore. Sappiamo bene che sono entrambi importanti, ma il loro peso e il loro rapporto possono cambiare in funzione dei tempi e dei luoghi. Tutti difenderanno sempre il valore del contenuto, della qualità, del messaggio, della sostanza. Ma poi alla fine quello che gestisce attenzioni e priorità è il pacchetto, la forma, l’estetica, la presentazione. E’ sempre stato cosí anche se oggi, in un periodo di trionfo esuberante dell’immagine, la questione sta davvero rivelando tutto il suo potenziale, e i suoi rischi. In molte situazioni nemmeno più si fa la fatica di fingere un ipocrita interesse per i contenuti, e si difende apertamente, senza remore e con un forte senso di appartenenza tribale e collettiva, il valore dell’immagine. Tra essere e avere, l’importante è apparire. Sono molti i contesti in cui c’è una fiera rinuncia della sostanza, in onore al valore della forma. In questi casi c’è poco da fare, ci sono interi collettivi che difendono con orgoglio il diritto alla superficialità e al culto dell’immagine. Sono liberi di diffondere e difendere il loro credo, ed è addirittura legittimo il diritto di non essere capaci di capire le alternative. Ovvero la superficialità e persino la stupidità, per quanto devastanti e pericolose possano essere, non sono un crimine né una colpa, e dobbiamo necessariamente tenerne conto quando consideriamo i limiti delle capacità umane. Ma in molti altri casi invece il processo è più subdolo, criptico, e forse proprio per questo, in certi aspetti, più rischioso e imprevedibile. Nelle reti sociali per esempio l’immagine fa da filtro (concettuale ma anche reale) alla vita, quella propria e quella altrui, ritoccando tutto ció che non è all’altezza delle aspettative, o riempiendo i tanti vuoti che straziano, giorno dopo giorno, l’esistenza quotidiana. Il silenzio può essere terribile quando è frutto di un assenza di pensiero, e allora un suono molto forte, una frase d’effetto o un colore sgargiante possono dar l’illusione di far vivere un palcoscenico anche in assenza di uno spettacolo. E questo spesso è vero non solo per quelle reti sociali che sono apertamente dedicate al futile, ma anche per quelle che invece si presentano come una reale alternativa culturale. Vero o falso che sia, dipendono dalle luci della ribalta, e sono soggette alle stesse regole, agli stessi limiti, agli stessi rischi, agli stessi eccessi e agli stessi difetti. Inoltre, sono strumenti utilizzati dalla stessa società e dalle stesse persone, per cui non si capisce perchè non dovrebbero soffrire le stesse conseguenze.

Ma, a parte il caso palese e esponenziale di internet, in realtà lo stesso problema lo abbiamo dovunque, dalle relazioni personali a quelle professionali, dalle dinamiche individuali a quelle di gruppo. Il problema qui non è se sía importante l’immagine,  l’aspetto, l’apparenza, ma il quanto. Tutti noi abbiamo una idea a proposito, ma … e se fosse di più di quello che pensiamo? E se fosse addirittura … molto di più? Sappiamo che manager e venditori di enciclopedie fanno corsi su come convincere la gente, su come sembrare convincenti, su come apparire sicuri e vendere un prodotto che in realtà non ha tutte quelle qualità che dice di avere, o non è tanto necessario come dice di essere. E spesso raggiungono l’obiettivo: se il venditore sa fare il suo mestiere, compriamo il suo prodotto perchè ci convince che ha quelle qualità, quella utilità. Ma dobbiamo considerare che questa capacità di convincere non è sempre acquisita con un corso, ed è probabile che in molti ce l’abbiano ben radicata, spontanea, per diritto genetico, storico, o psicologico. E non stiamo parlando di quello che succede in un salotto di opinionisti, ma nei pilastri del nostro sapere, nella scienza o nella filosofia, nella storia o nella medicina, nell’economia o nel giornalismo. Allora la domanda è questa: è possibile che stiamo da sempre orientando il nostro cammino culturale soprattutto in base a una selezione di personalità, e non di idee? In questo caso, la selezione non si farebbe sui contenuti, ma sulle persone, sulla loro capacità di convincere, di essere convinti e di essere convincenti. Una capacità che non è necessariamente correlata alla qualità del messaggio, al valore dell’idea, alla correttezza della proposta. A me spesso è capitato di ascoltare prospettive che, dette da qualcun altro, potevano suonare assurde o superficiali, ma il grado di professionalità dell’interlocutore era tale che spontaneamente venivano prese per buone. Un pregiudizio cognitivo che ci fa accettare un’idea solo perchè chi la presenta sa, apparentemente, il fatto suo. O, al contrario, che ce la fa rifiutare solo perchè il suo mentore non è capace di convincere. La maledizione di Cassandra è come l’idiozia o il razzismo: colpisce uno, ma la pagano gli altri.

Tutto questo non è nuovo, e sono sicuro che tutti risconosciamo il valore e l’importanza del contenuto e del contenitore, della forma e della sostanza. Ma quello che forse stiamo ignorando è il grado, la proporzione del loro contributo finale. Se il peso della forma fosse maggiore di quello che crediamo, la nostra cultura e le nostre conoscenze potrebbero essere il frutto di secoli e secoli di marketing, anche nei casi in cui il sapere si fa scudo di una certa garanzia morale e di rispettabili principi sociali. La conoscenza non ha prezzo, ed è bene ricordare che, come per le nostre tante applicazioni digitali quotidiane, se non stai pagando per un servizio che utilizzi non sei il cliente, sei il prodotto.

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Su questo stesso argomento, un post sull’accetazione sociale, e un altro sulla demagogia

Supernatural

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Nella nostra società attuale i principi dell’evoluzione hanno in parte sostituito le leggi divine per diversi aspetti della nostra percezione collettiva. Tutti dobbiamo credere in qualcosa, almeno per sentirci parte di un gruppo, in una cosa qualsiasi, va bene quasi tutto, e di questo ne approfittano gli estremisti di tutte le fedi e di tutte le politiche, abbindolando l’individuo e promettendogli una tribù di cui far parte. L’evoluzionismo in questo tipo di affari non compete di certo con la fede religiosa, quella politica o quella calcistica, che si basano  nell’accettazione incondizionata (fede) di una perdita di nesso tra ideologia e realtà. Per appartenere a un gruppo devi dimostrare di non questionare le sue posizioni, e quanto più assurde sono queste posizioni quanto più la prova di fedeltà è efficiente. Ma anche per l’evoluzionismo spesso si arriva a dogmi e a mantra che suonano a lavaggio del cervello. Non è raro sentire, anche da parte dei supposti specialisti, un costante ripetere di frasi fatte sulle specie o sulla selezione o sugli adattamenti, senza sapere esattamente il perché e il per come, vere e proprie litanie enunciate come prova di appartenenza a un gruppo e di accettazione incondizionata di ciò che quel gruppo promuove o difende. Dentro questo contesto ci possiamo anche mettere tutte quelle convinzioni che cercano ed elogiano gli aspetti “naturali” della vita. Si difende a spada tratta tutto ciò che possa portare l’etichetta di naturale, spesso in assenza totale di informazione o senso critico. Naturale è spesso un brand, e ha il suo mercato. Il cibo naturale, lo stile di vita naturale. Ovviamente, essendo noi parte della natura stessa, tutto quello che facciamo è, tautologicamente, naturale. O crediamo davvero di esser parte di un processo superiore alla natura? Davvero pensiamo di essere una violazione alle regole dell’universo? La nostra specie è profondamente culturale e  tecnologica da almeno due milioni di anni, e cercare un limite tra naturale e artificiale potrebbe essere più un esercizio di stile che una vera questione antropologica. Se il mais transgenico non è naturale non lo è nemmeno quello che abbiamo selezionato in diecimila anni con gli incroci, e non lo sono nemmeno gli orologi o i vestiti che portiamo addosso. C’è quindi una confusione e una utopia su ciò che è naturale e su ciò che non lo è, complice il fatto di sentirsi in parte al di fuori delle leggi del cosmo, in una posizione anomala ed eccezionale.

Ma, a parte questo paradosso esistenziale, la vera trappola è pensare che ciò che è naturale deve essere per forza buono. Questo vale non solo per il prodotto dell’orto, ma anche per tutti quei comportamenti che ci caratterizzano come elementi caratteristici del “regno animale”. Appellandoci al nostro essere parte del processo evolutivo, cerchiamo e difendiamo i comportamenti naturali perché, essendo naturali, pensiamo che devono essere per forza positivi. In questo aspetto la prospettiva evolutiva è conservatrice come quella religiosa. L’esempio più diretto e contundente di questa tendenza trasversale è il tabù della riproduzione: anche se per il momento non siamo in via di estinzione, diamo per scontato che la riproduzione è qualcosa di buono e necessario, dovuta, ovvia, perché basata in un impulso naturale. Andate e moltiplicatevi, comunque. Diamo per scontato che l’individuo dovrà riprodursi, forse addirittura ne ha il dovere, sicuramente ne ha il diritto. Non mettiamo in discussione il diritto alla riproduzione nemmeno in quelle (molte) situazioni dove viola apertamente i criteri morali, logici, o razionali delle nostre società. La responsabilità di mettere al mondo e gestire una vita entra nella sfera etica e amministrativa solo se è questione d’ufficio (una adozione), ma nessuno si azzarderebbe a metterla in dubbio se passa per i “metodi naturali” (che possono includere una sbronza, mille varietà di scelte irresponsabili, e dosi imponenti di egocentrismo e frustrazione). La riproduzione è naturale, e quindi non è discutibile. Anche solamente menzionare l’argomento scatena una risposta emozionale difensiva e ostile. Ma bisogna stare attenti a farsi scudo con il principio di naturalità, cercando di giustificare i comportamenti dietro alla garanzia della nostra natura biologica e scimmiesca. Non dobbiamo dimenticare infatti che in questo senso anche l’omicidio, la violenza, l’odio o l’aggressività, sono naturali. Sono tutti comportamenti che gestiscono e regolano le dinamiche naturali delle specie, a livello ecologico e sociale. E soprattutto non dobbiamo dimenticare che la nostra specie si caratterizza proprio per la particolarità, forse unica, di aver evoluto un libero arbitrio che, differentemente da un cinghiale o da una blatta, le permette di poter decidere indipendentemente dagli istinti. La capacità di ragionare su cause e effetti o la possibilità di inibire le risposte istintive sono il carattere essenziale e distintivo della nostra specie. O no?

L’inchiostro invisibile

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Sappiamo bene quanto ci vuole per cambiare usi e costumi di un popolo, a causa di una imponente inerzia culturale che per un lato protegge da oscillazioni pericolose, dall’altro rallenta e frustra molti tentativi di progresso. L’essere umano è fedele all’abitudine, ed è disposto a tutto pur di non doverci rinunciare. Conoscendo la riluttanza quasi catatonica della società ai cambiamenti di prospettiva, non è di fatto sorprendente che, ancora oggi, ci sia una percezione generale che considera più prestigioso scrivere un libro che pubblicare su internet. O scrivere su un giornale piuttosto che su una piattaforma web. Ormai la produzione giornalistica e letteraria si muove su entrambi i fronti, ed è normale trovare un libro o un articolo sia nel formato cartaceo che in quello digitale. Ma, per ragioni economiche e di mercato, in molti casi non è così, e spesso l’informazione si trova solo in pixels o in foglio. Certamente è infinitamente maggiore la quantità di scritti su web che non sono disponibili in un formato fisico, ma ci sono anche molti libri e articoli di periodici e riviste che non finiscono in rete. Il prestigio associato alla carta è parte di un retaggio socioculturale del nostro passato recente, e cozza con due fattori indiscutibili. Primo, una pubblicazione cartacea arriva solo alle librerie o alle edicole, in genere di una ristretta area geografica, mentre uno scritto in rete arriva in tutte le case del pianeta. Secondo, la pubblicazione cartacea si troverà disponibile solo in un dato momento (nel caso delle riviste e dei periodici, un giorno o una settimana), mentre la pubblicazione online sarà disponibile virtualmente per sempre, per lo meno mesi o anni, e in qualsiasi momento di qualsiasi fuso orario. Le differenze nell’efficienza di distribuzione, nel tempo e nello spazio, sono talmente incommensurabili da rendere le pubblicazioni cartacee uno sforzo e un investimento poco attrattivo, per chi abbia come obiettivo quello di comunicare e di rendere disponibile il proprio lavoro. Per quelli che invece cercano un momento di gloria, sicuramente meglio il libro, perché ancora è percepito come medaglia al merito, e perché i documenti digitali in genere non sono autografabili.

Certamente ci sono vincoli che vanno oltre il costume. Per esempio quelli filogenetici: siamo primati, selezionati evolutivamente per “pensare con le mani”, e il nostro sistema cognitivo ha bisogno di “toccare” per poter capire e per poter ragionare. In questo senso, anche se la parola “digitale” viene da “dito” dobbiamo confessare che si riferisce a una realtà dove il tatto si limita in genere ai polpastrelli. Schermi e tastiere sono digitali e digitabili, ma certamente meno tangibili di un libro. Nonostante la quantità risibile di informazione che contiene un libro se lo confrontiamo con un computer, in molte situazioni questa “tangibilità” risulta anche e ancora comoda, come quando viaggiamo o quando abbiamo bisogno di “alterare il supporto informativo” per modificarlo e personalizzarlo, perfezionando il suo ruolo come elemento esterno della nostra memoria e del nostro ragionamento (scrivere note, commenti, sottolineature).

Forse c’è anche una certa diffidenza sul fronte delle garanzie nella conservazione dell’informazione. Un libro si può bruciare o stracciare e perdersi per sempre, ma per cause che possono essere capite, e quindi previste e parzialmente controllabili. Non sappiamo invece quanto durerà un documento digitale, un pendrive o un disco esterno, supporti che un bel giorno, forse domani o forse tra venti anni, per ragioni magico-informatiche che non conosciamo e che non possiamo controllare, potrebbero non essere più leggibili. Senza contare anche le incertezze sul destino dei depositi: un server può contenere moltissima più informazione di una biblioteca, ma è più facile che un bel giorno, per ragioni istituzionali o di mercato, sparisca nel nulla.

Insomma, per qualcuno scrivere per un supporto cartaceo suona a perdita di tempo, perché limita eccessivamente la distribuzione dell’informazione e del prodotto culturale. Per altri, scrivere in internet equivale a non lasciar traccia tangibile del proprio cammino, destinando il contenuto al nulla impalpabile della rete, alle profondità del suo oceano insondabile, e ai capricci delle sue dinamiche imprevedibili. Da un lato dobbiamo riconoscere che ad oggi tablet e computer sono la nostra principale estensione cognitiva, la nostra principale memoria individuale e collettiva, e che le possibilità che offrono questi strumenti hanno cambiato le scale e le misure del sapere. Ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che i supporti che hanno dimostrato le maggiori garanzie contro il tempo restano ancora, senza alcun dubbio, la pietra e il papiro.

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Leggi anche questo post su libri e librerie, e questo sul giornalismo digitale.

Sotto gli allori

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In Spagna di tanto in tanto scoppia uno scandalo quando si scopre che qualche politico ha contraffatto il proprio curricolo professionale e accademico. Niente che non si conosca anche in Italia. Titoli di laurea falsi, diplomi di master inesistenti, e tutta una serie di medaglie amministrative e istituzionali che si mettono sulla carta alla leggera, tanto poi nessuno controlla. Poi si scopre che un titolo di master si può comprare in giro per poche centinaia di euro, e scoppia lo scandalo dentro lo scandalo. Ovviamente la cosa preoccupante non è che la persona non abbia le competenze garantite da quel titolo, ma il fatto che sia un imbroglione, un maneggione immorale, uno che falsifica documenti per cercare un vantaggio personale. Se ha falsificato il suo curricolo o se ha comprato un titolo sottobanco non avrà nessuna remora ad accettare e promuovere inguacchi e corruzioni di tutti i tipi. Ma anche se questo aspetto sembra chiaro e indiscutibile, poi però questi scandali contribuiscono ad aumentare il falso mito delle garanzie accademiche: se non hai il master, non sei capace. Lasciamo stare il fatto che un titolo accademico non garantisce il valore morale, e saranno sicuramente in molti quelli che, a fronte di un titolo legittimo, poi hanno principi meschini o criminali. Ma quello che non è ancora affatto chiaro nei settori esterni al mondo universitario è che un titolo o un diploma non danno nemmeno nessuna garanzia sulle capacità o sulle conoscenze di una persona. In molti ancora, secondo un principio indiscutibilmente provinciale,  cambiano il loro atteggiamento verso qualcuno appena sanno che ha un master, un dottorato, o che addirittura “insegna all’università”. I genitori sfoggiano i titoli dei pargoli, i vicini li commentano sul pianerottolo, e i giornalisti continuano ad etichettare la gente in funzione del grado di istruzione. E in molti si stupiscono quando scoprono che tal dei tali, apparentemente un inetto,  un incolto, o un ruffiano, ha un titolo di studio o addirittura un corso all’università. La correlazione tra livello educativo e capacità individuali è stata sempre floscia, ma probabilmente non è stata mai tanto debole come in questi anni. La massificazione dell’istruzione è un passo necessario in una democrazia, ma bisogna accettarne i limiti. E, in primo luogo, c’è quella legge universale ed eterna che sancisce – non facciamo finta di non saperlo – l’inversa relazione tra quantità e qualità.

Aumentare la quantità di laureati necessariamente decrementa il valore formativo di quei percorsi accademici. Le ragioni sono diverse, e includono i limiti sociali e psicologici (non tutti vogliono o possono investire la stessa quantità di impegno e dedicazione a una professione) a quelli economici (per aumentare il numero di “clienti” devo generalizzare il “prodotto”, e soprattutto renderlo … più masticabile). Ad oggi la maggior parte dei corsi di laurea hanno un ruolo che equivale, culturalmente e socialmente, a quelle che venti anni fa erano le scuole superiori. Ovvero, con la debita proporzione storica, lo studente universitario medio ha un grado di maturità, motivazione e professionalità analogo a quello di uno studente di liceo del secolo scorso. Con la differenza non irrilevante che è maggiorenne, e quindi può tornare a casa dopo mezzanotte, guidare un auto, o comprare alcol. Molti master (possiamo discutere sulle percentuali, ma secondo me la situazione è tragica) sono solo strumenti istituzionali finalizzati a raccogliere denaro, a dar lavoro ai docenti e giustificarne le nomine, e a garantire un titolo agli studenti che paghino il dazio. Non hanno programmi di formazione robusti, spesso sono corsi abbastanza improvvisati, hanno contenuti generali, e di certo non garantiscono nessun tipo di selezione: se paghi, ti porti a casa il certificato. Ovvero, ci stupiamo del politico che ha “comprato” il master sottobanco, ma non di quello che lo ha comprato direttamente allo sportello universitario. A volte l’unica differenza è che il secondo lo ha pagato più caro, perché il certificato originale costa di più di quello pirata.

Sulla docenza, poi, la gente non sa che molte università stanno facendo cassa mettendo a insegnare per due soldi chiunque sia disponibile a farlo, basta alzare la mano. L’istituzione si porta a casa le matricole degli studenti, il docente guadagna qualche spiccio per pagarsi la pizza e sfoggiare la cattedra posticcia, e lo studente ha un altro corso che può fare senza troppo impegno, senza togliere tempo al muretto delle reti sociali e al suo grooming giovanile. Curiosamente, per vantare un titolo di dottore serve un riconoscimento legale, ma per utilizzare quello di professore non è necessario alcun titolo ufficiale, perché a livello linguistico il termine si riferisce a colui che ha una qualifica professionale generica, ovvero che esercita una professione.

Adesso, tutto questo di per sé non è necessariamente né buono né cattivo, e sforzandoci di essere oggettivi potremmo non sapere se sia un segno di progresso o di collasso. Forse fa parte di un cammino più ampio che, localmente, non capiamo e ci sembra assurdo. Del resto, tutte le generazioni hanno sempre vaticinato il degrado delle generazioni successive, e spesso (non sempre) hanno avuto apparentemente torto. Ma comunque è una situazione che bisogna conoscere, e che non si può far finta di ignorare lasciando in circolazione vecchi cliché anacronistici che associano la carriera accademica al valore individuale o culturale. Professori, ricercatori, dottori e studenti rappresentano campioni aleatori della popolazione globale di una società, con gli stessi valori e con gli stessi limiti di tutti gli altri primati umani. Certo è che il cambio di paradigma educativo deve comportare necessariamente un cambio delle aspettative. Manco a dirlo, a parte il probabile logorio culturale associato a questa strategia, anche a livello di mercato il danno potrebbe essere considerevole, abituando la società a posti di lavoro instabili e sottopagati, e a una preparazione professionale superficiale e rimediata. Ma come sempre, se tutti sono d’accordo (o almeno il cinquanta per cento più uno) la situazione è perfettamente democratica, e non è giusto alterarne il corso.

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