S’ode a destra

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Eccellente esperimento elettorale in Spagna. Per una volta la frammentazione del voto tocca alla destra, che paga caro la divisione in tre blocchi antagonisti. A parte le considerazioni politiche, l’esperimento è interessante a livello sociale e antropologico. Nelle ultime decadi, la destra spagnola è stata rappresentata dal Partito Popolare, che attualmente ha un impressionante numero di parlamentari e affiliati in galera o nelle sale d’attesa dei tribunali, condannati per corruzioni di tutte le forme e colori. La prima scissione ci fu con Ciudadanos, un gruppo che, restando di centro-destra, cercava una posizione più moderna, soprattutto togliendosi di dosso tutta questa corruzione dilagante fatta di inciuci, inguacchi, mazzette e tanti cognati. Poi è arrivato il turno di Vox, l’estrema destra, i nostalgici del fascismo e della dittatura, quelli delle schioppette e delle mazzate, razzismo machismo e xenofobia in parti non necessariamente uguali, le radici cattoliche, armi e militari, braccio alzato e il muro pronto a ricevere i dissidenti. Insomma, il Partito Popolare si è spaccato in una sua destra e una sua sinistra, perdendo per la prima volta catastroficamente le elezioni. Prima era una zuppa di soggetti differenti e non sempre compatibili, che semplicemente riuniva tutti sotto l’ascella protettrice di un qualche cognato di passaggio. Prima, sapere che una persona votava il Partito Popolare poteva essere un dato, almeno per certi aspetti, non troppo informativo. Adesso lo è. Quelli che hanno una ideologia conservatrice moderata e non vogliono corruzione o inguacchi votano Ciudadanos. Quelli che vogliono riesumare una dittatura fascista votano Vox. Restano nel Partito Popolare quindi solo due categorie di persone, che però sono relativamente facili da riconoscere. I primi sono i cognati, quelli di sempre, quelli degli inciuci, dei tribunali e degli affari di famiglia. Se continui a votare un partito devastato dalla corruzione a tutte le scale e su tutto il territorio vuol dire che approvi la sua prospettiva, e probabilmente ne sei parte integrante. I secondi sono i nonnetti, i pensionati di una Spagna ancora ampiamente rurale, quella la Spagna fatta di migliaia di paesetti persi nel nulla di un contundente analfabetismo funzionale, dove orde di longevi aspettano la fine dei loro giorni sognando un passato sociale che non esiste più, che li ha lasciati senza contesto e senza un ruolo. Solo possono ripetere i loro rituali quotidiani, un po’ per nostalgia, un po’ perché a questo punto non ci stanno poi capendo molto di quello che sta succedendo là fuori. I rituali automatici e riflessi includono prendere la pillola per la pressione, leggere la gazzetta locale, e votare il Partito Popolare. Sia come sia, il centro destra spagnolo, a questo punto, si è dichiarato. Dimmi che voti, e ti dirò chi sei.

Adesso, un dettaglio curioso e più che significativo, politicamente e antropologicamente, viene dall’identificazione che ognuno fa della sua propria appartenenza. Nei sondaggi precedenti alle elezioni, sembra che il Partito Popolare risulti sempre sottostimato, perché i suoi votanti sono quelli più riluttanti ad affermare che lo votano. I socialisti, gli elettori di Podemos o quelli di Ciudadanos sono in genere orgogliosi di far sapere il loro voto e di identificarsi, mentre quelli del Partito Popolare no. Sembrerebbe quindi che spesso chi vota il Partito Popolare lo fa sapendo che non è proprio ragion d’orgoglio. Per quanto riguarda l’estrema destra, recentemente i suoi rappresentanti hanno chiesto agli altri partiti di destra di chiedere scusa per averli chiamati “estrema destra”. Ovvero, l’estrema destra si vergogna di essere chiamata estrema destra, lo ritiene un’offesa. Di fronte alla fierezza ideologica degli altri elettori, questo imbarazzo dei votanti conservatori al momento di affermare e riconoscere la loro posizione è quantomeno materia interessante per gli psicologi sociali.

E’ chiaro che nella destra spagnola solamente quella di Ciudadanos è una reale posizione politica e in parte ideologica, mentre gli altri partiti sono il risultato di fattori che non hanno niente a che vedere con una strategia di gestione, fattori psicologici e culturali associati al degrado, alla mancanza di prospettive o alle forme più grette di populismo da taverna. Attenzione comunque a non farsi ingannare dalla vittoria della sinistra, perché ci sono almeno tre ragioni che lasciano la situazione ancora tutta da stabilire, al momento di riflettere sul futuro di questo Paese. Innanzi tutto, anche se ha dimezzato le sue percentuali, il Partito Popolare è ancora il secondo partito a livello di elettori, e questo la dice lunga sulla composizione sociale di questa nazione. Quasi un quinto dei cittadini (18%) si considerano ancora ben rappresentati da quel partito che ha le file decimate dalla galera per corruzione e illegalità varie ed eventuali. Secondo, Vox è apparso dal nulla ma ha raccolto un discreto successo, anche (e forse soprattutto) grazie ai soliti giornalisti che, quando il partito era una forza minore, gli dedicavano tutte le attenzioni per mettere il mostro in prima pagina, facendogli una enorme pubblicità gratuita su tutti i mezzi di comunicazione. Risultato, al momento in media una persona su dieci (11%) è apertamente a favore di una strategia filo-fascista. Terzo, il Paese rimane (come sempre e come spesso accade nel resto delle nazioni occidentali) perfettamente diviso a metà, con un 45% della popolazione che vota centro-sinistra e un 45% che vota centro-destra. I partiti non progettano ormai da tempo i loro programmi in base alle loro ideologie e alle loro competenze, ma bensí in funzione di quello che vogliono sentirsi dire i loro potenziali elettori, ovvero i loro clienti. Invece di presentare una strategia determinata per gestire lo sviluppo di una nazione, e lasciare poi agli elettori la decisione di quale strategia avvallare, lo fanno al contrario, chiedendo direttamente agli elettori che strategia vogliono sentirsi proporre, per accaparrarsi il loro voto. Risultato, i grandi partiti si spostano poco a poco verso il centro per rubare elettori all’altro emiciclo, arrivando quasi a sovrapporsi, ma rimanendo sempre e comunque con la metà dei voti. Ovvero, la situazione non cambia a livello elettorale,  ma i programmi politici si omogenizzano, e la caccia al votante si sposta dal piano dell’ideologia a quello del marketing. Nel mentre, gli estremi rimangono vuoti, fino a che arriva lo spaccone di turno che arringa il voto periferico con bordate di populismo ormonato e pericolosamente ottuso. Una combinazione perfetta per garantire che prima o poi finisca male.

Tornando alla Spagna e alla sua nuova frammentazione politica, grazie a queste elezioni possiamo anche calcolare, tralasciando il colore di bandiera, una certa proporzione di voto sensato, ovvero dividere tra le posizioni più strettamente ideologiche di riforma politica e quelle invece più vincolate a perturbazioni emozionali, interessi personali, e scarsa capacità di vedute. Se ai partiti dei cognati e a quelli dei picchiatori aggiungiamo infatti gli irredentismi sparsi e troppo spesso ottusi, scopriamo che non ti puoi fidare di almeno un 37% della popolazione. Questa è ovviamente una stima minima, perché non è poi che gli altri siano per forza gente ragionevole, sensata, o intelligente. E’ un calcolo crudo, ma che ti devi fare se vuoi far bagaglio dell’esperienza e tenere in conto certe cautele nelle relazioni personali, a corto o a lungo raggio. Conosci te stesso, ma sopratutto … occhio al tuo vicino! L’industriale arraffone, il bigotto religioso, il puttaniere ingelatinato o il paesano xenofobo c’erano anche prima, anche se erano mimetizzati tutti dietro uno stesso colore. Adesso hanno dovuto rivelarsi, palesandosi, e se in molti casi non ci sono state grandi sorprese, in molti altri invece sí che la cosa ha svelato  personalità opportunamente cammuffate dietro i canoni delle convenzioni sociali.

S’ode a destra uno squillo di tromba, ma se ascolti con attenzione ti rendi conto che sono in realtà strumenti distinti, anche molto diversi. Quei dettagli di tono possono fare la differenza, soprattutto quando indicano che qualcuno li sta utilizzando per organizzare le orchestre. Sono ancora squilli di raduno, per riunire e contare le forze. In genere poi,  alla prima scusa buona, seguono quelli che incitano alla guerra. E l’essere umano, si sa, è l’unico animale che inciampa più volte, indecorosamente, nella stessa pietra.

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Il bacio di Zira

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E’ risaputo che l’Uomo mescola a ogni cosa la sua personalità, e quando crede di fotografare il mondo esterno, spesso contempla e ritrae se stesso.
(Santiago Ramón y Cajal, 1899).

L’antropologia è una disciplina palesemente impantanata in un eterno conflitto di interessi, dove il genere umano è allo stesso tempo giudice e indagato. Anche le neuroscienze si trovano in una situazione simile e paradossale, perchè è il cervello umano a indagare se stesso. Cerchiamo un posto nella natura, ma non riusciamo a controllare questo profondo principio di indeterminazione che ci vede soggetto e oggetto di studio, e alla fine ci ritroviamo a contaminare la scienza con i vincoli delle nostre primitive necessità tribali, con i limiti delle nostre stesse capacità cognitive, e con i dogmi delle nostre incertezze e delle nostre paure. Vogliamo sentirci parte di una natura che comunque, giustamente, ci spaventa. Vogliamo accettare la diversità ma senza riconoscere le differenze, che al massimo possiamo arrivare a tollerare, ma non a capire. Cerchiamo disperatamente una appartenenza, e siamo disposti a tutto per far parte di un gruppo, per sentirci parte di un qualcosa che vada oltre le nostre vite, vite troppo brevi per essere incisive o concludenti, ma troppo lunge per sopportare la dannazione della solitudine. Per far gruppo, a volte ci unisce l’amore per noi stessi, ma nella maggior parte dei casi alla fine si ricorre all’odio verso gli altri. In questo gioco di affiliazioni, mescoliamo i nostri valori morali con i nostri principi biologici. Questa incoerenza genera conflitti sociali e insensate prospettive evolutive, dove il processo si confonde col suo prodotto, il diritto con il dovere, e la conoscenza con l’informazione. Ci chiediamo con affanno cosa sia che ci rende umani, quando quello che ci dovrebbe preoccupare davvero è sapere che cosa fa di noi ancora inevitabilmente delle scimmie.

E`uscito un nuovo numero della rivista Sistemi Intelligenti,  dal titolo “Continuità e discontinuità tra intelligenza umana e animale“. Il volume è stato curato da Fausto Caruana, Andrea Parravicini e Telmo Pievani. Io ho partecipato con un articolo un pò eclettico: Il bacio di Zira, la sfera di Escher e la maledizione dell’uomo scimmia. Tanto per ricordare, come diceva Edward Wilson, che abbiamo una tecnologia divina, istituzioni medioevali, ma soprattutto ancora emozioni incredibilmente paleolitiche.

Confessioni di un eretico

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Il Dizionario Treccani associa la parola “credenza” alla dottrina, alla fede, alla religione, al fidarsi, al ritener vero qualcosa per puro principio. La credenza come “complesso di convinzioni di un popolo”, convincimento ma anche convinzione, una situazione dove il parere personale dipende dal giudizio comunitario, dove la leggenda è sinonimo di pregiudizio, e dove la tradizione è sinonimo di superstizione. Leggendo la definizione si ha la sensazione di un qualcosa che sia fondamentale e radicato nella cultura di un popolo, e allo stesso tempo falso. Un pilastro che regge la società, ma probabilmente infondato. E la cosa sorprendente non è tanto la mancanza di coerenza (la società si sostiene su convinzioni incorrette) ma soprattutto l’accettazione incondizionata di questa situazione (è assolutamente normale che la società si sostenga su convinzioni incorrette). Anzi, spesso rituali e tradizioni basate su credenze, anche se palesemente infondate, sono presi come esempio di stabilità e orgoglio storico e tribale, come testimoni di lunghe radici profonde che danno sicurezza e vanto alle genti e al loro lignaggio. Fieri di essere incoerenti e illogici, orgogliosi di credere nell’assurdo senza batter ciglio.

Penso che ci siano almeno tre classi di credenze, tre tipologie distinte, anche se poi sicuro che si influenzano l’una con l’altra condividendo variabili e processi. Primo, ci sono le credenze associate alla mancanza di informazione. C’è un vuoto nelle conoscenze di un popolo, di una cultura o di una persona, quel vuoto non ci piace e ci inventiamo qualcosa per riempirlo. Gli esempi sono infiniti, dai crani degli elefanti nelle grotte che generano i racconti sui ciclopi alle tante spiegazioni assurde sulla fecondazione e sulla riproduzione che si sono succedute negli ultimi secoli o millenni, dai miti zoologici del mondo rurale a quelli cosmogonici delle culture di tutto il pianeta. Preferiamo una bugia ad una assenza di verità. Preferiamo una favola a un noioso e angosciante silenzio.

Secondo, ci sono le credenze associate a una necessità psicologica: la realtà è dolorosa, insopportabile o inaccettabile, e mi invento qualcosa per convincermi di una alternativa che, anche se infondata o assurda, mi risulta più digeribile. Per esempio quando ho paura di morire e mi invento che c’è una vita che mi aspetta dopo la morte. O quando faccio una vita infame e voglio credere che tutto fa parte di un progetto divino che vuole mettermi alla prova per premiarmi. Insomma, preferisco ingannarmi che deprimermi.

Terzo, ci sono le credenze sociali, quelle tribali, convenzioni che vengono generate per coalizione di gruppo, per tener unito il gruppo. Credere in una cosa assurda è la massima prova di fedeltà in un branco, un principio fondamentale per qualsiasi religione o partito politico. Se credo davvero nell’assurdo (vergini incinte, resurrezioni, rituali che garantiscono il beneplacito della divinità etc.) sto dando la garanzia di essere a prova di tutto, sto comunicando al branco che crederò in qualsiasi cosa e farò qualsiasi cosa senza farmi troppe domande, ciecamente. Se invece non ci credo ma comunque faccio finta di crederci (il classico parrocchiano che straccia tutti i comandamenti decine di volte al giorno ma non si perde la messa domenicale, battezza il figlio o sfoggia la catenina con la croce) ugualmente sto comunicando che, anche se non sono tonto e non credo all’assurdo, ci si può fidare di me al momento di dover reggere l’apparenza.

Adesso, le credenze del primo gruppo (disinformazione) sono dure a morire perché l’essere umano è generalmente inerte e statico al cambiamento ma, comunque, sono suscettibili di revisione almeno tra generazione e generazione. La disinformazione viene lentamente sostituita con l’informazione, e l’irrazionale viene prima o poi sostituito dalla conoscenza. Il progresso scientifico è, in questo senso, fondamentale. Invece nel caso delle credenze psicologiche e di quelle tribali il rischio è evidentemente maggiore, perché in genere c’è chi ci mangia sopra, e quindi le fomenta e le difende. Il controllo dell’individuo (psicologico) e del gruppo (sociale) è potere, e chi controlla le credenze controlla quindi le persone. La religione è un caso palese, dove l’assurdo si spaccia come lenitivo psicologico e aggregante sociale in nome di un principio (la fede) che si definisce per essere auto-referente e auto-riconosciuto. Un principio che non ha bisogno di essere dimostrato perché, per sua stessa definizione, è certo e indimostrabile, e quindi sfugge a qualsiasi tentativo di critica o di valutazione. Il peccato e la speranza, come due belve ai piedi della divina Fede, la difendono e ne difendono il potere, soggiogando le persone alla loro volontà, al loro scrutinio, e alla loro influenza ipnotica. In questa immagine da statua ellenica, la Fede tiene in braccio il libro dei dogmi, che come scripts di un programma informatico annullano la libertà di pensiero e l’autonomia della conoscenza, mettendo a tacere il dissenso. E tutto questo senza trucchi e senza inganni, completamente alla luce del sole, difendendo apertamente l’assurdo sapendo che l’essere umano, bisognoso di conforto psicologico e appoggio sociale, lo accetterà senza difendersi e senza opporsi, facendo finta di non capire, o addirittura convincendosi di una legittimità della situazione aberrante.

Siamo primati, ovvero mammiferi accuratamente selezionati per stare, pensare e agire in gruppo. Temiamo la solitudine più della morte, e siamo disposti a tutto, davvero a tutto, per non sentirci soli. Incluso a negare di aver mai letto questo articolo. O, se fosse necessario, di averlo scritto.

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Questo post nasce dalle tante riflessioni fatte con Pablo Malo su credenze e società, e da un incontro con Manuel Lozano Leyva sul suo libro su scienza e credenze. Qui un post sulla speranza, uno sui mille volti di Dio, uno sulla fede, e uno sulle reliquie

 

C’era una volta l’America

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Nelle valigie degli emigranti ci sono sempre speranze, ricordi, e strumenti musicali. Gli Europei che arrivavano in Nord America incontravano gli Appalachi pronti a ricevere sogni e tradizioni, e sostituivano quel che restava della cultura nativa con il folclore irlandese, il cajun francofono o il tex-mex delle radici ispaniche. “E fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera, per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri, di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera, sudore d’antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri …”. Mariano de Simone ha dedicato la sua vita a raccontarci questa storia. Ha suonato quella cultura, la ha analizzata, interpretata, raccontata, e la ha condivisa con noi, spiegandocela, nei suoi aspetti storici e umani. Col suo banjo, il violino, il dulcimer e l’autoharp, nelle scuole di musica popolare, al Folkstudio, nei suoi dischi, nei suoi libri, nelle riviste e nei film. E nei balli sociali, che insegnava alla gente dei circoli culturali, orchestrando gli schemi e i tempi della danza seduto su un podio con ali montate su ruote. Vivere per raccontarlo, e per condividere un percorso, verso l’orizzonte di un passato comune. Adelante Mariano, ormai non ci sono più né ruote né stampelle, ma ci sono ancora le note e gli accordi, i ritmi e le parole, e c’è un’altra storia da raccontare, quella di un uomo che, col suo banjo e le sue canzoni, adesso può continuare quel cammino, laggiù lungo il Canale dell’Erie.

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Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde,
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo …

[Amerigo]

 

L’ombra della duna

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Viaggio sul golfo di Biscaglia, da Bilbao a Bordeaux, con qualche giorno nelle Lande francesi, un immenso parco costiero dove una pineta infinita limita per centinaia di chilometri con immense spiagge oceaniche. Un vero paradiso, con questa estensione di bosco senza soluzione di continuità, l’oceano che ruggisce giorno e notte, queste onde che sono montagne di schiuma giganti se ti ci trovi davanti, o piccole rughe sulla superficie del pianeta se ci metti la scala titanica di queste distese di sabbia senza fine. Poi, coi ritmi della Luna, il mare si allontana, e scopri che quello spazio che ti sembrava immenso era solo una piccola parte di quella colossale superficie di spiaggia nascosta dalle acque. La maggior parte delle spiagge sono libere, terra di surfisti e caravanieri, nudisti, qualche centro urbano di dimensioni trascurabili, stradine provinciali e piste ciclabili che creano un labirinto tra i pini, costantemente ondulato dalle loro inarrestabili radici. Due laghi enormi (tra i maggiori laghi francesi) si generano dal tappo di dune che blocca sulla costa l’afflusso di un paio di fiumi. Verso nord un terzo bacino è in realtà la baia di Arcachon, dove il ruggito dell’oceano si doma, e simula le acque placide di un esteso lago costiero. Alla sua entrata, la Duna di Pilat, la duna più alta e più grande di Europa, un colosso di sabbia incastonato tra foresta e oceano, che svetta come una cordigliera di zucchero tra il verde dei pini e l’azzurro della distesa atlantica. E’ immenso, è incredibile, un capolavoro naturale del vento e del tempo, una clessidra che conta i millenni divorando poco a poco il bordo del continente. Si perché in realtà è un’onda, un’onda di sabbia, che come tutte le onde avanza e si rompe, ma lo fa su una scala temporale la cui percezione è a noi preclusa. Avanza pochi metri ogni anno, trangugiando i pini e le loro inarrestabili radici, travolgendo queste terre senza fretta, ma senza la minima intenzione di fermarsi. E’ impressionante, è da vedere, è da cavalcare, per sentirsi, anche solo per qualche ora, surfisti del tempo, granelli di carne sulle spalle di un gigante di sabbia.

Ma il “parco” delle Lande segue un concetto di parco piuttosto singolare. E’ un paradiso, una ricchezza ecologica, un monumento naturalistico, una risorsa ambientale indiscutibile, però a quanto pare il governo francese non vede nessun problema nel coniugare l’utile e il dilettevole, ammucchiando sacro e profano in un compendio di contrasti e di eccessi apparentemente (e probabilmente) incompatibili. La maggior parte delle aree che collimano con l’immensa pineta sono monocolture intensive. La stessa pineta è una distesa omogenea e artificiale, dove migliaia di esemplari coevi sono disposti in file regolari e controllate. Un terzo dell’estensione costiera è riserva militare, e in tutta la regione il ruggito dei caccia può essere più forte di quello dell’oceano. A proposito di caccia: per lo meno in ottobre è visibilmente aperta, e tra i tavolini da picnic puoi vedere uomini (e donne) armati di potenti schioppi di ultima generazione, setacciando tra pino e pino il passo del cinghiale. Il lago meridionale, un’oasi di pace, un idillio di acquarelli bucolici da passeggiate ottocentesche, conta con decine di curiose micro-piattaforme petrolifere. E, manco a dirlo, lo sfruttamento turistico è portato all’estremo. C’è il turismo di massa con migliaia di posti auto per le centinaia di chilometri di spiagge interne e esterne, ma c’è anche e soprattutto il turismo di élite delle ville e dei palazzetti, delle barche a vela e dei club sportivi, dei casinò della bella vita di riviera. Edilizia imperiale, motoscafi bagnati da armagnac, e talassoterapia. Turismo, caccia, petrolio, e militari: il parco è servito.

Qui in estate deve essere un inferno, di gente, di macchine, e di prezzi. Decisamente consigliato godersi le Lande fuori stagione, accompagnati solo dalle onde, dalle dune, e dalle rive placide dei laghi. Mi rimane il dubbio del contrasto.  Nella conservazione del territorio dobbiamo fare i conti col mercato, e sicuramente ci sono formule che non abbiamo ancora considerato.  In questo caso militari, petrolio e villette sembrano non aggredire lo scenario paesaggistico, ma è difficile credere che non ci siano poi problemi a largo raggio. Sicuramente, visti gli estremi di un ambiente talmente prorompente e allo stesso tempo ostentosamente multi-abusato, è un esperimento singolare. Anche se sappiamo bene come poi, tempo al tempo, andrà a finire la cosa: turisti, militari, riccaccioni … tra qualche millennio saranno tutti inevitabilmenti divorati dalla duna di Pilat.

La mente oltre il cranio

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Il 25 di ottobre esce nelle librerie “La mente oltre il cranio“, un breve saggio che integra informazioni su evoluzione cerebrale, evoluzione umana, integrazione visuospaziale e archeologia cognitiva. La relazione tra occhio e mano, tra mano e strumento, tra cultura e tecnologia, la cognizione del corpo e il ruolo del corpo nello spazio, nel tempo, e nelle relazioni sociali. Tutto questo dal punto di vista dell’antropologia evoluzionistica, delle neuroscienze, dei fossili, dei primati, e dell’archeologia cognitiva, che cerca di valutare ipotesi su mente e comportamento a partire dalle poche evidenze che abbiamo sulle specie e sulle popolazioni estinte. Una mente che non è il prodotto di un cervello, ma un processo esteso che si genera grazie all’interazione tra cervello, corpo, e ambiente. Il libro viene pubblicato da Carocci Editore [link]. Qui un’intervista su Letture.org.

Inbox

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Nel 1994 veniva ufficialmente fondata Yahoo!, e nel 1996 toccava a Hotmail. Un paio di anni dopo le lettere elettroniche (e-mail) avevano rivoluzionato la forma di comunicare. In tempo reale, e senza nessun costo diretto, i messaggi di testo venivano consegnati a chiunque avesse una casella di posta. E’ possibile che le email abbiano rappresentato uno dei principali salti culturali, sociali e tecnologici della nostra storia. La rete nervosa di questo grande pianeta entrava in una sua fase adulta di crescita e sviluppo, e le sue piccole cellule nervose (noi) potevano da quel momento comunicare indipendentemente dal dove e dal quando. Una rivoluzione nella comunicazione che nascondeva un salto cognitivo impressionante. Senza questo tipo di comunicazione veloce il nostro sistema sociale non potrebbe fare quello che fa, e le nostre capacità cognitive individuali sarebbero ridotte al qui e adesso, ovvero a una condizione di informazione locale nello spazio e lenta nel tempo che, anche se con variazioni notevoli (dalla comunicazione grafica a quella simbolica, dall’arte parietale di Altamira ai tasselli mobili di Gutenberg) si era mantenuta su livelli molto più contenuti, di certo non confrontabili con quelli di internet. E come tutte le innovazioni, anche le email sperimentarono una risposta generazionale di amore e odio, tra le nuove leve entusiaste della rivoluzione e le leve precedenti più scettiche, come sempre svogliate e stanche di dover tornare ancora una volta ad imparare. Ma non c’era possibilità di ritorno, le email dovevano diventare la nuova forma di comunicare dei neuronantropi, potenziando le loro sinapsi per far rimbalzare informazione e conoscenza da un punto all’altro del pianeta.

Non è andata così. Per lo meno non come ci aspettavamo. Innanzi tutto il sistema informatico ha totalmente strutturato la nostra organizzazione sociale, amministrativa e economica, ma non quella individuale. Ti può sembrare strano se stai leggendo questo articolo, ma molta gente in casa non ha un computer, anche nei paesi occidentali e industriali, non l’ha mai avuto, non saprebbe bene cosa farci, non lo saprebbe nemmeno utilizzare. In molti lo associano ad un ambiente di lavoro, ma non ne vedono un utilizzo in casa propria. I più ne sono utenti, automatizzati, e solo per quegli aspetti che caratterizzano la loro routine lavorativa. Le generazioni post-Commodore e post-Spectrum dovevano essere le generazioni cibernetiche, e non è successo. Quando non è per lavoro, il computer è un mezzo al servizio del videogioco, ma raramente si considera uno strumento per l’individuale quotidiano, o come risorsa culturale che amplifica ed estende le capacità conoscitive.

E poi sono arrivati i cellulari, gli smartphone, che hanno dato il colpo di grazia al computer tradizionale, potenziando tutte quelle funzioni non-specialistiche che permettono di associare intrattenimento e internet senza dover per forza diventare competenti. Una volta arrivati i computer cellulari, quelli standard hanno avuto la vita ancora più difficile, e sono aumentate le persone che hanno trovato nel telefono il sostituto completo alla tastiera. Manco a dirlo, quel poco di competenza informatica che stava facendo capolino tra la gente comune è andata a picco, e con lei tutte le grandi possibilità cognitive di estendere la mente all’intero sistema telematico del pianeta.

Il peggio – paradossi dei nostri sistemi sociali – è toccato proprio al linguaggio. La comunicazione ha ulteriormente sviluppato velocità e tecnologia ma, caduta in mano alle leggi del mercato, ha dovuto semplificare il contenuto. La quantità non è stata mai compatibile con la qualità, e per far tendere la prima all’inifito, la seconda deve scomparire. Reti sociali e microschermi hanno velocemente ridotto la comunicazione a mezze frasi, quarti di soggetto, residui di verbo, grugniti emozionali e occhioni languidi. Dall’arte rupestre a Gutenberg, per poi tornare indetro verso geroglifici e segni stilizzati. Dall’icona al simbolo, e adesso di nuovo all’icona, amena e sorridente, ma cognitivamente, ahimé, basica. La comunicazione sintetica (messaggi di testo) doveva lavorare in parallelo con quella più analitica (email), e invece l’ha sostituita. Erano due strumenti complementari, ma la competizione basata sul mercato e sull’apatia umana le ha messe in competizione, affossando la risorsa che incrementava la complessità della comunicazione, e facendo trionfare quella che invece la semplificava. La gente ha optato per l’alternativa che richiede meno impegno, facendo finta di non sapere che la superficialità della comunicazione conduce, giorno dopo giorno, ad un elettroencefalogramma un pò più piatto.

In molti non ne fanno un dramma, ricordando che fino a ieri tra analfabeti funzionali e lettori di carta straccia si copriva la maggior parte della popolazione, e quindi tanto peggio non può andare. Ma, a parte l’occasione apparentemente perduta, bisogna anche ricordare che qui lo strumento è potente, e quanto più uno strumento è potente più danno può fare, se usato di forma impropria. Il logorio che ha sofferto il linguaggio, soprattutto nelle nuove generazioni, riducendosi a monconi di sintassi e improvvisazioni ortografiche brevi e mal concatenate, è preoccupante non tanto a livello culturale, quanto – appunto –  neurologico. Abbiamo sempre pensato che il linguaggio sia la forma in cui si esprime la nostra potente macchina mentale, ma oggi stiamo cominciando ad essere convinti del contrario: il linguaggio è la base della nostra potente macchina mentale. Ovvero, non diciamo quello che pensiamo, ma bensì siamo capaci di pensare solo quello che siamo capaci di dire. O di scrivere. Se non lo so dire, scrivere, o leggere, non sono capace di pensarlo. Le conseguenze di una decimazione delle capacità linguistiche dovrebbero essere, a questo punto, chiare: un essere che abbia plasmato e allenato la sua mente con frasi semplici e brevi, sará solo capace di pensieri semplici e brevi.

Le nuove generazioni vedono le email come strumenti goffi e obsoleti di un passato ingenuo e noioso. Non ne capiscono l’utilizzo, perché non concepiscono una comunicazione che vada oltre la mezza riga di una informazione puntuale, o di un lobotogramma emoticonico di tendenza. E come si suol dire, se glielo devi stare a spiegare vuol dire che forse è già troppo tardi perchè lo possano arrivare a capire. Le vecchie generazioni hanno ceduto qualche passo, ma non più di troppo, perché sono passati altri venti anni e se non era aria prima figuriamoci adesso. E le generazioni intermedie, gli esaltati della fine degli anni 90, secondo me hanno abbandonato l’intento. Figli e padri non li hanno seguiti, è andata come è andata, noi ci abbiamo provato. Senza contare poi che a scrivere lettere uno ci perde tempo, e a leggerle pure. Il computer lo uso in ufficio, al massimo per i videogiochi, o come sostituto della televisione.

Spesso della tecnologia prendiamo il peggio e lasciamo il meglio. La trangugiamo ma non la capiamo, ce la facciamo inoculare ma non la sappiamo utilizzare. In pochi sviluppano quella tecnologia che poi quasi tutti usano passivamente, senza controllarla. Come diceva Edward Wilson, abbiamo la tecnologia degli dei e la usiamo per sfogare emozioni paleolitiche. E allora forse di tutto questo l’unica cosa che è davvero sbagliata sono solo le nostre aspettative. La nostra specie è incredibilmente variabile, e la nostra cultura lo è ancora di più. Il risultato è una diversità spesso inconciliabile, a molti livelli. La tecnologia vende le ali, ma non insegna a volare. E la bellezza del cielo può diventare schianto, quando l’informazione non si sa poi come trasformarla in conoscenza. A quelli che pensano di poterlo fare raccomandiamo cautela. A quelli che invece lo possono fare davvero raccomandiamo di evitare gli sciami, per limitare gli scontri con le migliaia di angeli caduti in un goffo – e decisamente improbabile – tentativo di volo.