La piuma dell’agnolo

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Nella Chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma sono conservati alcuni dei frammenti più consistenti della culla di Gesù, la famosa mangiatoia, il primo presepe, quello “originale”. C’era, fino a poco tempo fa, anche il pezzo principale, che il Papa Francesco ha deciso di restituire ai palestinesi, con un gesto che ancora una volta lo fa apparire come l’unico capo di stato sensato, ragionevole, giusto e rispettoso, nel preoccupante scenario dell’attuale politica internazionale. Chi l’avrebbe detto! Non so se sia casuale che questo nuovo aspetto della Chiesa cattolica, tollerante e più coerente, coincida con un periodo politico in cui la religione è stata quasi cancellata dal ventaglio parlamentare, non trovando più una rappresentazione specifica in nessuno dei gruppi di governo. Ma, tornando alla culla, altre chiese vantano comunque almeno delle schegge minori della suddetta mangiatoia. Dunque, una chiesa deve per forza ergersi su una reliquia. Quindi, si fa domanda in carta bollata al Vaticano, e se il progetto si approva allora deve intervenire il tagliatore di santi, ovvero l’incaricato di scegliere il santo di turno dalla sua sacra necroteca, e di selezionare il pezzetto da confezionare per cimentare il tempio (e evidentemente qui ci sono tutti gli estremi per un film, di quelli tratti dai libri di Dan Brown – propongo Anthony Hopkins nella parte del tagliatore). La reliquia, come oggetto di culto, ha un incredibile valore storico, ma anche un impressionante valore antropologico. Perché credere in una reliquia? E fino a qua la risposta è semplice, e prevede una serie di risorse da psicologia spicciola. Il bisogno di un oggetto fisico, visibile, toccabile, su cui caricare e scaricare le proprie speranze, da cui prendere forze, ispirazione o emozioni (l’effetto placebo non funziona solo con i farmaci, ma è un potente surrogato per tutte le possibili debolezze umane, da quelle biochimiche a quelle sociali). Evidentemente una reliquia non è qualcosa che ha necessariamente a che vedere con la spiritualità, ma piuttosto con la superstizione, essendo questi due concetti che possono mantenere influenze reciproche, ma che poi nascono da bisogni e da sensazioni totalmente indipendenti. Il dizionario Treccani definisce la superstizione come “insieme di credenze o pratiche rituali dettate da ignoranza, frutto di errore, di convinzioni sorpassate, di atteggiamenti irrazionali”. La superstizione è quindi qualcosa che trova un substrato fertile nella mancanza di informazione, nella mancanza di capacità critica, e nella scarsa capacità di osservazione e analisi. Tutte cose che ritroviamo in molti gruppi sociali e culturali, e che costituiscono una parte integrante e intima della storia naturale del genere umano. Ma si suppone che le religioni contino nelle proprie file anche eserciti di eruditi e saggi, che sanno, che hanno letto, che hanno studiato. E, nel caso delle reliquie, l’erudito deve dar per scontato almeno due fattori.

Primo, quello storico. Nel caso della culla di Gesù, per esempio, ci dobbiamo fidare del fatto che quei pezzetti di legno davvero provengano dalla mangiatoia di Betlemme. E, dopo duemila anni, è ovvio che non è possibile avere questa certezza. Credo sia altamente improbabile avere una documentazione che possa comprovare l’origine della maggior parte delle reliquie, e più antiche sono più difficile è la verifica. Senza contare che poi non stiamo parlando di piramidi, ma di schegge, di chiodi, di frammenti di ossa, il cui percorso dovrebbe essere stato seguito e documentato per millenni. Dubito che la “catena di custodia” di questi oggetti, e la loro documentazione annessa, possa garantire alcunché.

Secondo, il fattore animistico. La venerazione di una reliquia suppone che nella reliquia (“dentro”) ci sia qualcosa di etereo e di intangibile che la ha permeata, che ne è entrato nei tessuti e permane tra le sue molecole, secoli nei secoli. Da cui la necessità del contatto fisico (la reliquia si bacia e si tocca) o perlomeno di un estremo avvicinamento (quanto più ti avvicini quanto più il misterioso qualcosa ti può raggiungere). Chiamalo energia, tutto questo vuol dire esaltare la parte animistica di una religione che da sempre ha combattuto, concettualmente e aggressivamente, l’animismo, tacciandolo di incoerente e primitivo.

Se escludiamo la possibilità di una lesione neurologica che altera le capacità mentali, l’erudito sa allora benissimo che l’affidabilità storica della reliquia è quantomeno fragile, e che probabilmente non c’è nessuna pozione magica nelle viscere dei suoi tessuti. Sa quindi che la reliquia è, in realtà, un simbolo, un oggetto qualunque, un placebo che serve a dare speranze a chi non ce le ha, a volte per poter dar forza a chi ne ha bisogno, e a volte per poter manipolare e controllare chi non è capace di pensare con la testa propria. In ogni caso, l’erudito religioso deve stare al gioco, deve mentire, e deve essere convincente, per non lasciare spazio al dubbio che potrebbe minare le radici della fede, ovvero del principio di credere ciecamente e integralmente a quello che ti dice qualcun’altro. Anche – e specialmente – all’assurdo.

Pasquino 2.0

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Ancora vacanze romane. Il tempo passa, la monnezza resta. I cassonetti sono come vulcani in piena ebollizione, che invece di espellere lava eruttano spazzatura, coprendo strade e marciapiedi con strati geologici di fetore organico avvolto da sedimento plastico, un magma che rigurgita, al lato del transeunte noncurante, il sudore urbano di una città degradata e criminale. Il tutto perfettamente a norma di legge. Rifiuti, pattume e avanzi indomiti caratterizzano l’essenza dell’arredamento cittadino, ma è poi vietato sedersi a chiacchierare sulla scalinata di Piazza di Spagna, in nome di un turistico decoro del paesaggio tipico. Piazza Farnese è affogata dal parcheggio selvaggio delle auto di papponi, faccendieri e portaborse, ma è seriamente proibito sedersi a mangiare un panino sulle sue storiche panchine di marmo, per preservare la sicurezza e l’intimità di una illecita ambasciata. Rivendite abusive e terrazze illegali tappezzano il panorama mercantile del centro storico, ma le bancarelle natalizie di Piazza Navona sono state chiuse e sigillate dall’onorevole e meticoloso corpo dei vigili capitolini, sempre ligio e presente negli equilibri di quartiere. Nella città che ha più chiese che cestini, l’illegalità deve essere debitamente riconosciuta ai sensi delle regole vigenti. Il tutto chiazzato da decine di camionette militari addobbate con legionari leopardati e mitragliette ergonomiche, per ricordarci che, nonostante tutte le assurde apparenze, siamo noi i privilegiati, quelli che se la passano bene, e che vanno costantemente protetti da quelli che se la passano peggio. Bisogna quindi pure ringraziare i poteri preposti, e nel mentre sperare che i robotici guardiani non vengano inavvertitamente attivati da un irriverente petardo natalizio. La passeggiata tra ruderi e rioni avrebbe anche gradito l’opportuno accompagnamento di uno stornello romanesco, ma dagli altoparlanti disseminati tra vetrine e negozi esce solo il diktat, subliminale e sbiascicato, di un jingle americano. Iniziano i fantastici anni venti, Mamma Roma!

Mentre duri la pace

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Notizie dalla Spagna. Dopo anni di instabilità politica e mesi di governo in funzione, finalmente si sono celebrate le nuove elezioni, con il seguente risultato: stallo completo. Qualche mese fa gli elettori avevano generato una situazione politica totalmente inutile, una sorta di mostro di Frankenstein fatto di pezzi impossibili da unire, che di fatto non è riuscito nemmeno a esalare un lamentoso grugnito. La frammentazione si deve un pó ai partiti, che si omogenizzano sondaggio dopo sondaggio per forgiarsi a immagine e somiglianza dei loro uniformati clienti, un pó agli elettori, che democraticamente pensano tutti di conoscere il segreto del massimo profitto col minimo sforzo. Il mostro parlamentare è morto senza nemmeno arrivare a nascere e allora, con somma capacità strategica degna dei grandi condottieri, queste menti brillanti hanno pensato: riproviamo. Il classico spegni e riaccendi. Sperando che, per qualche benevola legge stocastica o per improvvisa illuminazione del popolaccio, le cose potessero andare differentemente, risolvendosi così da sole. Non è successo.

In realtà c’è stato un cambiamento, interessante, abbastanza macroscopico, e totalmente inaspettato. La destra spagnola, in un incredibile scisma forse mai visto nella geopolitica locale, si era separata. C’erano i conservatori di sempre, quelli che stanno quasi tutti in galera per corruzione, quelli toro e tortilla, domenica mattina in chiesa e nel tardo pomeriggio al puti-club. Poi c’erano i nuovi fascisti, che in realtà erano i vecchi fascisti, quelli che si stavano zitti da qualche decennio per non farsi notare visto che gli era andata bene, rimanevano bofonchiando nel sottobosco e si limitavano a tenere la foto dell’ex-dittatore sotto la scoppola, sfogando le loro profonde analisi socio-culturali sulla barra della taverna o giocando a tresette, con uno stecchino in bocca per pungersi la lingua in caso di eccesso emozionale. E poi c’era una nuova destra, apparentemente più moderna e insaponata, decisamente moderata, ma soprattutto – paradossalmente – molto critica con la corruzione, pilastro indiscusso della gestione conservatrice spagnola. Lo scisma delle tre destre aveva sorpreso l’elettorato, che era abituato a una sola destra, quella dei cognati e degli inguacchi, e aveva generato questa nuova, frammentata e ingovernabile, scacchiera parlamentare. Preoccupava il fatto che era ricicciata l’estrema destra dopo decenni, ma soprattutto c’era questo cambio della destra moderata, che lacerava i conservatori abituati ai manuali di repressione operaia, e generava inoltre un possibile ponte verso il centro, o addirittura verso la sinistra.

E qui viene la sorpresa. Il sonno della ragione genera mostri, e i mostri, si sa, attraggono i forconi. Si ripetono le elezioni dopo pochi mesi, la frammentazione rimane, ma la destra moderata sparisce e l’estrema destra si gonfia a dismisura. Che è successo? E qui orde di politologi e di giornalisti incominciano a intasare i salotti e tutte le possibili frequenze di trasmissione per elaborare, per analizzare, per dibattere, per chiarire. Con questa omogeneità politica e con questa anoressia ideologica dobbiamo per forza accettare che le elezioni di tutto il mondo possano statisticamente risentire di fluttuazioni casuali, fattori aleatori, e umori variabili. Ma forse in fondo in fondo la spiegazione è semplice: una destra moderata, semplicemente, non esiste. Era una eccezione, era una moda passeggera, era un libro con una copertina colorata ma troppe pagine in bianco. I principi della destra non sono compatibili con la moderazione, e meno con la sensatezza, in una nazione che ha vissuto mezzo secolo di repressione e individualismo, che è devastada dalla speculazione edilizia, appestata da case da gioco e centri scommesse, e che ancora oggi ha la maggior parte della popolazione organizzata in piccole città con una storia (e una prospettiva) orgogliosamente locale. Adesso la destra è solo divisa tra conservatori corrotti e fascisti aggressivi, tra incultura e violenza, tra inciucio e minaccia: una situazione molto più consona e convenzionale per la nostra specie, e che lascia spazio a collaborazioni e a larghe intese.

Rispetto all’estrema destra europea, spesso più distopica e sballata, quella spagnola è forse più tradizionale: forconi e tresette. Non saprei dire se questo migliora la situazione o no. La Spagna gode ancora di una eccellente qualità della vita, e i partiti progressisti sono ancora ampliamente in testa alle classifiche, rivelando un substrato sociale sufficientemente sensibile e preparato a ideali più moderni e compatibili coi valori europei. Ma il medioevo è sempre dietro l’angolo, a un tiro (letteralmente) di schioppo, radicato nei nostri geni di primati tribali, emozionali e aggressivi. E, in genere, quando decide di tornare in auge, non avvisa con sufficiente anticipo.

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Consiglio seriamente di vedere il nuovo film di Alejandro Amenábar, “Mentre duri la Guerra“, sull’inizio della dittatura spagnola, vista con gli occhi di Miguel de Unamuno. A parte la bellezza del film e il valore storico, è un incredibile saggio antropologico: bastano meno di due ore per sapere come è fatto il genere umano, capire il passato, prevedere il futuro. Quando l’ambiente si fa eccessivamente ostile, l’evoluzione ci insegna che tra adattarsi o estinguersi rimane sempre la lecita possibilità di andarsene. E se una nazione si autodistrugge con tutto il diritto del libero arbitrio, si può cercare di metterci una pezza, o semplicemente andare da un’altra parte a contribuire allo sviluppo di una alternativa. Nel primo caso, c’è l’incomodo rischio di finire fucilato dietro la curva di una strada provinciale.

Il ballo della conga

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Quando l’Europa iniziò ad organizzarsi sui principi della democrazia il sistema feudale dovette trasformasi nel sistema mafioso: cambiare tutto, per far restare tutto uguale. La differenza è di forma, ma non è trascurabile. Il signore feudale può uccidere o accaparrare, abusare e perseguire, alla luce del giorno e senza dover dare spiegazioni. Il signore feudale è la legge, è il padrone, quindi non deve giustificarsi né cancellare le tracce. Invece il sistema mafioso dovette imparare a fare le stesse cose ma senza evidenze, senza lasciare impronte. Istituzioni e amministrazioni, la chiesa e lo stato, la politica e l’industria, gli amici e i cognati. Poco a poco il sistema si è stabilizzato su quella condizione che conosciamo bene e che simula una situazione democratica, rimanendo però totalmente strutturato su quelle ataviche caste di tutti i tempi, e sui loro abusi. Insisto, la differenza è solo di forma ma non è poco. Grazie a questa operazione di chirurgia estetica non ci possono più ammazzare o torturare o umiliare come prima e, anche fosse solo per una questione di grado, questo maquillage ha generato in Europa una qualità della vita che, ad oggi, è sicuramente l’unica alternativa decente sull’intero pianeta. Il fatto che stiamo velocemente scivolando verso un apparente collasso energetico e demografico non rassicura, come non rassicura dover ammettere che molte potenze mondiali sono ad oggi apparentemente presiedute da folli, squilibrati, arroganti, incolti e belligeranti forsennati. Eletti democraticamente dai loro popoli, di cui rappresentano, per definizione, il pensiero quantomeno medio. Tutto questo ci ricorda che la nostra famosa qualità della vita è una curiosa e amabile eccezione per la nostra specie, una eccezione che ad oggi si riscontra in una minima percentuale della popolazione mondiale, e che soprattutto si riferisce a un periodo storicamente irrilevante per la nostra genealogia evolutiva: solo gli ultimi 30-40 anni, su 200.000. E le eccezioni, lo sappiamo, sono eccezioni, che statisticamente vengono, e poi vanno.

I grandi sette si sono appena incontrati per discutere del nostro bene. Non si sono incontrati in una sperduta landa norvegese o in un moderno complesso amministrativo, ma a Biarritz, capitale mondana dell’alta classe feudale, fatta di casinò, motoscafi e barche a vela, bambole spiaggiate e brindisi al botox. L’evento ha collassato la geografia locale, le vie di comunicazione, e i progetti vacanzieri dei milioni di nativi che vanno e vengono al bordo dei Pirenei. Si perché il Grande Circo dei Grandi Sette, con tutto il suo seguito di nani e ballerine, ha scelto proprio una località che fa da collo di bottiglia al cinquanta per cento della comunicazione tra due nazioni, Francia e Spagna. Il transito attraverso i Pirenei è scarso e complicato, e la maggior parte dei movimenti (soprattutto il turismo in pieno agosto, ma anche gli spostamenti dei pendolari e la ottusa dannazione dei camion coi loro primitivi trasportapiteci) deve necessariamente passare negli stretti corridoi laterali delle due coste, quella catalana e quella basca. Bloccare il passaggio occidentale in pieno agosto per dare al vertice feudale un tocco di glamour è stata, detto spicciolo, una vera puttanata. Nella migliore tradizione feudale, il governo spagnolo, invece di chiedere ai grandi sette di andare a fare i loro inciuci in una località più consona, ha semplicemente chiesto ai suoi 50 milioni di abitanti di non passare da quelle parti.

Dopo duecentomila anni di armi, acciaio e malattie, almeno in Europa siamo riusciti a creare una alternativa. È una alternativa apparentemente instabile e, diciamolo, che è stata originariamente costruita sull’onda dello sfruttamento altrui. Ma ci ha fatto scoprire una nuova qualità della vita, e dei nuovi principi che stiamo cercando di rendere compatibili con il prezzo che dobbiamo pagare per questo impensabile benessere. Non dimentichiamoci però che sempre del Gattopardo si tratta, in una delle sue molteplici transizioni. È un Europa che sta riscoprendo lo sfogo becero del populismo, l’Europa dei Salvini e dei neonazisti polacchi, l’Europa che elegge Antonio Tajani presidente e gli concede un premio per la difesa dei valori comuni. Quando le cose cambiano bisogna cambiare tutto per non far cambiare nulla. Ma se le cose non andranno per il verso giusto e logge e le caste vedranno che non c’è margine di manovra, decideranno senza dubitare un istante che l’unica alternativa sarà tornare indietro, e riprendere il cammino da dove lo avevano lasciato: il loro caro, sicuro e tranquillo medioevo di sempre.

 

Caro Babbo Natale

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La religione è un pilastro di tutte le società umane e, anche se si presenta con mille sfumature di forme e colori, poi alla fin fine si sviluppa su un pacchetto di emozioni e di necessità che sono comuni a tutti i popoli del pianeta, lasciando intravedere un programma di comportamento universale che, in etologia umana, rivela l’esistenza di vincoli cognitivi e probabilmente evolutivi. Si crede all’assurdo (o quantomeno all’improbabile), senza richiedere nessuna garanzia, per innocenza mentale, per bisogno psicologico, per compromesso con il gruppo, o anche solo per dare prova di fedeltá all’ordine costituito. C’è chi dice che la religione è nata come adattamento culturale quando la nostra specie è diventata sedentaria e ha cominciato a formare gruppi sempre più numerosi, perchè senza un controllore divino, severo e soprattutto invisibile, tutta quella gente ammucchiata in poco spazio genererebbe una situazione esplosiva di violenza e di conflitti di tutti i tipi. Siamo scimmie addomesticate, ma sempre scimmie siamo, e reagiamo stupidamente quando si tratta di cibo, di sesso, o di potere. Sia come sia, qualcuno si è accorto subito di tutto questo, e ne ha fatto un mestiere, e un potente strumento di controllo (e abuso) delle masse. Bisogna di fatto non confondere spiritualità (un sentimento individuale e interno verso l’organizzazione della realtà) e religione (l’organizzazione sociale e amministrativa di questa pulsione a livello di gruppo). I principi della religione sono stati dettagliatamente dissezionati da psicologi, sociologi, storici, e filosofi, e possiamo dire che non hanno proprio nessun segreto. Si gioca sul bisogno spesso disperato della gente, sulle improbabili speranze, sulla loro necessità di far parte di un gruppo, sui loro limiti conoscitivi e cognitivi, e sulla loro totale accetazione di qualunque cosa pur di non arrivare a sentirsi soli. La cosa interessante è che, anche se tutto questo è abbastanza chiaro (e forse non avremmo manco bisogno di grandi luminari per arrivare a queste conclusioni), poi il trucco continua a funzionare perfettamente. Il bisogno è talmente estremo che, anche se spieghi al fedele la dinamica, lui continuerà a credere, fingendo di non aver sentito o capito. Questa posizione di rigetto dell’evidenza è chiaramente una violazione di ogni norma razionale, contrastando apertamente qualsiasi criterio di sensatezza. Il che, detto tra noi, in molti casi viene bene per un generico e veloce test di affidabilità cognitiva o morale di questo o di quel soggetto. Ma tant’é: il credente è fiero della sua rinuncia alla logica e alla coerenza, e la società gliene riconosce non solo il diritto, ma anche il merito.

Recentemente ho visitato il tempio di Sant’Antonio, a Padova, meta di pellegrinaggi e di speranze di tante anime devote che vengono da tutte le parti del mondo. Ricordo in Messico, in un paesino sperduto, una chiesa zeppa di fedeli e di sciamani, con la statua di Sant’Antonio da Padova a fare da centro focale di galli sgozzati e uova rotte sulle testoline dei bimbi o dei malati. I riti cambiano, i santi restano. Il tempio padovano è decisamente più pulito e meno folclorico della chiesa del Chiapas. Molti i dettagli, tra i quali dei ceri venduti all’entrata per decine di euro, ma che poi nella chiesa non si possono accendere per questioni di legge e di sicurezza, e allora si devono depositare tali e quali sono stati comprati in una scatola, simile a quella in cui erano stati venduti pochi metri prima, all’entrata della basilica. Non servono commenti. La norma riguarda solo l’accensione di fiamme, non dice nulla su galli sgozzati, magari potrebbe essere una alternativa da valutare ai sensi delle norme europee. Nel tempio, le reliquie più importanti del santo sono la lingua, la mandibola, e (letteralmente come da etichetta) l’apparato fonatore (laringe e compagnia). I fedeli baciano dove possono, soprattutto in zona apparato fonatore, perchè messo più in basso nell’altare. Baciare un apparato fonatore suona a morboso e lugubre, ma la fede non riserva questi concetti negativi alle esequie dei santi. Seguono pannelli per foto e post-it per il santo, ex-voto e oggettistica varia dove il fedele, in uno stile evidentemente pagano, deposita la impalpabile speranza rendendola terrena. Poi viene il pezzo forte: la lettera a Sant’Antonio. C’è un prestampato per scrivere al Santo, dove devi mettere le tue generalità, inclusa l’email. Poi la cassetta dove imbucare, trasparente. Dentro, migliaia di lettere, che vengono continuamente ritirate per svuotare l’urna postale. Quindi, scrivere una lettera a Babbo Natale è una ingenuità da bambini ancora imberbi alla realtà, ma scrivere una lettera a Sant’Antonio invece è un atto pienamente maturo e coscienzioso. Un adulto che scrive la lettera a Babbo Natale è uno sprovveduto e un babbeo, ma se la scrive a Sant’Antonio è un fedele degno di rispetto, perchè in pieno diritto di esercere il suo credo. Viene da chiedersi: a che età è lecito passare dalla lettera a Babbo Natale a quella a Sant’Antonio? Bisogna fare un qualche rito di passaggio o un bambino può scrivere a tutti e due? Il bambino poi aspetta a casa guardando il camino: l’adulto che fa, controlla l’email? Come sempre, in una situazione cosí assurda di primo acchitto ti domandi chi mai può cadere in una cosa come questa. Poi ti ricordi che sono milioni di persone, e soprattutto che sono molti, moltissimi più di te, e quindi è forse meglio lasciar correre. Anzi, se cominciano a guardarti male, ricordati che non è il caso di giocarsela coi fanatici e con le sette, perchè ragionare non è proprio il loro forte. Tira dritto e, se necessario, dai una prova della tua fedeltà al gruppo. Hai mai baciato una laringe? Felice Sant’Antonio a tutti.

S’ode a destra

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Eccellente esperimento elettorale in Spagna. Per una volta la frammentazione del voto tocca alla destra, che paga caro la divisione in tre blocchi antagonisti. A parte le considerazioni politiche, l’esperimento è interessante a livello sociale e antropologico. Nelle ultime decadi, la destra spagnola è stata rappresentata dal Partito Popolare, che attualmente ha un impressionante numero di parlamentari e affiliati in galera o nelle sale d’attesa dei tribunali, condannati per corruzioni di tutte le forme e colori. La prima scissione ci fu con Ciudadanos, un gruppo che, restando di centro-destra, cercava una posizione più moderna, soprattutto togliendosi di dosso tutta questa corruzione dilagante fatta di inciuci, inguacchi, mazzette e tanti cognati. Poi è arrivato il turno di Vox, l’estrema destra, i nostalgici del fascismo e della dittatura, quelli delle schioppette e delle mazzate, razzismo machismo e xenofobia in parti non necessariamente uguali, le radici cattoliche, armi e militari, braccio alzato e il muro pronto a ricevere i dissidenti. Insomma, il Partito Popolare si è spaccato in una sua destra e una sua sinistra, perdendo per la prima volta catastroficamente le elezioni. Prima era una zuppa di soggetti differenti e non sempre compatibili, che semplicemente riuniva tutti sotto l’ascella protettrice di un qualche cognato di passaggio. Prima, sapere che una persona votava il Partito Popolare poteva essere un dato, almeno per certi aspetti, non troppo informativo. Adesso lo è. Quelli che hanno una ideologia conservatrice moderata e non vogliono corruzione o inguacchi votano Ciudadanos. Quelli che vogliono riesumare una dittatura fascista votano Vox. Restano nel Partito Popolare quindi solo due categorie di persone, che però sono relativamente facili da riconoscere. I primi sono i cognati, quelli di sempre, quelli degli inciuci, dei tribunali e degli affari di famiglia. Se continui a votare un partito devastato dalla corruzione a tutte le scale e su tutto il territorio vuol dire che approvi la sua prospettiva, e probabilmente ne sei parte integrante. I secondi sono i nonnetti, i pensionati di una Spagna ancora ampiamente rurale, quella la Spagna fatta di migliaia di paesetti persi nel nulla di un contundente analfabetismo funzionale, dove orde di longevi aspettano la fine dei loro giorni sognando un passato sociale che non esiste più, che li ha lasciati senza contesto e senza un ruolo. Solo possono ripetere i loro rituali quotidiani, un po’ per nostalgia, un po’ perché a questo punto non ci stanno poi capendo molto di quello che sta succedendo là fuori. I rituali automatici e riflessi includono prendere la pillola per la pressione, leggere la gazzetta locale, e votare il Partito Popolare. Sia come sia, il centro destra spagnolo, a questo punto, si è dichiarato. Dimmi che voti, e ti dirò chi sei.

Adesso, un dettaglio curioso e più che significativo, politicamente e antropologicamente, viene dall’identificazione che ognuno fa della sua propria appartenenza. Nei sondaggi precedenti alle elezioni, sembra che il Partito Popolare risulti sempre sottostimato, perché i suoi votanti sono quelli più riluttanti ad affermare che lo votano. I socialisti, gli elettori di Podemos o quelli di Ciudadanos sono in genere orgogliosi di far sapere il loro voto e di identificarsi, mentre quelli del Partito Popolare no. Sembrerebbe quindi che spesso chi vota il Partito Popolare lo fa sapendo che non è proprio ragion d’orgoglio. Per quanto riguarda l’estrema destra, recentemente i suoi rappresentanti hanno chiesto agli altri partiti di destra di chiedere scusa per averli chiamati “estrema destra”. Ovvero, l’estrema destra si vergogna di essere chiamata estrema destra, lo ritiene un’offesa. Di fronte alla fierezza ideologica degli altri elettori, questo imbarazzo dei votanti conservatori al momento di affermare e riconoscere la loro posizione è quantomeno materia interessante per gli psicologi sociali.

E’ chiaro che nella destra spagnola solamente quella di Ciudadanos è una reale posizione politica e in parte ideologica, mentre gli altri partiti sono il risultato di fattori che non hanno niente a che vedere con una strategia di gestione, fattori psicologici e culturali associati al degrado, alla mancanza di prospettive o alle forme più grette di populismo da taverna. Attenzione comunque a non farsi ingannare dalla vittoria della sinistra, perché ci sono almeno tre ragioni che lasciano la situazione ancora tutta da stabilire, al momento di riflettere sul futuro di questo Paese. Innanzi tutto, anche se ha dimezzato le sue percentuali, il Partito Popolare è ancora il secondo partito a livello di elettori, e questo la dice lunga sulla composizione sociale di questa nazione. Quasi un quinto dei cittadini (18%) si considerano ancora ben rappresentati da quel partito che ha le file decimate dalla galera per corruzione e illegalità varie ed eventuali. Secondo, Vox è apparso dal nulla ma ha raccolto un discreto successo, anche (e forse soprattutto) grazie ai soliti giornalisti che, quando il partito era una forza minore, gli dedicavano tutte le attenzioni per mettere il mostro in prima pagina, facendogli una enorme pubblicità gratuita su tutti i mezzi di comunicazione. Risultato, al momento in media una persona su dieci (11%) è apertamente a favore di una strategia filo-fascista. Terzo, il Paese rimane (come sempre e come spesso accade nel resto delle nazioni occidentali) perfettamente diviso a metà, con un 45% della popolazione che vota centro-sinistra e un 45% che vota centro-destra. I partiti non progettano ormai da tempo i loro programmi in base alle loro ideologie e alle loro competenze, ma bensí in funzione di quello che vogliono sentirsi dire i loro potenziali elettori, ovvero i loro clienti. Invece di presentare una strategia determinata per gestire lo sviluppo di una nazione, e lasciare poi agli elettori la decisione di quale strategia avvallare, lo fanno al contrario, chiedendo direttamente agli elettori che strategia vogliono sentirsi proporre, per accaparrarsi il loro voto. Risultato, i grandi partiti si spostano poco a poco verso il centro per rubare elettori all’altro emiciclo, arrivando quasi a sovrapporsi, ma rimanendo sempre e comunque con la metà dei voti. Ovvero, la situazione non cambia a livello elettorale,  ma i programmi politici si omogenizzano, e la caccia al votante si sposta dal piano dell’ideologia a quello del marketing. Nel mentre, gli estremi rimangono vuoti, fino a che arriva lo spaccone di turno che arringa il voto periferico con bordate di populismo ormonato e pericolosamente ottuso. Una combinazione perfetta per garantire che prima o poi finisca male.

Tornando alla Spagna e alla sua nuova frammentazione politica, grazie a queste elezioni possiamo anche calcolare, tralasciando il colore di bandiera, una certa proporzione di voto sensato, ovvero dividere tra le posizioni più strettamente ideologiche di riforma politica e quelle invece più vincolate a perturbazioni emozionali, interessi personali, e scarsa capacità di vedute. Se ai partiti dei cognati e a quelli dei picchiatori aggiungiamo infatti gli irredentismi sparsi e troppo spesso ottusi, scopriamo che non ti puoi fidare di almeno un 37% della popolazione. Questa è ovviamente una stima minima, perché non è poi che gli altri siano per forza gente ragionevole, sensata, o intelligente. E’ un calcolo crudo, ma che ti devi fare se vuoi far bagaglio dell’esperienza e tenere in conto certe cautele nelle relazioni personali, a corto o a lungo raggio. Conosci te stesso, ma sopratutto … occhio al tuo vicino! L’industriale arraffone, il bigotto religioso, il puttaniere ingelatinato o il paesano xenofobo c’erano anche prima, anche se erano mimetizzati tutti dietro uno stesso colore. Adesso hanno dovuto rivelarsi, palesandosi, e se in molti casi non ci sono state grandi sorprese, in molti altri invece sí che la cosa ha svelato  personalità opportunamente cammuffate dietro i canoni delle convenzioni sociali.

S’ode a destra uno squillo di tromba, ma se ascolti con attenzione ti rendi conto che sono in realtà strumenti distinti, anche molto diversi. Quei dettagli di tono possono fare la differenza, soprattutto quando indicano che qualcuno li sta utilizzando per organizzare le orchestre. Sono ancora squilli di raduno, per riunire e contare le forze. In genere poi,  alla prima scusa buona, seguono quelli che incitano alla guerra. E l’essere umano, si sa, è l’unico animale che inciampa più volte, indecorosamente, nella stessa pietra.

Il bacio di Zira

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E’ risaputo che l’Uomo mescola a ogni cosa la sua personalità, e quando crede di fotografare il mondo esterno, spesso contempla e ritrae se stesso.
(Santiago Ramón y Cajal, 1899).

L’antropologia è una disciplina palesemente impantanata in un eterno conflitto di interessi, dove il genere umano è allo stesso tempo giudice e indagato. Anche le neuroscienze si trovano in una situazione simile e paradossale, perchè è il cervello umano a indagare se stesso. Cerchiamo un posto nella natura, ma non riusciamo a controllare questo profondo principio di indeterminazione che ci vede soggetto e oggetto di studio, e alla fine ci ritroviamo a contaminare la scienza con i vincoli delle nostre primitive necessità tribali, con i limiti delle nostre stesse capacità cognitive, e con i dogmi delle nostre incertezze e delle nostre paure. Vogliamo sentirci parte di una natura che comunque, giustamente, ci spaventa. Vogliamo accettare la diversità ma senza riconoscere le differenze, che al massimo possiamo arrivare a tollerare, ma non a capire. Cerchiamo disperatamente una appartenenza, e siamo disposti a tutto per far parte di un gruppo, per sentirci parte di un qualcosa che vada oltre le nostre vite, vite troppo brevi per essere incisive o concludenti, ma troppo lunge per sopportare la dannazione della solitudine. Per far gruppo, a volte ci unisce l’amore per noi stessi, ma nella maggior parte dei casi alla fine si ricorre all’odio verso gli altri. In questo gioco di affiliazioni, mescoliamo i nostri valori morali con i nostri principi biologici. Questa incoerenza genera conflitti sociali e insensate prospettive evolutive, dove il processo si confonde col suo prodotto, il diritto con il dovere, e la conoscenza con l’informazione. Ci chiediamo con affanno cosa sia che ci rende umani, quando quello che ci dovrebbe preoccupare davvero è sapere che cosa fa di noi ancora inevitabilmente delle scimmie.

E`uscito un nuovo numero della rivista Sistemi Intelligenti,  dal titolo “Continuità e discontinuità tra intelligenza umana e animale“. Il volume è stato curato da Fausto Caruana, Andrea Parravicini e Telmo Pievani. Io ho partecipato con un articolo un pò eclettico: Il bacio di Zira, la sfera di Escher e la maledizione dell’uomo scimmia. Tanto per ricordare, come diceva Edward Wilson, che abbiamo una tecnologia divina, istituzioni medioevali, ma soprattutto ancora emozioni incredibilmente paleolitiche.

Confessioni di un eretico

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Il Dizionario Treccani associa la parola “credenza” alla dottrina, alla fede, alla religione, al fidarsi, al ritener vero qualcosa per puro principio. La credenza come “complesso di convinzioni di un popolo”, convincimento ma anche convinzione, una situazione dove il parere personale dipende dal giudizio comunitario, dove la leggenda è sinonimo di pregiudizio, e dove la tradizione è sinonimo di superstizione. Leggendo la definizione si ha la sensazione di un qualcosa che sia fondamentale e radicato nella cultura di un popolo, e allo stesso tempo falso. Un pilastro che regge la società, ma probabilmente infondato. E la cosa sorprendente non è tanto la mancanza di coerenza (la società si sostiene su convinzioni incorrette) ma soprattutto l’accettazione incondizionata di questa situazione (è assolutamente normale che la società si sostenga su convinzioni incorrette). Anzi, spesso rituali e tradizioni basate su credenze, anche se palesemente infondate, sono presi come esempio di stabilità e orgoglio storico e tribale, come testimoni di lunghe radici profonde che danno sicurezza e vanto alle genti e al loro lignaggio. Fieri di essere incoerenti e illogici, orgogliosi di credere nell’assurdo senza batter ciglio.

Penso che ci siano almeno tre classi di credenze, tre tipologie distinte, anche se poi sicuro che si influenzano l’una con l’altra condividendo variabili e processi. Primo, ci sono le credenze associate alla mancanza di informazione. C’è un vuoto nelle conoscenze di un popolo, di una cultura o di una persona, quel vuoto non ci piace e ci inventiamo qualcosa per riempirlo. Gli esempi sono infiniti, dai crani degli elefanti nelle grotte che generano i racconti sui ciclopi alle tante spiegazioni assurde sulla fecondazione e sulla riproduzione che si sono succedute negli ultimi secoli o millenni, dai miti zoologici del mondo rurale a quelli cosmogonici delle culture di tutto il pianeta. Preferiamo una bugia ad una assenza di verità. Preferiamo una favola a un noioso e angosciante silenzio.

Secondo, ci sono le credenze associate a una necessità psicologica: la realtà è dolorosa, insopportabile o inaccettabile, e mi invento qualcosa per convincermi di una alternativa che, anche se infondata o assurda, mi risulta più digeribile. Per esempio quando ho paura di morire e mi invento che c’è una vita che mi aspetta dopo la morte. O quando faccio una vita infame e voglio credere che tutto fa parte di un progetto divino che vuole mettermi alla prova per premiarmi. Insomma, preferisco ingannarmi che deprimermi.

Terzo, ci sono le credenze sociali, quelle tribali, convenzioni che vengono generate per coalizione di gruppo, per tener unito il gruppo. Credere in una cosa assurda è la massima prova di fedeltà in un branco, un principio fondamentale per qualsiasi religione o partito politico. Se credo davvero nell’assurdo (vergini incinte, resurrezioni, rituali che garantiscono il beneplacito della divinità etc.) sto dando la garanzia di essere a prova di tutto, sto comunicando al branco che crederò in qualsiasi cosa e farò qualsiasi cosa senza farmi troppe domande, ciecamente. Se invece non ci credo ma comunque faccio finta di crederci (il classico parrocchiano che straccia tutti i comandamenti decine di volte al giorno ma non si perde la messa domenicale, battezza il figlio o sfoggia la catenina con la croce) ugualmente sto comunicando che, anche se non sono tonto e non credo all’assurdo, ci si può fidare di me al momento di dover reggere l’apparenza.

Adesso, le credenze del primo gruppo (disinformazione) sono dure a morire perché l’essere umano è generalmente inerte e statico al cambiamento ma, comunque, sono suscettibili di revisione almeno tra generazione e generazione. La disinformazione viene lentamente sostituita con l’informazione, e l’irrazionale viene prima o poi sostituito dalla conoscenza. Il progresso scientifico è, in questo senso, fondamentale. Invece nel caso delle credenze psicologiche e di quelle tribali il rischio è evidentemente maggiore, perché in genere c’è chi ci mangia sopra, e quindi le fomenta e le difende. Il controllo dell’individuo (psicologico) e del gruppo (sociale) è potere, e chi controlla le credenze controlla quindi le persone. La religione è un caso palese, dove l’assurdo si spaccia come lenitivo psicologico e aggregante sociale in nome di un principio (la fede) che si definisce per essere auto-referente e auto-riconosciuto. Un principio che non ha bisogno di essere dimostrato perché, per sua stessa definizione, è certo e indimostrabile, e quindi sfugge a qualsiasi tentativo di critica o di valutazione. Il peccato e la speranza, come due belve ai piedi della divina Fede, la difendono e ne difendono il potere, soggiogando le persone alla loro volontà, al loro scrutinio, e alla loro influenza ipnotica. In questa immagine da statua ellenica, la Fede tiene in braccio il libro dei dogmi, che come scripts di un programma informatico annullano la libertà di pensiero e l’autonomia della conoscenza, mettendo a tacere il dissenso. E tutto questo senza trucchi e senza inganni, completamente alla luce del sole, difendendo apertamente l’assurdo sapendo che l’essere umano, bisognoso di conforto psicologico e appoggio sociale, lo accetterà senza difendersi e senza opporsi, facendo finta di non capire, o addirittura convincendosi di una legittimità della situazione aberrante.

Siamo primati, ovvero mammiferi accuratamente selezionati per stare, pensare e agire in gruppo. Temiamo la solitudine più della morte, e siamo disposti a tutto, davvero a tutto, per non sentirci soli. Incluso a negare di aver mai letto questo articolo. O, se fosse necessario, di averlo scritto.

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Questo post nasce dalle tante riflessioni fatte con Pablo Malo su credenze e società, e da un incontro con Manuel Lozano Leyva sul suo libro su scienza e credenze. Qui un post sulla speranza, uno sui mille volti di Dio, uno sulla fede, e uno sulle reliquie

 

C’era una volta l’America

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Nelle valigie degli emigranti ci sono sempre speranze, ricordi, e strumenti musicali. Gli Europei che arrivavano in Nord America incontravano gli Appalachi pronti a ricevere sogni e tradizioni, e sostituivano quel che restava della cultura nativa con il folclore irlandese, il cajun francofono o il tex-mex delle radici ispaniche. “E fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera, sudore d’antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri …”. Mariano de Simone ha dedicato la sua vita a raccontarci questa storia. Ha suonato quella cultura, la ha analizzata, interpretata, raccontata, e la ha condivisa con noi, spiegandocela, nei suoi aspetti storici e umani. Col suo banjo, il violino, il dulcimer e l’autoharp, nelle scuole di musica popolare, al Folkstudio, nei suoi dischi, nei suoi libri, nelle riviste e nei film. E nei balli sociali, che insegnava alla gente dei circoli culturali, orchestrando gli schemi e i tempi della danza seduto su un podio con ali montate su ruote. Vivere per raccontarlo, e per condividere un percorso, verso l’orizzonte di un passato comune. Adelante Mariano, ormai non ci sono più né ruote né stampelle, ma ci sono ancora le note e gli accordi, i ritmi e le parole, e c’è un’altra storia da raccontare, quella di un uomo che, col suo banjo e le sue canzoni, adesso può continuare quel cammino, laggiù lungo il Canale dell’Erie.

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Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde,
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo …

[Amerigo]