Ha da vení Cipputi

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cipputi_altanNel mondo tribale del macaco umano l’evocazione di uno spirito maligno genera paura e la paura, emozionale e primitiva, apre la porta all’irrazionale, all’illogico, e al demagogico. Anche solo menzionare il demonio è sufficiente per giustificare poi qualsiasi affermazione o posizione, che protegga e che scongiuri. Uno dei demoni della nostra società è la disoccupazione, e solo pronunciando il suo nome si ottiene una risposta emozionale e morale univoca e trasversale. Il termine è assolutamente sufficiente a generare una sensazione di paura e di incertezza, baratro, insicurezza del presente e del futuro. Tutta una serie di sensazioni adeguate per poter indurre poi, nel primate impaurito, uno stato di rassegnazione docile e malleabile. Si farebbe qualsiasi cosa per scongiurare il demonio. In genere la politica e l’amministrazione presentano la disoccupazione come una causa (causa di mali) e non per quello che in realtà è, ovvero una conseguenza (conseguenza della loro cattiva gestione, corrotta e/o incapace). L’evocazione del pericolo induce la condizione di sottomissione dei sudditi, che sono disposti a tutto per essere salvati dal mostro. La Spagna è un ottimo terreno di studio in questo senso, essendo passata da una situazione di (forse eccessivo) benestare a una situazione di incertezza totale in pochi anni, il tutto in un contesto sociale di individualismo generalizzato e rivendicativo. Ci sono centrali nucleari obsolete che hanno passato da tempo la loro data di scadenza ufficiale, ma che nessuno vuole chiudere perché “generano lavoro”. Gli introiti sono per quelli che ci vivono lontano, mentre i nativi preferiscono vivere con il rischio che gli esploda sotto le chiappe, piuttosto che affrontare il baratro dell’incertezza occupazionale che li potrebbe spingerebbe lontani dalla loro tribù. Un altro caso di eccezionale incoerenza è il gioco d’azzardo. Mentre psicologi e sociologi, ovviamente sempre appoggiati dalle istituzioni, insistono sugli effetti devastanti  (sia a livello individuale che culturale) dei vari vizi ludopatici, le province fanno di tutto per fomentare casinò e macchinette mangiasoldi, perché “generano lavoro”. Il politico di turno ci fa la morale sull’importanza della cultura e dei valori, e poi scatta la pubblicità dove un calciatore piacione, in un clima da donnine, auto di lusso, e istinti primordiali, promuove il videopoker.

Un altro esempio di estrema ipocrisia sociale è il consumo dell’alcool. In Spagna già verso i quindici anni la notte perfetta finisce con un coma etilico, e con le tenebre arrivano le ombre squallide di orde di ragazzini con le buste piene di tavernello, pronti a celebrare il rito che lascerà un’ennesima firma gastrica sull’asfalto di un parcheggio o sulle scarpe alla moda di una sconosciuta e passeggera conquista sessuale. L’amministrazione deplora indignata, e atto successivo aumenta le licenze di vendita, perché “generano lavoro”. Intere località di riviera sono esclusivamente dedicate al consumo di alcool giovanile. Li chiamano “studenti”, per cammuffare i giovani balordi con un velo di responsabilità e ruolo sociale. Le istituzioni e le imprese non possono ammettere che stanno sfruttando a fini economici degli incapaci (è contro la legge), e quindi si dichiarano un servizio per studenti. Offrono agli “studenti” un tutto-pagato comprensivo di hotel, discoteca, pullman e, in qualche caso estremo, anche l’ambulanza già pronta (davvero!), per spremere fino all’ultimo euro (o scellino – i giovani inglesi sono la punta di diamante del turismo alcolico) l’ebete, travolto dal suo tourbillon di ormone giovanile e sottocultura cerebrolesa dello stordimento etilico. L’amministrazione critica severa e si indigna, poi firma la concessione, perché “genera lavoro”.

Il fantasma della disoccupazione giustifica il mezzo. Forse dovremmo ripensare molti aspetti della nostra morale e della nostra cultura. In fondo, la prostituzione genera lavoro, la droga genera lavoro, la guerra genera lavoro. O forse dovremo solo essere coerenti, e quando qualcuno propone il degrado morale e culturale come soluzione strategica, mascherando goffamente il lucro personale per missione comunitaria, rispondere con un classico e contundente vaffanculo. Seguito da un ordine immediato di espatrio con clausola di non ritorno. Se non possiamo recuperare i cervelli, per lo meno bisognerebbe buttare fuori i coglioni.

Il mostro

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uncle-kannibalDa quando la società degli Stati Uniti d’America ha rivelato la sua faccia più lugubre e squallida, rivendicando il diritto primitivo, costituzionale e democratico all’odio, all’ignoranza, alla violenza, e all’arroganza becera e incolta, la stampa e la politica non hanno fatto altro che mettersi e metterci in uno stato d’allerta e di paura. Lecito e, in questo caso ahimè senza alcun dubbio,  giustificato. L’aberrazione è così evidente che rompe e irrompe nella campana di vetro della nostra qualità della vita. Quel baratro che si vedeva avvicinarsi da lontano di botto sembra vicinissimo. Sapevamo che il mondo (anche il nostro) non era come avremmo voluto che fosse, e che gli orchi, padroni di questa terra da millenni, stavano solo aspettando l’occasione per riemergere. Un dato bibliografico: le vendite di 1984 di Orwell sono alle stelle. L’Europa si rivela una volta ancora l’unica alternativa culturale decente di un intero pianeta, sempre più assediata e agonizzante tra alternative basate su istinti primordiali indegni per una specie con 150 mila anni di storia e 1500 centimetri cubici di capoccia. I rischi sono evidenti, e all’ordine del giorno. Asiatici, Africani, Russi e Mediorientali non sono più gli unici ad avere un folle alla guida della nazione, e stiamo dolorosamente riscoprendo che ciò che chiamavamo “democrazia” in realtà è la speranza instabile di una minoranza culturale. Una condizione fortuita, localizzata, e probabilmente di passaggio.

L’arrivo di questo nuovo imperatore galattico, tra le (molte) altre cose, ha avuto anche un effetto subdolo sulla redistribuzione degli equilibri morali. I “nostri” conservatori, quelli di casa, dai raffazzonati accaparratori di quattrini ai faccendieri traccheggioni dell’ennesima repubblica, ora sono “i moderati”. Quelli che ieri erano, secondo gli standard occidentali, i rappresentanti di una società rigida e provinciale,  oggi di fronte al mostro sono l’alternativa permissiva e aperta al dialogo, senza aver cambiato ovviamente né le loro proposte né la loro capacità politica. Quelli che erano i nostri volgari affaristi dediti alle lobby e al privilegio, confrontati col mostro risultano essere acuti ed eleganti mediatori sociali. Il mostro ha ricalibrato i valori, e allo stesso tempo ha unito “tutti gli altri”, che si ritrovano compagni di avventura e di resistenza morale. Tutto è relativo, diceva quello, e quando il mostro si avvicina ci tocca allearci con quelli che ieri erano gli improponibili, ci tocca difendere (e farci difendere da) quelli che ieri erano gli indifendibili. La sola esistenza del mostro cambia la media del panorama generale, spostandola terribilmente verso lo squallore. La presenza del pessimo fa sembrare il cattivo accettabile, e lo rende alternativa degna e decente, o per lo meno sufficiente. Senza aver ancora dilaniato nessuno, il mostro con la sua sola presenza ha già fatto regredire un processo morale, interno alla cultura europea, che era iniziato tanto tempo fa: ha generato una distanza, impensabile, tra un “lui” e un “noi”, dove ha meno senso distinguere angeli e demoni, pecore e lupi, degni e indegni, trincerati tutti sulla stessa barca in attesa dell’onda. La morte rende tutti uguali, ma la violenza, la stupidità e la paura, invece, solamente ci obbligano a fingere di esserlo.

A sua immagine e somiglianza …

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a-sua-immagineIn zoologia, la tassonomia cerca di etichettare le unità della diversità biologica, e la sistematica cerca di mettere queste unità in ordine, seguendo qualche criterio logico. La stessa analisi di gruppi si applica in economia o nelle scienze sociali, cercando di identificare comparti separati dagli altri, e di stabilirne le relazioni con le altre unità. Lo potremmo fare anche con le religioni, stabilendo quale è più simile a quale, cercando di risolvere una “filogenesi” delle religioni. Ma in questo caso ci ritroveremmo con un problema pragmatico: sulla carta, ogni religione c’ha i suoi criteri e i le sue norme, ma poi nella vita reale ognuno se li adatta alle proprie convinzioni o ai propri interessi, nel tempo e nello spazio. A livello storico la stessa religione cambia continuamente: oggi difende la vita, domani la stermina. Ieri tortura, oggi amore, nel nome degli stessi principi. Ma anche in un preciso momento storico, una stessa religione con gli stessi dogmi e le stesse prospettive viene costantemente “adattata”, da parte delle singole persone o delle differenti società. Il dogma, la regola, la legge, il rito, viene aggiustato e interpretato secondo specifiche superstizioni, necessità, capacità, in funzione di un differente passato atavico o recente, in funzione di differenti speranze e di future convenienze. In questa contraddittoria “libera interpretazione” della religione, dove ognuno adatta il proprio Dio al suo volere, alle sue conoscenze, alle sue necessità, e alle sue priorità, non solo si genera una “continuità” delle religioni, che svaniscono le une nelle altre, ma si generano anche ibridi, spesso surreali o paradossali, dove le norme si mescolano forgiando assurde chimere e ipocrisie di tutte le forme e colori, inconsistenze storiche e geografiche, senza più confine tra sacro e profano, tra passato e presente, tra logica e follia, tra spiritualità e marketing. L’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza: confuso, ed estremamente incoerente.

Mistero della fede …

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santo-diego-armando-mbrunerLa specie umana è capace di vivere in ambienti estremamente differenti, anche e soprattutto in termini di qualità della vita: dal lusso alle baracche. Ci si abitua a tutto: in un senso è incredibilmente facile adeguarsi al comodo e addirittura al superfluo, nell’altro la forza indomabile della rassegnazione è capace di farci tollerare molto più del dovuto tollerabile. Ma anche nel più povero dei mondi, dal fango alle tendopoli, tra le pietre di un deserto senz’acqua o tra le latrine dei rigurgiti cosmopoliti, ci sono due cose che non mancano mai: una chiesa e un campo da calcio. Interpretazione numero uno: la religione e lo sport danno la forza di continuare e di andare avanti, di motivarsi, di non perdersi, di sopportare, di capire, di costruire, un esempio per credere in se stessi e negli altri. Interpretazione numero due: la religione e lo sport sono gli strumenti perfetti per fare accettare l’inaccettabile, per controllare le masse con meccanismi primordiali, per tenerle buone con false speranze o con placebo emozionali che prevengono un pericoloso sviluppo culturale, reprimono dignità e senso critico, e inducono i sudditi a sfogare dolori e frustrazioni su se stessi (la chiesa) o su altri come loro (il calcio) lasciando in pace governanti e istituzioni. A voi la scelta. In entrambi i casi, nella religione e nel calcio, si usa uno stesso linguaggio e, per non dover dare troppe spiegazioni, si ricorre a quella stessa risorsa psicologica che non chiede ragioni, logica, o garanzie: la fede.

Good night, and good luck

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joker1984E’ la prima volta forse che l’Italia precede gli Stati Uniti, invece di seguirne i cattivi esempi: Berlusconi è stato solo una prova preliminare, un episodio pilota, un esperimento in condizioni controllate, un bozzetto, per un modello che, ancora una volta e a grande scala, ha garantito la vittoria. Quando parlate con un italiano ricordate che avete più o meno il cinquanta per cento di probabilità di star parlando con una persona che ha appoggiato Silvio Berlusconi. Quando parlate con un cittadino degli Stati Uniti d’America ricordate che avete più o meno il cinquanta per cento di probabilità di star parlando con una persona che ha appoggiato Donald Trump. E’ la vittoria del medioevo, di un genere umano che, a fronte di pochi che avanzano il livello morale e culturale della specie, è fortemente caratterizzato da masse con capacità basiche ed emozioni paleolitiche. Non sono sicuro si possa dire che ha vinto il populismo: il voto è stato dato a una prospettiva sincera, franca, che non ha mentito, che non è ipocrita, che non è incoerente con se stessa. Il voto è stato dato coscientemente ad una forte e soprattutto ostentata difesa della sottocultura, dell’arroganza, della violenza, del sessismo, del razzismo, del classismo, del mondo delle donnette platinate e dei maschiotti palestrati ed arrivisti, delle armi, dello sfruttamento sociale, delle barriere, della repressione, dell’intolleranza ottusa e incolta. John Carlin parla di analfabetismo politico e irresponsabilità criminale: hanno messo un pazzo alla guida del manicomio. E si decide a toccare un argomento delicato: quando la massa vive di sottocultura e di istinti primordiali, si arriva a mettere in discussione la democrazia come il minore dei mali.

Tristo è quel discepolo …

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sad-leoIn genere si è sempre tutti d’accordo sul fatto che il sistema educativo non funziona. Risulta quasi impopolare affermare il contrario. In qualsiasi epoca e in qualsiasi nazione (o quasi) è regola generale dissentire con la struttura e l’organizzazione del sistema didattico. “Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, si dice. L’esperienza comune suggerisce che il detto popolare, sprezzante e diretto, cinico e spietato, riesce effettivamente e spiegare una considerevole percentuale delle inefficienze e delle falle dei metodi educativi, e questo vale dalle scuole infantili alle cattedre accademiche delle nostre università. Brutto segno, perché la nostra specializzazione evolutiva è la cultura, e la cultura non è affare del singolo, ma della comunità. Non c’è cultura senza tradizione, non c’è saper fare senza saper insegnare. Bisogna comunque riconoscere che la diffidenza verso i sistemi educativi a volte raggiunge degli estremi che fanno mettere in dubbio le critiche, critiche che vengono proprio da coloro che sono stati formati seguendo quegli stessi criteri che, secondo loro, sono inefficienti. Non possiamo negare che con certa frequenza la docenza non è vocazione ma bensì ultima spiaggia per molti aspiranti lavoratori. Non possiamo nemmeno negare che spesso la responsabilità della docenza non è associata a una previa responsabilità di formazione professionale e pedagogica del docente. Ma non possiamo nemmeno negare che gli studenti non rappresentano in genere una sincera e ponderata fonte di critica: non hanno conoscenze sui metodi didattici, non hanno esperienza per il confronto, e di certo come norma non rappresentano anime avide di sapere, ma piuttosto di festa e di esperienze imberbi. L’essere poi l’obiettivo principale della sottocultura di massa, abituati a comunicare solo concetti  primigeni con monosillabi digitali, immersi in una prospettiva strutturata su calcio, sesso, e tavernello, non ne fa una controparte interessante per il dialogo. Poi abbiamo i genitori, che sono quelli che hanno generato i loro stessi figli, e che hanno generato quella stessa cultura che sta annichilendo le loro capacità di impegno sociale e professionale. Quegli stessi genitori che a volte vogliono essere famiglia ma senza rinunciare al loro individualismo, vogliono essere padri ma senza rinunciare alla loro carriera, cercano il riconoscimento sociale e evolutivo del loro status riproduttivo ma senza tutte le conseguenze del compromesso di una nuova vita, esigono il diritto del far figli ma poi chiedono alle istituzioni di intrattenerli per evitare di dover toglier tempo prezioso alla loro agenda. Quegli stessi genitori che non sono riusciti ad educare decentemente un essere umano e vogliono insegnare al docente come se ne educano mille. Infine ci sono le istituzioni e i governi, quelli che non vogliono problemi, e invece di proporre una prospettiva in funzione di conoscenze e di esperienza chiedono al cliente che tipo di prodotto vuole ricevere, per poi trasformare il circuito in un allevamento di nuovi elettori, garanzia di attuali consensi e riserva di introiti futuri. E il dibattito si centra sulle norme, sulle leggi, sulle regole, facendo finta di non sapere che il successo o il fallimento dipendono solo in parte dalle convenzioni amministrative. Quante volte abbiamo visto una buona legge applicata male, o una regola balorda che è riuscita a dar frutti grazie all’impegno di gente capace. Il successo o il fallimento di una proposta lo fanno, in primo luogo , le persone. Nel sistema educativo gli studenti criticano i loro docenti e i loro genitori, i docenti criticano gli studenti e i loro genitori, i genitori criticano i loro stessi figli e i loro docenti, e tutti insieme criticano le istituzioni, che fanno finta di starli a sentire per poi mettere pezze buone solo a spostare il problema alle seguenti generazioni di legislatori e di governanti. Se pensate che l’educazione costi troppo, vedrete quanto vi costerà l’ignoranza, diceva Derek Bok. Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, e chi non sa insegnare amministra, aggiungeva qualcuno allo spietato proverbio italico. E tutto questo in una stagione di campionato francamente deludente.